Arte e Brexit. Una possibilità per l’Italia

Cosa succederebbe al mercato dell’arte se la Gran Bretagna uscisse davvero dalla Comunità Europea? In attesa dell’imminente referendum nel Regno Unito, ecco un’analisi degli scenari possibili. Che, per l’italia, non sono poi così foschi.

Wolfgang Tillmans, EU Campaign Between-Bridges
Wolfgang Tillmans, EU Campaign Between-Bridges

IL CASO BREXIT E IL MERCATO DELL’ARTE
A guardare tutte queste sigle, viene quasi voglia di pensare che le ipotesi di uscita di alcuni Stati dall’Unione Europea possano essere delle trovate di natura commerciale, o finanziaria, per scuotere un po’ i mercati cui la stabilità propone pochi margini di profitto. Grexit, Brexit, e chi sarà il prossimo?
Sul tema del Brexit si è ampiamente discusso ma, tra tutti i mercati che sono stati passati sotto la lente d’ingrandimento, quello dell’arte e soprattutto quello dell’arte contemporanea, manca all’appello. Certo, non è quello che più preoccupa gli analisti, ed è naturale che sia così, ma rappresenta comunque un comparto di un settore, quello luxury, che sotto certi aspetti può essere considerato come una proxy dell’intero comparto finanziario.
Arte e finanza, si sa, sono settori molto uniti, e a riprova si guardi ai numerosi hedge funds che tentano di occuparsi di beni artistici o si legga l’interessante articolo dedicato ai freeport svizzeri uscito qualche giorno fa sulle pagine de la Repubblica.

OCCHI PUNTATI SU LONDRA
Ed è proprio quest’unione a rendere utile uno sguardo ai possibili effetti sul mercato dell’arte che un Brexit potrebbe implicare. Ovviamente qui, come ovunque, si parla di Brexit, anche se l’interesse concreto non è tanto per la Gran Bretagna o della stessa Inghilterra, ma è della sua città-stato Londra, che rappresenta uno dei punti nevralgici degli affari internazionali, il punto sulla mappa che nell’Europa continentale, invece, manca. Oggi Londra, così come per i mercati finanziari, rappresenta il polo principale per il mercato dell’arte (e soprattutto dell’arte contemporanea) in Europa. Con riferimento all’intero comparto, secondo il Report Tefaf 2016, Londra, pur essendo la piazza che nel medio periodo ha più subito l’espansione del mercato cinese, rappresenta uno dei centri globali più importanti. Per meglio capire, se si fa eccezione di USA e Cina, solo la piazza inglese vale di più di tutto il resto del mondo.
Il discorso cambia poco se ci si concentra sul comparto contemporaneo: secondo il report ArtPrice 2015, il mercato londinese pesa per il 23% globalmente, confermandosi il terzo player mondiale.
Al confronto l’Europa è poca cosa: se si guarda al mercato contemporaneo, gli unici Stati che arrivano all’1% del mercato globale sono rappresentati da Francia (2%) e Germania (1%), seguono Italia, Austria e Belgio (che insieme non arrivano ai 17.4 milioni di sterline della Germania).

Quanto contano USA, UK e Cina nel mercato dell'arte - fonte Tefaf 2016
Quanto contano USA, UK e Cina nel mercato dell’arte – fonte Tefaf 2016

POSSIBILI EFFETTI
Vista dunque la situazione, cosa potrebbe accadere in caso di (seppur poco probabile) Brexit nel mercato dell’arte? Nell’alveo delle ipotesi le opzioni possibili sono tre: rafforzamento della posizione globale di Londra, sostanziale invariazione della situazione attuale, miglioramento della posizione globale da parte dei Paesi dell’Unione. Se la seconda opzione è del tutto inverosimile, la prima lo è altrettanto. Per due motivi sostanziali. Il primo è che Londra attrae molte opere provenienti dai Paesi Membri, che in UK (si vedano le Italian Sales solo per fare un esempio) trovano migliore condizione di vendita e attraggono investitori internazionali. Queste condizioni non potrebbero essere mantenute in caso di exit e questo minerebbe la condizione di piazza privilegiata che attualmente detiene. Un altro motivo invece affonda in una considerazione a metà strada tra la finanza e la psicologia: con l’uscita di Londra, verrebbe anche a mancare un leader indiscusso e allo stato attuale difficilmente contrastabile, generando quindi una spinta alla competitività nei tre Paesi gregari (Francia, Germania e Italia).

UNA SPINTA ALLA COMPETIZIONE
Volendo essere più espliciti, l’exit di Londra provocherebbe un sostanziale vuoto di leadership all’interno dell’eurozona per il mercato dell’arte. Oggi, è quasi ovvio dirlo, chiunque voglia vendere un’opera sperando di ottenere un plusvalore adeguato, si rivolge al mercato Made in UK per potersi rivolgere ai mercati internazionali, e quindi a una platea a maggior concentrazione di ricchezza. Questo è reso possibile anche e soprattutto grazie a una serie di accordi (fiscali e commerciali) che verrebbero meno in caso di Brexit. Verrebbe meno, inoltre, anche una spinta “culturale” verso il mercato londinese che quindi si troverebbe mutilato di un bacino d’offerta tra i più importanti al mondo. Come potrebbero reagire i mercati europei? Difficile che Germania e Italia accettino supinamente che la Francia conquisti con poco sforzo una posizione di monopolio. Ma per competere dovrebbero, e questo è particolarmente vero per il nostro caro Belpaese, avviare una serie di riforme per rendere lo scenario economico, legislativo e tributario coerente con le esigenze internazionali. Per l’Italia vorrebbe quindi dire, finalmente, una revisione delle politiche fiscali applicate all’arte, una modifica legislativa a quella pratica anacronistica e antistorica della notifica che da sola basta a spaventare e allontanare i più grandi investitori e collezionisti internazionali.

Le nazioni più potenti nel mercato dell'arte - fonte Artprice 2015
Le nazioni più potenti nel mercato dell’arte – fonte Artprice 2015

UN BENE PER L’ITALIA?
Il corpus di modifiche (se applicato in modo tempestivo) potrebbe quindi avviare una nuova dinamica dell’arte in Italia, grazie alla quale vedere (finalmente) fiorire un mercato che, ricordiamolo, oggi è ridicolo se rapportato alle possibilità del nostro Sistema Paese. Questo porterebbe all’aumento dei player, in larga parte giovani, all’aumento del volume di fatturato, all’aumento (netto) delle entrate tributarie, e sul piano strategico, a una coerenza tra il posizionamento internazionale del nostro Paese (primo nelle classifiche per cultura e paesaggio) e i risultati economici e strutturali che questo posizionamento potrebbe comportare.
A farla breve, per il nostro Paese potrebbe essere un’ottima occasione per liberarsi di un corpus di regole inadeguate, per ritrovare una nuova spinta all’innovazione e per cercare di contare di più di qualche zerovirgolaqualcosa.
Ma nulla di tutto ciò troverà concreta applicazione. Londra continuerà a restare in Europa. E l’Italia potrà continuare, così come le piace fare, a giacere su degli allori immaginari.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.