George Michael e il collezionismo. Parola a Filippo Tattoni-Marcozzi

Attualmente art advisor tra Londra e Washington, Filippo Tattoni-Marcozzi è stato direttore e curatore per molti anni, dal 2004 al 2010, della Goss Gallery e poi della Goss-Michael Foundation a Dallas. E questa è la storia del suo incontro con il musicista scomparso pochi mesi fa.

Filippo Tattoni-Marcozzi, George Michael, David LaChapelle e Kenny Goss all'opening della Goss Gallery a Dallas nel 2005
Filippo Tattoni-Marcozzi, George Michael, David LaChapelle e Kenny Goss all'opening della Goss Gallery a Dallas nel 2005

Tutta ha inizio a Londra per Filippo Tattoni-Marcozzi. Decisivo il trasferimento nella capitale britannica dove, oltre a laurearsi in Storia dell’arte, Filippo inizia subito a collaborare con Christie’s e poi con la Hamiltons Gallery, la più importante galleria europea specializzata in fotografia. È qui che entra in contatto con grandi personaggi, fra cui Kenny Goss e George Michael.

Come avvenne l’incontro con George Michael?
Ho conosciuto George in galleria, era molto amico del proprietario Tim Jefferies e veniva spesso per comprare regali a Kenny; si fidava dei miei consigli e io sapevo che Kenny aveva un forte interesse per i grandi fotografi che esibivamo, Robert Mapplethorpe, Irving Penn, Horst e Helmut Newton.

Qual è stato il tuo contributo nella costruzione della loro collezione? Li hai spinti subito a investire nella fotografia o anche in altro?
È cominciata con una passione per la fotografia, soprattutto in bianco e nero, e con i grandi fotografi di moda degli Anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, i paesaggi del Somerset di Don McCullin e i nudi e le nature morte di Horst. All’inizio non c’era nessun desiderio da parte loro di creare una collezione per sé, compravano quello che piaceva loro, che li divertiva e anche quello che sarebbe stato bene a casa. La vera direzione della raccolta è venuta dopo, con il tempo hanno maturato un interesse più specifico. L’interesse si è focalizzato sugli artisti della loro generazione, i cosiddetti Young British Artists e sulle generazioni seguenti; Londra e la sua creatività, quello che veramente li circondava e a cui George apparteneva.

Richard Patterson. Installation view at Goss Gallery, Dallas
Richard Patterson. Installation view at Goss Gallery, Dallas

Quando hai deciso di abbandonare la Hamiltons?
George e Kenny avevano una casa-rifugio a Dallas e volevano aprire una galleria di respiro internazionale, lì dove mancava. Appena mi hanno chiesto di aiutarli mi è sembrata un’opportunità che non potevo non cogliere. È stato difficile lasciare Hamiltons, a cui ero molto legato. Tim era il mio mentore ed è lui che mi ha aiutato e consigliato molto nella creazione della Goss Gallery. Da Dallas ho sempre lavorato con Hamiltons e ho portato molti dei loro artisti in Texas, non l’ho mai abbandonata!

Qual era il tuo ruolo specifico alla Goss-Michael Foundation? Ti occupavi solo delle mostre dal punto di vista curatoriale o hai continuato a consigliare George e Kenny nell’acquisto delle opere?
Quando si dirige una galleria o un museo privato si fa di tutto, dal curare le mostre allo spazzare il pavimento. Avendo creato una galleria ex-novo e poi una Fondazione, mi occupavo anche e soprattutto di costruirne la reputazione, sia a Dallas che internazionalmente, con clienti, artisti, colleghi e giornalisti. In quegli anni, grazie anche alla galleria che ci dava l’opportunità di lavorare direttamente con gli artisti esponendone le opere, la collezione privata di George e Kenny è cresciuta in maniera esponenziale. Avevamo l’opportunità di visitare gli artisti che più ci interessavano nei loro studi, selezionare opere per le mostre prima degli altri, per i nostri nuovi clienti americani e per la collezione privata. È così che lavori di importanza museale sono entrati a far parte di una collezione non più legata alle costrizioni di una casa, ma che beneficiava ora di uno spazio espositivo museale.

In quali occasioni George Michael amava comprare più spesso: alle aste, alle fiere, alle mostre?
George non amava né le fiere né le aste e raramente si presentava all’apertura di una mostra. La maggior parte degli acquisti veniva fatta in modo privato e lontano dai riflettori. Tramite incontri diretti con gli artisti e i galleristi si sono costruiti rapporti personali che portavano a ben ponderate acquisizioni, mai frettolose.

