Art Basel Miami Beach 2021: il meglio e il peggio secondo Artribune

Spazio ai temi più urgenti del presente in questa art week appena conclusasi a Miami, come l’ambiente e le minoranze culturali. All’interno della concitata settimana, però, anche tante cose che meriterebbero una revisione. Ecco le nostre impressioni.

Dopo un anno di pausa dovuto alla pandemia, il mondo dell’arte è ridisceso su Miami per una art week intensa e piena di tutte quelle cose che sono diventate parte della nuova normalità. Alcune cose ci hanno convinto, altre meno. Ecco la nostra classifica. 

 – Maurita Cardone  

https://www.artbasel.com/miami-beach  

1. TOP: L’ARTE CHE PARLA DI AMBIENTE

What Lies Beneath: Tipping Point, l’iceberg realizzato da Carlos Betancourt per Aorist e installato nella piscina del Faena Hotel. Photo: Maurita Cardone

Sarà che il mondo si è finalmente accorto che l’emergenza climatica è alle porte, ma sono state diverse in questa prima edizione pandemica dell’art week le opere e le installazioni che hanno messo al centro le questioni ambientali. Sulla spiaggia del Faena hotel Aorist, “un’istituzione culturale di nuova generazione che supporta un mercato NFT orientato al clima”, come si legge sul loro sito web, ha presentato Machine Hallucinations — Coral Dreams, opera site specific di Refik Anadol realizzata con un algoritmo di intelligenza artificiale combinando i dati di circa due milioni di fotografie di barriere coralline. Nella piscina dell’hotel, invece, è stato installato What Lies Beneath: Tipping Point, un iceberg gonfiabile realizzato da Carlos Betancourt. Si concentra invece sulla vegetazione e sul ruolo degli alberi la foresta creata da Es Devlin per l’installazione Five Echoes, realizzata in celebrazione dei 100 anni di Chanel N°5. Concetto simile per Agua Viva con cui l’artista Abraham Cruzvillegas ha selezionato oltre mille piante di 23 specie diverse per creare un ambiente vegetale davanti al museo The Bass.   

2. TOP: L’ARTE DI TUTTI I COLORI

da sinistra a destra, opere di Jeffrey Gibson, Betye Saar e Amoako Boafo. Photo: Maurita Cardone

Ci volevano le polemiche e le proteste per far scoprire al mercato dell’arte che l’arte non è monocromatica. Ormai è chiaro che è più di una moda e che gli artisti di colore e indigeni sono qui per restare.  E noi non potremmo esserne più felici perché vedere l’altra faccia della medaglia e ascoltare la storia raccontata da un altro punto di vista non può che rappresentare un arricchimento per tutti. In tante delle mostre e delle fiere dell’art week 2021 e in particolare ad Art Basel, sono apparse tante opere di artisti afroamericani, latinx e nativo americani che portano nella conversazione un’energia nuova e un’estetica densa di significato culturale e sociale.   

3. TOP: IL FLAGLER STREET FESTIVAL

Una delle proiezioni sugli edifici di Flagler street per il Flagler Street Festival. Photo: Maurita Cardone

Ormai già da qualche anno la città di Miami sta vivendo una profonda trasformazione che ora sta arrivando anche nella degradata zona di Downtown. E in una città in cui è spesso il mondo dell’arte a trainare la rinascita dei quartieri, lo sforzo di rivitalizzare quest’area dalla vocazione commerciale parte proprio dall’art week. Mana Public Arts e Urban Impact Lab hanno unito le forze per creare il Flagler Street Festival che ha portato su una delle strade più iconiche di Downtown street art e proiezioni, colorando e illuminando gli edifici dell’area. Anche qui l’arte digitale e gli NFT l’hanno fatta da padroni con opere di livello non sempre alto. Ma l’intenzione è buona ed è bello quando il mondo dell’arte e il suo mercato non si limitano a usare i luoghi ma diventano protagonisti del cambiamento, coinvolgendo la città in maniera attiva.  

4. TOP: IL PROGRAMMA DI RESIDENCY DEL RUBELL

Uno dei lavori della serie di Otis Kwame Kye Quaicoe dedicata ai gemelli, parte della mostra al Rubell Museum. Photo: Maurita Cardone

Dalla sua nuova sede inaugurata nel 2019, il Rubell Museum continua a coltivare talenti, con una particolare attenzione all’arte africana. Il programma di residenza del museo porta ogni anno in Florida un artista diverso. Nel 2019 l’artista in residenza era stato il ghanese e viennese d’adozione, Amoako Boafo i cui lavori, in questa edizione dell’art week, sono comparsi in diverse mostre e fiere. Quest’anno il programma si è allargato per accogliere due artisti, il ghanese Otis Kwame Kye Quaicoe e l’americana Kennedy Yanko. In corrispondenza dell’art week, il museo ha inaugurato una bella mostra che riunisce i lavori di questi due artisti, oltre che della pittrice Genesis Tramaine, in residenza nel 2020.  

