COVID-19 e scuola italiana: l’alfabetizzazione digitale (che per ora non c’è)

Purtroppo il picco della diffusione del COVID-19 non pare arrivare e le ulteriori restrizioni proclamate dal Governo dimostrano la necessità di uno sforzo ancora maggiore per contenere la diffusione del Coronavirus. Tuttavia “scuole chiuse non significa stop a studio e formazione”, almeno nelle intenzioni della ministra Azzolina. Qui abbiamo dato voce ad alcuni docenti dell’area bresciana, duramente colpita dalla pandemia.

Oltre le molteplici campagne di intrattenimento e formazione online già lanciate, sempre di più si richiede ai nostri istituti di ogni ordine e grado di mettere in atto forme di “smart-school” e proseguire comunque le proprie attività. E a quanto pare senza più molte possibilità di scelta. Ma se nel Decreto Cura Italia vengono stanziati 85 milioni di euro per incrementare piattaforme e strumenti informatici per la didattica a distanza e si contano numerose azioni virtuose di alcune scuole e singoli professori che si sforzano di affrontare l’imprevedibilità di questi giorni offrendo un messaggio di conforto e di vicinanza agli studenti (come racconta Silvia Burini qui), la stragrande maggioranza del sistema scolastico risulta impreparato. E ciò sia a livello strutturale, con connessioni incerte e poco stabili unite a mezzi informatici inadeguati, sia culturalmente, con poche competenze sviluppate in materia digitale da parte di una larga parte del personale docente. Una situazione che non permette più alla scuola di colmare le disuguaglianze ma le acuisce.

LE TESTIMONIANZE DA BRESCIA

In questo clima di “alfabetizzazione d’emergenza”, si moltiplicano le richieste di un sostegno per superare una situazione critica. Abbiamo ascoltato alcune voci nelle città del Bresciano, provincia duramente colpita, dove abbiamo raccolto tante testimonianze di docenti e dirigenti scolastici impegnati in prima linea contro il Coronavirus. Tra le tante ritroviamo quella di Maria*, dirigente di una scuola paritaria storica, che denuncia come “si sta cominciano con enorme ritardo e molte scuole pensano di poter continuare la propria normalità proponendo in video le lezioni che prima venivano sviluppate dalla cattedra, ma il meccanismo non sta funzionando e la risposta non è piena, molti studenti non si connettono nemmeno”, e continua, “inoltre serve ripensare una didattica su misura per ogni fascia e percorsi tematici basati sulla disponibilità (o meno) del materiale già online”.
Alessia*, dirigente a sua volta, spiega che “ci si dimentica che stiamo lavorando con classi ‘rovesciate’: dal problema alla soluzione, anziché partire dalla soluzione e applicarla ai problemi. Così anche la valutazione non può più essere sommativa, va ripensata”, e prosegue: “Se poi consideriamo che ogni lezione deve essere adeguata su due fronti, apprendimento, da garantire, e benessere del ragazzo, da non mettere in secondo piano, un clima di incertezza come quello vissuto rischia di diventare pericoloso”, perché “oltre a far perdere il ritmo dell’apprendimento creato dalla scuola, viene a mancare il rapporto d’incoraggiamento ai ragazzi. Oltre alla formazione, ai programmi, devono sentirsi dire che ce la possono fare. E oggi è difficile fare pure questo. Questa situazione produrrà lasciti pesanti nei ragazzi e non solo”.
Stefania*, professoressa di lettere di un liceo delle scienze umane, le fa eco e spiega che tra i suoi studenti conta molti casi complessi con un’alta percentuale di ragazzi disabili o con disagi, “a cui d’improvviso è venuto meno il supporto della neuropsichiatria, e le cui fragilità sono messe a dura prova dalla condizione di isolamento e quasi-detenzione”. La scuola suggerisce l’uso di Windows teams, ma lei usa Zoom perché i ragazzi ci tengono “a potersi guardare”. Ha un contatto quotidiano con la 5° ma con le altre classi gli incontri sono molti meno. Ancor meno con le famiglie con più figli: “Spesso il pc è solo uno e se la didattica è in contemporanea uno dei due non può seguire. Inoltre manca il supporto delle biblioteche e spesso le famiglie non hanno biblioteche domestiche adeguate”. O ancora Claudia*, professoressa di lettere e alfabetizzazione stranieri di una scuola media, che sottolinea come “tanti ragazzi che provengono da famiglie straniere o di origine straniera non hanno fisicamente l’opportunità di per poter seguire le lezioni online, e non tutti i genitori hanno ritirato le password per il registro elettronico, nonostante i tanti solleciti”. In questo senso la nota ministeriale dà alcune indicazioni, come quella che attesta che dovrebbe essere la scuola a fornire tablet in comodato agli studenti, “ma è una indicazione che non tiene conto né delle disponibilità degli istituti, né di alcuna reale percezione delle situazioni famigliari con cui ci confrontiamo”. Una situazione sociale critica in quanto, “se già normalmente non tutti i ragazzi hanno rapporti con l’esterno e non tutti hanno il cellulare per contattarsi tra di loro”, ci dice, “adesso la situazione è drammatica: l’insegnante era un punto di riferimento e spesso l’unica persona fuori dal nucleo con cui poter parlare”.