Opening dinner per la mostra di Tracey Emin alla Goss Gallery di Dallas
Opening dinner per la mostra di Tracey Emin alla Goss Gallery di Dallas

Nella collezione da loro creata ci sono dei pezzi importanti come Saint Sebastian, Exquisite Pain di Damien Hirst, le teste fatte con il sangue di Marc Quinn, il neon George loves Kenny di Tracey Emin, le sculture falliche di Sarah Lucas- Opere altamente provocatorie e anche difficili. Da cosa era attratto in particolare George Michael? Qual è, secondo te, il carattere dominante della collezione?
L’attrazione principale, come ho detto, era il fatto che George trovava nel linguaggio di ogni artista qualcosa in comune con il suo. Tracey Emin era probabilmente l’artista con cui George aveva il rapporto più personale e le sue opere in qualche modo riflettono molto bene lo stesso interesse e sentimento autobiografico che si percepisce in tutte le canzoni di George.

Kenny e Michael erano sempre d’accordo? Per esempio nella scelta degli artisti?
No, Kenny è molto più visionario e pronto a prendere rischi, soprattutto con i più giovani, era lui il vero motore della collezione. George a volte era più conservatore nel suo gusto, ma mai nel messaggio che un’opera poteva esprimere.

Com’era la casa che condividevano a Dallas, il design, l’arredo, le opere esposte? Prevaleva il gusto di Kenny o quello più “classico” di George?
Un’ottima combinazione dei due. Una casa estremamente confortevole e tradizionale con una collezione d’arte degna di un museo contemporaneo.

Damien Hirst. Installation view at Goss Gallery, Dallas
Damien Hirst. Installation view at Goss Gallery, Dallas

La Goss-Michael Foundation presta una particolare attenzione all’aspetto formativo.  Non sono previste soltanto borse di studio riguardanti l’arte, ma anche la musica. Fu un desiderio di George Michael?
Quando la galleria fu trasformata in Fondazione il desiderio fu proprio quello di usare la collezione per stimolare, educare e formare una nuova generazione di creativi. Arte e musica non conoscevano barriere nella vita di George e quindi neppure nel programma della Fondazione.

Ho letto di una mostra in particolare alla Goss Gallery, in cui tre fotografi (Don McCullin, Gabriele Basilico e Tomas Munita) esposero le loro opere attorno al piano su cui John Lennon aveva composto Imagine. Quanto c’era di George Michael in questa mostra? E quanto di tuo?
Una mostra curata da me, tre fotografi il cui lavoro trascende il giornalismo puro ed evoca le più alte possibilità artistiche. Tre fotografi che hanno catturato tragedie umane come altri artisti per generazioni precedenti sono stati capaci di trasportare su tela o scolpire nel marmo. L’idea di introdurre il pianoforte appartenuto a John Lennon, e che George aveva acquistato per preservarne la memoria, e di creare degli eventi che amplificassero il tema della pace fu esclusivamente di Kenny e George e sicuramente uno dei successi personali e della galleria più formidabili.

Qual è il ricordo più forte legato a George Michael in quegli anni trascorsi alla Goss-Michael Foundation?
Le decine di concerti cui ho assistito durante tre anni di tour in America e in Europa… George scherzava dicendo: “Se mi succede qualcosa, Filippo sa tutte le parole, può cantare al posto mio!”.

Antonella Palladino

http://g-mf.org/

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Antonella Palladino
Ha studiato Storia dell’arte presso le Università di Napoli e Colonia, laureandosi in Conservazione dei Beni Culturali con una tesi dal titolo “Identità e alterità dalla Body Art al Post-Human”. Ha proseguito la propria formazione alla Fondazione Morra e poi al Mart di Rovereto. Ha collaborato come assistente con la Galleria Umberto di Marino e con Filippo Tattoni -Marcozzi, ex direttore della Goss- Michael Foundation. Nel 2009 si è trasferita in Trentino–Alto Adige dove ha iniziato l’attività di critico scrivendo per Artribune, Juliet Art Magazine, Exibart, Kulturelemente, Salto.bz. Ha curato la mostra Noisy di Gianluca Capozzi, Lichtkammer di Harry Thaler, Walking in Beuys Woods di Hannes Egger e i relativi eventi collaterali. È critico d’arte e docente di Storia dell’arte titolare nella provincia di Pavia.