Con affitti superiori agli standard immobiliari di Manhattan e un costo della vita tra i più elevati al mondo, Dubai è presentata dai media come la città del lusso smisurato. Ma è anche considerata la capitale del futuro, dove progetti architettonici, ingegneristici e sperimentazioni high-tech non conoscono barriere per la comune immaginazione, sino a parlare di un futurismo tutto “made in the Gulf”. Tutti i dettagli nella seconda tappa del ciclo di reportage dedicato al Golfo Persico, proprio nei giorni in cui inaugura Art Dubai.

Ritagliata lungo la costa del Golfo Persico, con un’estensione in superficie pari a 4.114 kmq raggiunti solo a partire dalla metà degli Anni Settanta con la prima espansione urbanistica, Dubai è uno dei setti emirati che formano gli Emirati Arabi Uniti. Pur non essendo la sede governativa degli UAE – che è Abu Dhabi – Dubai è però la capitale dei record mondiali. Inaugurato nel 2010, il Burj Khalifa progetto dallo studio Skidmore, Owings and Merrill è il grattacielo più alto del mondo: i suoi 828 metri tagliano il cielo a metà, almeno quando questo si presenta terso durante i soli mesi invernali, per via dell’umidità proveniente dal golfo e, non ultimo, a causa della costante presenza di sabbia che ricorda l’ostile geografia desertica e il clima subtropicale che le fanno da sfondo. L’inaugurazione del Burj Khalifa ha sostituito in ogni caso la precedente icona un tempo associata proprio a Dubai: il Burj al-Arab disegnato da Tom Wright, ossia la torre a forma di vela “ormeggiata” nel golfo, che è parimenti la struttura alberghiera più lussuosa del pianeta, con ben 7 stelle.
Nel 2014 è stata inaugurata la prima metropolitana della penisola arabica (al momento nuovi cantieri sono in corso a Doha, in previsione della World Cup FIFA del 2022). Ma anche il Dubai Mall e il Mall of the Emirates giocano un ruolo non indifferente nell’assegnazione dei primati di Dubai. Tra i centri commerciali più grandi al mondo, hanno al loro interno: un acquario oceanografico, un’area interamente dedicata agli sport invernali con piste da sci e snowboard, e naturalmente quanto di meglio lo shopping possa offrire in ben oltre 220mila mq di sola area commerciale. A livello architettonico, più conosciuti sono invece i progetti avveniristici delle isole artificiali The World, un arcipelago formato da trecento isole che, se visto dall’alto, richiama il globo; e le Palm Islands, ovvero delle penisole create artificialmente nel golfo e la cui forma ricorda, appunto, quella dell’albero da dattero.

Art Dubai Contemporary 2017. Courtesy Photo Solutions
Art Dubai Contemporary 2017. Courtesy Photo Solutions

CULTURA COME CONNESSIONE GEOGRAFICA

Se Dubai è dunque la meta araba degli amanti della buona cucina, dello shopping, del divertimento o di chi vuole aprire società e investire con agevolazioni fiscali e redditi tax free (noto è il Dubai International Financial Centre), in ambito culturale la città ha dovuto ritagliarsi una sua nicchia. In competizione con la sorella capitale Abu Dhabi, che ha investito nei grandi brand museali dell’Occidente (il neonato Louvre e il futuro Guggenheim, tra gli altri), e Sharjah, l’emirato a est di Dubai che ospita ogni due anni la sempre più autorevole Sharjah Biennial, Dubai è la città dei grandi eventi e manifestazioni.
Infatti, mentre è in fase di preparazione l’attesa Dubai Expo 2020, la prima Esposizione Universale organizzata in un Paese islamico, da ben undici anni ha luogo Art Dubai. Si tratta della fiera d’arte moderna e contemporanea che si è saputa conquistare la reputazione di fiera più importante nel MENASA, la macro-regione che comprende Medio Oriente, Nord Africa e Sud-Est Asiatico. In questo senso, l’antico nome di Dubai, Wasl (ossia ‘connettere’, ‘legare’ e ‘intersecare’) è quanto mai calzante per una fiera che, malgrado agli esordi sembrasse una colonizzazione occidentale frutto di un mix di modelli fieristici europei e americani, è diventata il punto di riferimento commerciale di una geografia artistica così estesa.
Inoltre, Dubai è catalizzatore di gallerie d’arte provenienti da ogni dove. Negli ultimi dieci anni, Gallery Isabelle van den Eynde, Green Art Gallery, Grey Nose, Lawrie Shabibi, Carbon 12, Leila Heller Gallery e The Third Line hanno aperto le loro nuove sedi proprio in Al Quoz, zona industriale della città e ora soprannominata, appunto, “gallery district”. Tra ex depositi e nuovi fabbricati, il complesso di magazzini di Alserkal Avenue è stato riadattato sulla falsariga di Chelsea, l’omonimo quartiere di gallerie newyorchese. Ma Alserkal Avenue, di proprietà della famiglia Abdelmonem Bin Eisa Alserkal, non è solo l’“affittacamere” di una quarantina di gallerie e studi d’artista in cerca di esotismo a prezzi agevolati. Oltre a funzionare come rental space, Alserkal è da statuto un’organizzazione filantropica volta alla promozione artistica e al supporto culturale negli Emirati attraverso un’ampia offerta di iniziative home-grown, festival, eventi e – dal 2017 – si è anche dotata di un proprio spazio espositivo e ha attivato un programma di residenze d’artista.

