Musei e cultura nell’era trans-pandemica

Elisabetta Barisoni, responsabile della Galleria Internazionale d’Arte Moderna Ca’ Pesaro, a Venezia, riflette sul destino (e sulle speranze) dei musei a cavallo di una pandemia non ancora conclusa

Gabriele Grones. Conversazioni. Exhibition view at Ca' Pesaro, Venezia 2021
Gabriele Grones. Conversazioni. Exhibition view at Ca' Pesaro, Venezia 2021

Dopo due anni di pandemia, le istituzioni culturali guardavano al 2022 come un miraggio di (quasi) normalità. Correvamo troppo, dicevano i primi commentatori dell’emergenza sanitaria; non sono del tutto d’accordo, stavamo correndo sì, ma in una direzione che andava verso una pluralità di voci sul territorio nazionale. Con l’Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani e il Direttivo di cui faccio parte lavoravamo alla definizione di una geografia culturale che non fosse concentrata solo sui grandi centri ma che potesse ricollocare l’eccellente lavoro fatto da molti nel panorama italiano.

“Gli artisti sono antenne pronte a captare i mutamenti e a leggere lo spirito del tempo o anticiparlo”.

Non concordo con chi intravedeva un clima da gioiosa Apocalisse nella società pre-pandemia, tuttavia molte cose sono cambiate negli ultimi due anni. In primo luogo ci siamo dovuti porre una domanda spesso data per scontata: siamo davvero un settore essenziale? In tempi brevi, le istituzioni italiane si sono riorganizzate per tenere viva la propria voce, attraverso iniziative digitali, il più possibile partecipative. Hanno imparato a comprendere meglio potenzialità e limiti di un mezzo fondamentale, senza rivalità con l’esperienza dal vivo, e hanno risposto all’appello, cogliendo ogni occasione di partecipare e rilanciare artisti, collezioni e attività, malgrado le interruzioni e la scarsa mobilità nazionale e internazionale.
È stato importante porsi la domanda sul proprio ruolo e sul proprio agire. La risposta, infine, mi è arrivata da una visitatrice di Ca’ Pesaro, nel giugno 2021: abbiamo sempre bisogno di bellezza e del museo come luogo dove piangere, ridere, stare in pace, pensare, ricordare. Qualcosa forse è cambiato anche nel pubblico, più attento e più concentrato sul patrimonio storico e culturale.

Paola Angelini, Splendor Solis, Studio, monotipo, 50 x 70 cm, 2021, installation view at Ca’ Pesaro, Venezia 2021
Paola Angelini, Splendor Solis, Studio, monotipo, 50 x 70 cm, 2021, installation view at Ca’ Pesaro, Venezia 2021

DAL VIRUS ALLA GUERRA

Nuove riflessioni sono entrate nelle istituzioni, a testimoniare che le rivoluzioni non sono sempre rotture ma talvolta registrano l’accelerazione di fenomeni già in atto. Penso al rapporto tra uomo e tecnologia, tra postmoderno e postumano, alla nostra sopravvivenza sulla Terra, infine al movimento #MeToo e alla cancel culture. Gli artisti sono antenne pronte a captare i mutamenti e a leggere lo spirito del tempo o anticiparlo; senza volerli relegare a ruolo di termoigrometri del presente o di inutili Cassandre, siamo in attesa di vedere quali opere sono nate e nasceranno da questo eccezionale periodo della Storia.
Certo non è facile leggere il presente; mentre stiamo lavorando alla ricostruzione di un’era trans-pandemica, un nuovo dramma è piombato sulle nostre vite. Il virus ci aveva resi simili e vicini come esseri umani vulnerabili. Lo scoppio della guerra in Ucraina ci ha riportato invece in una dimensione di restaurazione, di rassegnata adesione a odiosi ricorsi storici. Un dramma umanitario e geopolitico si sta consumando mentre a Venezia è iniziata la nuova stagione espositiva. Aspettavamo la Biennale Arte del 2022, ingenuamente paragonandola a quella del 1948, quando il Commissario Ponti scriveva: “L’arte invita tutti gli uomini, oltre le frontiere nazionali, oltre le barriere ideologiche, a un linguaggio che dovrebbe unirli in una umanistica intesa e universale famiglia contro ogni babelica disunione e disarmonia”. Possiamo solo continuare a lavorare perché questa primavera sia davvero una stagione di umanistica intesa e di rinascita.

Elisabetta Barisoni

Versione aggiornata dell’articolo pubblicato su Grandi Mostre #28

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Elisabetta Barisoni
Si laurea in Lettere Moderne all'Università di Bologna e trascorre un anno accademico alla University of Edinburgh. Dopo la laurea inizia la sua carriera a Londra, lavorando presso Sotheby’s e Christie’s nell'ambito del collezionismo privato, e successivamente come assistente curatore presso il Museo di Castelvecchio a Verona. Dal 2003 al 2015 è curatore delle mostre temporanee al MART – Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto e segue numerose esposizioni, in Italia e all'estero. Nel 2006 si diploma in arte contemporanea alla Scuola di Specializzazione dell’Università di Bologna. Dal 2006 al 2013 svolge anche l'attività di docenza a contratto presso l'Accademia di Belle Arti di Bologna. Nel 2012 inizia una ricerca triennale su Margherita Sarfatti, attraverso i materiali inediti conservati nell'Archivio del '900 del Museo MART. Nel 2015 consegue il Dottorato in Beni Culturali e Territorio all'Università di Verona, presentando la tesi “Margherita Sarfatti critica d'arte 1919-1939” che nel settembre 2018 diventa il volume “Viaggio alle fonti dell'arte: il moderno e l'eterno. Margherita Sarfatti 1919-1939” (Zel Edizioni, Treviso). Dal 2015 è alla Fondazione Musei Civici di Venezia e da marzo 2016 è Responsabile di Ca' Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna. Dal 2018 è anche membro del Consiglio Direttivo di Amaci – Associazione Musei di Arte Contemporanea Italiani e dal 2019 è docente dei Master organizzati da YACademy- Bologna. Ha all'attivo molte pubblicazioni e cataloghi dedicati all'arte della prima metà del '900 e numerose partecipazioni a convegni e conferenze su singoli autori e su temi interdisciplinari della critica d'arte.