#MeToo: come il mondo dell’arte guarda la rivolta delle donne che fa tremare lo showbiz?

#MeeToo non è un movimento, ma un modo per varcare la soglia del silenzio. L’opinione dell’artista Serena Fineschi sul fenomeno che sta scuotendo il mondo della cultura.

MENO - Studio MDT, Prato (Serena Fineschi)
MENO - Studio MDT, Prato (Serena Fineschi)

“In realtà penso che #MeeToo non sia un movimento di idee, piuttosto sia il tentativo di dare un senso della vastità del problema degli abusi sessuali e un modo per varcare la soglia del silenzio, della paura e della vergogna che avvolge questo tema. Sappiamo bene che questa condizione di sistematico abuso di potere (perché di questo si tratta) è diffusa da sempre e purtroppo, a mio avviso, una campagna sui social -nonostante renda l’idea di quanto endemico sia il problema e possa per un momento evitare il sentire della solitudine- non cambierà lo stato delle cose. Credo che ogni donna, con molta probabilità, potrebbe dar voce almeno a un racconto breve su questo argomento: atteggiamenti ambigui, velate molestie, piccole e misere minacce, carezze non autorizzate, frasi viscide soffiate con leggerezza, illazioni, aggressioni verbali, sguardi oltre i confini possibili, ironie di cattivo gusto e, per quel che penso, non sarà dunque un hashtag che ci salverà da questo cancro”. A parlare è l’artista Serena Fineschi (Siena, 1973), residente a Bruxelles, che risponde alla nostra inchiesta cominciata con l’opinione di Teresa Macrì. Ma cos’è questo movimento #MeToo? Significa “Anche io”, ovvero anche io ho subito molestie, anche io sono stata o stato importunato, anche io ho subito pressioni, soprattutto sul mondo del lavoro. Un fenomeno, questo, cominciato con l’ormai famigerato caso Harvey Weinstein lo scorso ottobre e poi ricaduto a cascata su tutto il mondo dello spettacolo. Sembrava una moda passeggera, o un ghiribizzo del momento e invece in nome del #MeToo sono cadute un sacco di teste. Anche quelle più blasonate.  Un fenomeno che ha cominciato a toccare anche il mondo dell’arte. Finiscono infatti, come già riportavamo, nel ciclone, in un fenomeno che non ha più bisogno di molte presentazioni, personaggi come Chuck Close (al quale è stata addirittura cancellata la mostra alla National Gallery of Arts) Mario Testino, Terry Richardson, in un effetto domino senza precedenti e che sta cambiando completamente il rapporto tra uomo e donna, anche nel corteggiamento.

L’OPINIONE DI SERENA FINESCHI

“L’imbarazzo e l’abuso che le donne subiscono in tutti i mondi possibili è quotidiano, tanto diffuso che sovente rientra nell’accettazione di un sistema di violenza di genere. Dovremmo quindi concentrarci sul contesto e sul sistema che genera questa inaccettabile normalizzazione; riflettere all’origine delle cose. Educare i nostri figl* al rispetto e all’umanità. Tornare a riconsiderare l’humanitas come atteggiamento essenziale per la nostra sopravvivenza di esseri umani e di artisti. La Storia dell’Arte ci racconta con fermezza che per le donne è stato difficile sottrarsi all’invisibilità e, nonostante oggi -in Italia e all’estero- vi siano numerose figure femminili del settore di grande spessore e talento, siamo ancora ben lontani dalla considerazione paritaria con gli uomini e viviamo un sistema in cui è ancora evidente una condizione di subordinazione. Forse, nelle giovani generazioni, una maggiore sensibilità rispetto all’identità di genere dona una conseguenza meno repressiva nei confronti della figura femminile e, questa asimmetria generazionale potrebbe far collocare le donne in una posizione più centrale, rispetto al tempo in fieri”.

RAPPORTI DI POTERE

“…L’artista, uomo o donna che sia, è una figura storica, è inserito in un sistema di relazioni e di potere, produce soggettività a partire da un certo momento storico…, diceva Maria Antonietta Trasforini”. Tutto dunque, si riduce a rapporti di potere (che si parli di uomini, donne o genders), alla non marginalità ma a nessuna distinzione di genere. Credo quindi che il punto fondamentale non sia l’applicazione delle quote rosa nell’arte (che trovo assolutamente arido, infruttuoso e che probabilmente aumenta il senso di subordinazione) o in qualsiasi altro sistema conosciuto, quanto riflettere sul tema della neutralità dell’arte, della centralità degli artist* e della necessaria mancanza di attribuzione di genere dell’opera”.

a cura di Santa Nastro

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.