5. FLOP: MIAMI SGUAIATA E COSTOSA

In una città sempre più caotica, diventa sempre più difficile trovare luoghi di tranquillità. Photo: Maurita Cardone

Restando sul tema città, Miami non l’abbiamo certo trovata in splendida forma. Con la diffusione dello smart working a seguito della pandemia, tanti americani del Nord Est e del Midwest hanno scelto di trasferirsi in città, attratti dalla perenne estate e da uno stile di vita rilassato, nonché da una quasi totale mancanza di restrizioni legate al Covid. Anche nel pieno della pandemia, Miami non ha mai smesso di essere il divertimentificio che l’ha resa famosa. Il risultato è una città in continuo spring break, strillata, sguaiata e un po’ volgarotta, dove l’offerta turistica si è riposizionata verso il basso mentre i prezzi sono alle stelle. Anche gli affitti sono ormai vertiginosi e grandi piani di ristrutturazione del sistema di viabilità e trasporti si traducono in una proliferazione di cantieri e nuove infrastrutture che distruggono l’identità dei quartieri e dislocano le comunità meno ricche.  

6. FLOP: MERIDIANS CHE HA PERSO LA BUSSOLA

La performance Contract and Release di Brendan Fernandes all’interno di Meridians, Art Basel Miami Beach. Photo: Maurita Cardone

Inaugurata nel 2019 durante l’ultima edizione di Art Basel Miami Beach, la sezione Meridians, curata da Magalí Arriola e dedicata a opere in grande scala, era partita bene.  Ma, mentre nel 2019 era stata ospitata in uno spazio dedicato che consentiva un’esperienza di visita più riflessiva rispetto al resto della fiera, quest’anno era all’interno dello spazio principale, schiacciata (se non nascosta) tra gli altri booth e con opere che non sempre giustificavano l’esistenza di una sezione a parte. Nonostante alcuni dei lavori fossero interessanti e di qualità, la sezione non sembrava avere una sua specifica identità e non si vede la necessità di un allestimento che separa queste installazioni dal resto della fiera.  

7. FLOP: LE IMMAGINI DIGITALI CHE ORA SI CHIAMANO NFT

Un totem di NFT installato su Flagler Street per il Flagler Street Festival. Photo: Maurita Cardone

È un universo ancora nuovo e tutto in divenire ed è quindi difficile coglierne i contorni precisi, ma, da quanto visto all’art week di Miami, sembra che gli NFT si stiano avviando verso la direzione di un grande calderone dove tutto fa brodo. Incoraggiata da un nuovo sistema che consente la valorizzazione economica delle opere digitali, si è innescata una proliferazione di immagini futuribili e un po’ psichedeliche che nulla ha a che vedere con il sistema degli NFT in sé. Insomma, sembra che qualsiasi immagine realizzata con tecnologie digitali debba diventare un NFT. Basta usare questa sigla tanto di moda per trasformare cose che finora non avrebbero avuto alcun interesse né un posto ad Art Basel in opere d’arte desiderabili e costose. Peccato che NFT e arte digitale non siano sinonimi e che, se la deriva è quella, il sistema stesso perda completamente di senso. Ma forse c’era da aspettarselo da un mercato disfunzionale come è quello dell’arte.  

8. FLOP: L’INDIFFERENZA AL COVID

Le mascherine a Miami sono una rarità. Photo: Maurita Cardone

A giudicare da Miami, il Covid non esiste. Ristoranti e strutture ricettive non chiedono alcuna prova di vaccinazione, nei locali nessuno indossa la mascherina e sugli affollati mezzi di trasporto non esiste possibilità di distanziamento. Già dai primi mesi della pandemia, la città ha attirato tutta quell’umanità insofferente alle limitazioni delle libertà personali che si rifiuta di accettare le restrizioni rese necessarie dal virus. Miami è diventata un avamposto di negazionisti e di irresponsabili, un incubo per chi ritiene invece che le restrizioni siano un male necessario e l’unico modo per superare questa emergenza.  

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.