Il diritto alla creatività negato dalla scuola italiana

Se il COVID-19 ci ha insegnato qualcosa è l’importanza di adattarsi al cambiamento, essere in grado di cambiare scenario e che questo può (deve) avvenire grazie all’arricchimento creativo. Allora oggi più che mai abbiamo bisogno di rivedere (e garantire) l’importanza dell’insegnamento delle arti in ogni ordine e grado della scuola italiana.

Photo Pixabay
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Tra una scuola relegata ai soli canali digitali e una serie di norme di tutela che permettono ai ragazzi di fare qualunque cosa tranne che tornare sui banchi, l’intero settore dell’educazione italiana prosegue una “propria” emergenza infinita. In questo panorama i percorsi didattici legati alle arti, particolarmente propensi a lavorare sull’interpretazione e al contatto esperienziale dal vivo, oggi vedono minata la propria essenza formativa. E le prospettive per il prossimo futuro, con la conferma delle lezioni differite anche da settembre, non fanno ben sperare. Un andamento di marginalizzazione educativa tutt’altro da sottovalutare: lo stato della nostra umanità condivisa dipende (anche) dallo stato della nostra comprensione artistica (e culturale in generale); e tale comprensione passa anche dallo sperimentare fisicamente l’atto creativo, atto che il confine della quarantena ha fortemente penalizzato, soprattutto nei bambini che hanno visto richiudersi su se stesso il loro mondo e che da quel mondo ora devono trovare la forza di uscire.
Ma se il rientro nelle aule di scuola a settembre pare ancora complesso e tutto da organizzare, per l’insegnamento delle arti l’estate non pare essere affatto meglio, con molti programmi estivi che sono stati cancellati. E questo non è solo un “peccato”, ma un danno per la crescita dei ragazzi/e, l’ennesimo colpo inferto al futuro che ci auto infliggiamo, nei confronti del loro e del futuro di tutti. Campi di arte e scrittura creativa, viaggi a musei, siti storici, ecc., cosa colmerà il vuoto quest’anno? Come ci occuperemo della necessità di insegnare empatia e comprensione attraverso le arti visive? I bambini hanno un disperato bisogno di sbocchi creativi per dare un senso a questo nuovo mondo.  Senza contare che tra le pieghe della “didattica rivista” si cela il rischio di abbandonare del tutto i programmi formativi dedicati alle arti; di non insegnare più ai ragazzi l’estetica, il bello, il disegno artistico, la cultura dell’arte e della musica (già considerate materie secondarie e solitamente incastrate alla bene e meglio nei ritagli di tempo). A ciò, poi, andrebbe aggiunto che le accresciute difficoltà economiche potrebbero innescare uno “spontaneo” e significativo aumento dell’“esclusione” dall’arte e dalla cultura che si andrebbe a sommare a quanto di cui sopra minando alla base una delle fondamenta non solo della nostra identità, ma anche uno dei principali veicoli di crescita del Paese: i nostri ragazzi/e.

L’IMPORTANZA DELL’INSEGNAMENTO ARTISTICO

Sì perché quando parliamo di arte e cultura, di storia dell’arte e di musica parliamo di materie che non sono solo semplici nozioni, nomi, date da apprendere e ricordare. Si tratta di una vera e propria palestra di conoscenza, per la crescita personale e delle proprie emozioni. L’arte ha linguaggi e regole ben precise che, se approfonditi, permettono di decifrare messaggi che altrimenti resterebbero nascosti: questa capacità, in un’epoca in cui tutto è immagine e comunicazione visiva, è indispensabile. La formazione artistica presuppone tra l’altro non solo conoscenza indotta ma anche sollecitazione della creatività artistica, specie musicale. E la creatività è fortemente legata all’apertura mentale, ovvero alla ricerca di nuovi stimoli e alla curiosità verso questi stimoli. E questo, a sua volta, contribuisce a una maggiore capacità di perseguire nuove prospettive, quindi anche di intercettare le opportunità insite nello sviluppo del mercati emergenti. Così entra in gioco il rapporto diretto tra crescita professionale e cultura: conoscere l’arte, le sue intersezioni storiche e sociali, e poi visitare musei ed esposizioni per ricomprendere le compenetrazioni, o partecipare a laboratori ed esperienze artistiche, sono tutte attività che contribuiscono allo sviluppo della persona, quindi i fondamenti etici; fondamentali anche per stimolare una coscienza diffusa e condivisa, quindi nuove competenze; nel suscitare e trasmettere attenzione, stupore, meraviglia e rispetto, quindi capacità relazionali; per dar vita a una creatività e alla formazione di un substrato culturale duttile, aperto alla novità e all’altro da sé, e se questo crea in generale le condizioni per una società duttile e meglio preparata di altre ad affrontare i cambiamenti sapendone trarre le opportunità, ciò vale particolarmente anche per il singolo individuo. Studiare le arti è tutt’altro che aver a che fare con meri concetti astratti, insomma.