Alserkal Avenue Galleries Night. Photo courtesy Alserkal Avenue
Alserkal Avenue Galleries Night. Photo courtesy Alserkal Avenue

UN FUTURO ANCORA DA SCRIVERE

Nonostante Dubai guardi al suo futuro quale metropoli della tecnologia e di infrastrutture all’avanguardia, che ipotizzano addirittura una città incapsulata in una bolla di vetro a protezione da inquinamento atmosferico e temperature elevate esterni, a livello governativo si sta assistendo a una visibile ondata nazionalistica. Le solide partnership che Dubai aveva stretto con multinazionali e istituzioni straniere trent’anni fa, investendo cioè in know-how occidentali in diversi settori, stanno volgendo al termine. Quelle che nel Golfo Persico vengono chiamate Emiratizzazione, Saudizazzione e Qatarizzazione non sono solo neologismi. Si tratta di policies simili al tokenism aziendale, ma in questo caso al rovescio e di stampo governativo, che stabiliscono percentuali precise in termini di assunzioni rispettivamente di locals e stranieri, al fine di incrementare la forza lavoro interna e diminuire la dipendenza dall’oneroso outsourcing o dagli expats (che ad oggi ancora costituiscono il 75-80% dei blue e white collars). Inoltre, Emiratizzazione rappresenta una parola d’ordine nelle strategie politiche volte a favorire una responsabilità regionale finora scarsa o poco considerata (anche all’interno del programma di uno dei pochi ministeri al mondo dedicati “alla promozione della felicità”). Dubai è dunque “tesa”. Si trova, cioè, in bilico tra due direzioni opposte: slancio verso modernità e ancoraggio alla tradizione; quando con questo termine ci si riferisce a un passato legato in modo quasi esclusivo alla sola religione.
La progressista Dubai è figlia e al tempo stesso nipote di un capitalismo che è stato volutamente importato e abbracciato quale forma più adatta di ostentazione del lusso e del consumo sfrenato. Ma fino a che punto può spingersi nella sua sregolatezza la capitale del futuro, quando il suo stesso sistema costituzionale è basato in buona parte su una libera interpretazione del Corano (Islamic Shari’a Law)? Seppure la metropoli del deserto offra un variegato pacchetto di entertainment di matrice occidentale, come coniugare le istanze religiose e le necessità di un multiculturalismo ormai inevitabile quanto globale? In questa direzione, un tentativo poco fortunato è stato Madame Butterfly, in cartellone nel 2017 nell’appena inaugurata Dubai Opera House a firma dell’architetto danese Janus Rostock. Nella versione araba della tragedia giapponese non vien fatto alcun cenno alla conversione al cattolicesimo della protagonista Cio-Cio-San. Inutile sottolineare che un compromesso o un’integrazione sono quantomai necessari. Su questa diatriba si gioca la partita del futuro del Golfo.

Claudio Cravero

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #42

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Claudio Cravero
Claudio Cravero (Torino, 1977). Curatore di base a Dubai, è attualmente Head of Curation dell’Expo Dubai 2020. Dal 2014 al 2018 è direttore artistico della sezione contemporanea del Museo King Abdulaziz Center in Arabia Saudita. La sua ricerca indaga l’arte contemporanea quale forma di resistenza contro la censura pubblica nell’area del Golfo e del Medio Oriente. Dal 2008 al 2014 è co-direttore artistico presso il PAV-Centro Sperimentale d’Arte Contemporanea di Torino dove, con Piero Gilardi, si è occupato di ecologia culturale e socially engaged art. Nel 2014 è curatore di Onufri Prize, promosso dalla National Gallery of Fine Arts di Tirana, Albania. Ha inoltre collaborato con il Castello di Rivoli, Museo d’Arte Contemporanea (2004-2006) e con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino (2002-2004). È membro di comitati di giuria internazionali (Coal e Domaine de Chamarande, entrambi a Parigi) ed è lecturer e coordinatore del Master in Curatorial Practice presso lo IED di Venezia. È infine autore di saggi raccolti in diversi cataloghi e articoli pubblicati su art magazine e blog (Artribune, Roma; Sleek Magazine, Berlino; Freemuse, Copenaghen).