METODI AUTONOMI

Alberto*, insegnante di educazione tecnica/tecnologie di una scuola media, non si è perso d’animo si è impegnato fin da subito nella task force di docenti per gestire la transizione a didattica a distanza, preparando tutorial per genitori e per formare altri colleghi. “Grazie al supporto della dirigente, operiamo con modalità di didattica (compiti + video registrati) condivise da tutti e omogenee nel gruppo scuola, usando piattaforme facili e leggere per poter essere usate da smartphone e connessioni deboli. Sono piattaforme utilizzabili in modalità asincrona, per favorire le famiglie in cui sono presenti più figli”. Una soluzione ottimale, tuttavia si tratta di un metodo realizzato autonomamente; inoltre “la risposta dei ragazzi è comunque modesta. Quelli poco motivati non rispondono”, ci dice.
Daniela*, insegnante di viola di un liceo musicale di Brescia, prova a vedere il bicchiere mezzo pieno: “I percorsi formativi musicali solitamente si basano su un forte principio di autonomia”, ci spiega, “e per quanto resti difficile tarare il lavoro, in quanto più il giovane musicista è inesperto meno è facile lavorare a distanza, la didattica differita tutto sommato se funziona può proseguire, perché tradizionalmente siamo abituati a una formazione individuale, diversa dal ‘gruppo classe’ tradizionale. Ma poi prosegue: “Ciò che invece manca del tutto è proprio il contatto: fino a oggi ho costruito ogni percorso formativo sul contatto, nella convinzione che la dimensione musicale si viva nell’attimo e nel reale rapporto umano, e oggi invece serve sostituire il linguaggio del corpo e il contatto fisico con la parola orale e scritta. In queste condizioni sarà davvero difficile poter andare oltre la tecnica e lavorare sull’interpretazione. Oltre le nozioni didattiche si avverte la crescente (immediata) necessità di tutti i ragazzi di recuperare l’umanità che il COVID-19 ha tolto loro”.

LE FRAGILITÀ DELL’ISTRUZIONE ITALIANA

Al netto dello stanziamento economico, dunque, da queste testimonianze emergono tutte le fragilità e i ritardi del nostro sistema educativo nazionale che, nelle condizioni date, fatica a fornire alcun servizio di supporto, didattico o umano che sia, a molti, troppi ragazzi che così rischiano oggettivamente di perdere l’anno, e forse anche altro.
Eppure il livello di civiltà di un ambiente che ambisce a dirsi veramente “contemporaneo”, sia esso una città o una nazione intera, si riconosce innanzitutto dal numero, dall’importanza e dall’adeguatezza delle strutture “sociali ed educative” che offre, da come le cura e dalla misura in cui queste vengono esaltate e protette da tutto ciò che serve alla cultura.
Se fossimo tutti un minimo avveduti, con una idea di futuro, questa potrebbe essere l’occasione per rimettere al centro del dibattito comune i temi dell’istruzione, dell’università e della ricerca. Seriamente. Perché oggi è l’economia della conoscenza ad aumentare il Pil delle nazioni, ovvero è il “capitale intellettuale” la variabile che differenzia in positivo l’economia di un Paese. E laddove c’è economia della conoscenza, laddove i governi sanno rendere remunerativa la formazione, lì le nazioni crescono: più spendi per la scuola oggi e più ti svilupperai domani.
Tutto questo per l’Italia è un problema. Perché, indipendentemente dal COVID-19, a oggi il livello di conoscenza e di competenza della popolazione italiana “attiva” è basso: circa un quarto della popolazione adulta ha una laurea, contro la media del 40% dei Paesi avanzati comparabili al nostro per livello di sviluppo. E il problema non è solo la quantità ma la qualità della formazione, e in questo senso l’Italia si colloca ben sotto la media mondiale per investimenti in istruzione: per il settore education, la spesa italiana è al 3,4% (NaDef 2020) a fronte del 4,9% medio UE, penultima con solo la Romania (3%) dopo e insieme a Spagna, Bulgaria e Slovacchia, con una spesa formativa per alunno di poco più di 7000 dollari. Da ciò deriva una ricchezza per abitante di 36mila dollari. Davanti a noi Paesi che toccano quota 15mila dollari per l’educazione primaria e secondaria, come la Norvegia, prima in classifica (con reddito pro capite di 70mila dollari) e molti altri che le si avvicinano quali la Svizzera (14mila dollari spesi per studente e 60mila dollari di reddito a testa), gli Stati Uniti (11mila dollari e 57mila di reddito pro capite), l’Irlanda (9mila dollari contro 52mila), la Germania (10mila dollari contro 48mila), la Gran Bretagna (12mila dollari contro 42mila dollari), la Francia (9mila dollari a testa di spesa per alunno contro 40mila di Pil pro capite).

RIPENSARE LA DIDATTICA

In altre parole fino a oggi abbiamo speso poco e male in istruzione, limitando anche il nostro benessere economico presente e compromettendo quello futuro.
Il COVID-19 così ha messo in luce un sistema scolastico legato (e relegato) a meccaniche vecchie del secolo scorso e a cui, nonostante questo, si chiede una innovazione senza precedenti, istantanea, ma senza mezzi, o una struttura coordinata e omogenea, né tantomeno competenze digitali adeguate e maturate nel tempo, lasciando gestire una emergenza nazionale a singole sensibilità. Una crisi che ha svelato (e sta svelando) la fragilità del sistema Paese, e che imporrà una profonda ridefinizione (anche) della nostra istruzione, tanto in termini di contenuti e supporti, che del ruolo che vorremo (dovremo) immaginare per la scuola che sarà per il dopo Coronavirus.

Massimiliano Zane e Fabrizio Bosio

*nomi di fantasia per la salvaguardia delle fonti

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Massimiliano Zane

Massimiliano Zane

Massimiliano Zane (Venezia, 1979) è progettista culturale, consulente strategico per lo sviluppo e la valorizzazione del patrimonio.

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