Per risollevare l’economia occorre guardare alla sempre più stretta relazione tra mercati emergenti e crescente necessità di specializzazione e alta formazione trasversale”.

E queste considerazioni andrebbero valutate con particolare attenzione soprattutto perché oggi è proprio l’economia della conoscenza ad aumentare il PIL delle nazioni, in particolar modo la conoscenza creativa. E se questo era vero prima della pandemia, lo sarà ancora di più dopo, visto lo squassamento che i mercati tradizionali hanno subito a causa del COVID-19. Insomma: per risollevare l’economia occorre guardare alla sempre più stretta relazione tra mercati emergenti e crescente necessità di specializzazione e alta formazione trasversale. Nel mondo difatti si stanno affermando sempre di più imprese ad alto valore cognitivo o ad alto valore aggiunto culturale e umanistico come prodotto del loro sistema produttivo. E sono imprese che creano innovazione e in tanti settori. Quindi oggi vale l’identità: “più conoscenza creativa = più guadagno”, ovvero è il “capitale intellettuale” la variabile che differenzia in positivo l’economia di un Paese. E laddove c’è economia della conoscenza, laddove i governi sanno rendere remunerativa la formazione e la creatività, lì le nazioni crescono. Dunque il mercato della formazione è (dovrebbe essere) un vero settore economico fondamentale per il rilancio del Paese, soprattutto ora. Una educazione alla sensibilità da “mettere-a-valore” che però in Italia viene sistematicamente ignorata.
E questo è un problema, soprattutto se questa interpretazione educativa parziale si unisce alla sempre più ampia marginalizzazione dell’intero settore culturale. Un moto progressivo che apre prospettive tutt’altro che incoraggianti, che alimenta una società chiusa, incapace di riconoscere e riconoscersi nella creatività come identità; che rinuncia a una leva potente di crescita comune, sviluppo condiviso e dinamicità sociale, con inevitabili riflessi anche sulle potenzialità di progredire come sistema Paese. E se tutto questo per l’Italia era un problema, come detto sopra, ora è un grave problema: prima della serrata il livello di conoscenza e di competenza della popolazione italiana “attiva” era basso (circa un quarto della popolazione adulta ha una laurea, contro la media del 40% dei Paesi avanzati comparabili al nostro per livello di sviluppo) e oggi il rischio che questo valore aumenti esponenzialmente è più che concreto, portando saldamente il nostro Paese in coda nella classifica dello sviluppo globale. Eppure l’equazione è facile: più spendi per la scuola, più investi nella trasversalità dei saperi oggi e più ti svilupperai domani, altrimenti l’economia ristagna. Sfortunatamente l’Italia si colloca ben sotto la media mondiale per investimenti in istruzione, con una spesa formativa per alunno di poco più di 7.000 dollari (2019). Da ciò deriva una ricchezza per abitante di 36.000 dollari. Ecco… Davanti a noi Paesi che toccano quota 15.000 dollari per l’educazione primaria e secondaria, come la Norvegia, prima in classifica (con reddito pro capite di 70.000 dollari) e molti altri che le si avvicinano quali la Svizzera (14.000 dollari spesi per studente e 60.000 dollari di reddito a testa), gli Stati Uniti (11.000 dollari e 57.000 di reddito pro capite), l’Irlanda (9.000 dollari contro 52.000), la Germania (10.000 dollari contro 48.000), la Gran Bretagna (12.000 dollari contro 42.000 dollari), la Francia (9.000 dollari a testa di spesa per alunno contro 40.000 di PIL pro capite).

UNO SGUARDO AL FUTURO

Negli ultimi anni è vero che si sono moltiplicate le esperienze concrete di progetti artistico-musicali, alcuni dei quali ibridati anche dall’uso delle tecnologie, praticate in tante scuole italiane anche in relazione con altri luoghi della cultura. Tuttavia restano casi isolati. Quindi resta molto da fare, soprattutto oggi che la prospettiva è quella non solo di non di estendere questi parziali risultati ed elaborarli più accuratamente con nuove forme di accesso alle arti a tutte le fasce di studio, ma, anzi, è l’esatto contrario, relegando ulteriormente a un ruolo troppo spesso implicito e sottinteso nella nostra formazione le arti e il loro insegnamento, ponendole ai margini dell’interesse nazionale, soprattutto nell’attuale proposta didattica ed educativa derivata da quella politica. Eppure la creatività deve essere alimentata e senza tutti quegli strumenti utili a conoscerla e a riconoscerla, prima o poi appassisce e muore. Con tutte le conseguenze del caso. Non sembri paradossale questa puntualizzazione: riaffermare fin da subito il “diritto alla creatività” significa lottare oggi contro la povertà culturale di domani, non farlo vuol dire limitare il nostro benessere economico presente e compromettere quello futuro.

Massimiliano Zane

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Massimiliano Zane (Venezia, 1979) è progettista culturale, consulente strategico per lo sviluppo e la valorizzazione del patrimonio.