Quale futuro per le fiere? L’editoriale di Fabio Severino

In un mercato sempre più saturo di eventi fieristici, quale valore ha oggi il format fiera? E come si muovono collezionisti e gallerie? Forse è tempo di rivedere servizi e parametri, in linea le esigenze del pubblico contemporaneo.

Art Basel in Miami Beach 2015 © Art Basel
Art Basel in Miami Beach 2015 © Art Basel

Al di là delle crisi del singolo polo fieristico, che può essere stato gestito più o meno male, è il format “fiera” a essere sempre più incerto. Il mondo è diventato digitale, i contatti a distanza sono “veri” quanto quelli in presenza, c’è grande attenzione ai costi, diventa – quando non proibitivo – quantomeno superfluo muovere cose e persone da un lato all’altro del mondo. Per l’arte non ci sono sconti. In autunno si è tenuta Frieze London, fiera top di settore insieme ad Art Basel. Entrambe hanno scommesso sull’itineranza per rispondere ai tre mercati (Asia, Europa, Americhe). Frieze ha intrapreso la strada della multidisciplinarietà, presentando anche film e musica, e concentrandosi sul modello delle premiazioni. È quasi un festival. Unisce commercio a sperimentazioni. Art Basel invece si è connotata – specie a Miami – più sul glamour e raccoglie anche l’interesse del mondo del fashion e del lusso. Un milieu per certi versi unico.

DUBBI…

Poi ci sono tante piccole fiere, ovunque e anche in Italia, come Artissima o miart. Ma i collezionisti scoprono e comprano ancora alle fiere? I galleristi hanno vantaggio economico a parteciparvi? Forse le grandi, con opere importanti, sì. Basta una vendita per coprire costi e guadagni. Ma le piccole gallerie, con artisti “minori” o emergenti? Quanto devono vendere per rientrare dell’investimento? Forse il rischio d’impresa è eccessivo. Sempre, fra l’altro, alla luce dello scenario generale, in cui molto commercio si è spostato in Rete o quantomeno ha canali di informazione e comunicazione che non richiedono frequenti spostamenti e costi logistici.

Frieze Masters 2016
Frieze Masters 2016

… E SPUNTI

Credo che il futuro delle fiere sia da una parte l’approssimarsi ai festival, in modo da drenare interesse e quindi risorse dal pubblico generalista. Premi, multidisciplinarietà, eventi fanno vendere biglietti e ampliano la platea delle imprese sponsor interessate a piattaforme di comunicazioni più eterogenee. Dall’altra parte, le fiere devono fornire servizi specializzati e qualificanti rispetto a quanto possa fare il fai-da-te sul web. Vedersi è sempre meglio che telefonarsi, guardarsi è ancora meglio che stare davanti a uno schermo. Ma il valore di ciò è relativo; ovvero: bisogna capire quanto costa al mercato. Vanno trovati servizi taylored in grado di rispondere alle esigenze dei galleristi: riduzione del rischio di invenduto o di non coprire i costi dell’evento e capacità di raggiungere la propria clientela target.

Fabio Severino

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #34

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Fabio Severino
Fabio Severino, dottore di ricerca in Comunicazione e Master in Business Administration presso l'Università di Roma La Sapienza, si occupa di management culturale. È autore Treccani e columnist di Artribune. Dal 2016 senior advisor di Oltre venture. Tra le sue pubblicazioni: "Economia e marketing per la cultura" (FrancoAngeli, 2011), "Marketing dei libri" (Bibliografica, 2012), "Heritage Marketing" (FrancoAngeli, 2007), "Un marketing per la cultura" (FrancoAngeli, 2005), "Comunicare la cultura" (FrancoAngeli, 2007), "Sette idee per la cultura" (Labitalia, 2005).