Conversazione con Harry Bellet, critico di Le Monde che nel suo nuovo libro racconta i casi più eclatanti di falsificazione di opere d’arte. Da Van Meegeren, copista novecentesco di Vermeer, a John Drewe, che costruiva appositamente falsi archivi…

Categoria ai margini del mondo dell’arte, i falsari suscitano da sempre indignazione ma anche curiosità e persino ammirazione. Nel suo ultimo libro appena tradotto da Skira, Harry Bellet (1960), colto e ironico critico d’arte di Le Monde, ripercorre alcuni dei casi più clamorosi dall’antichità a oggi. L’abbiamo incontrato in occasione della presentazione milanese del volume.

Si è fatto un’idea, scrivendo il libro, di quali siano i moventi dei falsari al di là del guadagno?
Il primo movente è certamente il denaro. Ma c’è anche chi dice: “Il mondo dell’arte non mi ha compreso come artista e dunque mi vendico”. Ciò naturalmente non è vero, o lo è raramente.
Poi c’è un’altra scusa: “Il mondo dell’arte è ridicolo, e dunque io me ne prendo gioco”. È proprio per questo che i falsari si attirano la simpatia della gente: perché imbrogliano i ricchi collezionisti, i saccenti esperti, i galleristi… Ma in realtà i falsari danneggiano soprattutto gli artisti. Si pensa che Corot fosse a tratti un cattivo pittore, ma è perche ci sono in giro tanti falsi!

Come ha scelto i casi da trattare?
Ho scelto i falsari per il loro lato creativo, quelli che hanno inventato qualcosa che nessuno aveva pensato prima. Uno dei falsari più contorti è John Drewe, inglese. Un suo complice dipingeva i quadri per lui, piuttosto male. Ma lui ebbe l’idea formidabile di costruire un contesto: fotografare i dipinti, creare false lettere come documentazione, inserire falsi documenti negli archivi di alcuni musei inglesi…

Come ha potuto farlo? Si introduceva di nascosto?
Poteva introdursi negli archivi perché era una sorta di mecenate dei musei, era accolto come un re. Quando ero archivista al Pompidou ci chiedevano di verificare che la gente non rubasse parti di archivio, ma non controllavamo certo che non venissero introdotti documenti negli archivi!

Harry Bellet
Harry Bellet

Qual è il suo falsario “preferito”?
Il mio preferito è Eric Hebborn. Non amo per niente i falsari, sia chiaro, ma lui mi è simpatico. Il falsario geniale è quello che non si è mai fatto beccare, come lui. Si sapeva che era colpevole ma non fu mai giudicato né condannato. Perciò mi sta simpatico. In Inghilterra ci fu una mostra sui falsi e lui dichiarò: “Non è giusto, non c’è nessuno dei miei falsi!”.
Un altro caso curioso è quello di Van Meegeren, che tenne la sua prima mostra quando era molto giovane, e fu un successo. Il più grande critico olandese gli fece una recensione entusiasta. E lui cosa fece? Scappò con la donna di quel critico. Sarà un caso, ma nel recensire la seconda mostra di Han Van Meegeren i critici non furono più tanto buoni… E lui diventò un falsario di Vermeer.

Lei cita la dichiarazione-shock del direttore del Metropolitan, che nel 1997 disse: “Il 40% dei dipinti in questo museo sono falsi“. È un’anomalia o un fatto strutturale?
Con i musei di fondazione relativamente recente è difficile stabilire quali dipinti siano falsi (falsi, erroneamente attribuiti o talmente ridipinti da diventare equivalente a un falso – penso al Salvator Mundi). In musei antichi come Brera le possibilità che il Mantegna sia una copia sono nulle. I musei americani non hanno tali certezze, quelli cinesi che vengono fondati ora il problema sarà ancora peggiore. Con gli Emirati poi sarà terrificante…

Cosa succederà con la moda delle mostre virtuali e la progressiva virtualizzazione dell’immagine? Potremo ancora fare questi discorsi sull’autenticità tra qualche decennio?
Guardi cosa hanno fatto con le grotte di Lascaux. L’originale non si può più visitare, per motivi di conservazione: hanno fatto una falsa grotta di fianco. E poi un’altra perché la prima aveva troppo successo. La gente ci va lo stesso.
Questo rischia di succedere con le opere di diversi artisti: c’è stata una mostra di van Gogh con dipinti realizzati da un computer… Con la stampa 3D si può fare ciò che si vuole. Della magia dell’opera d’arte fa parte anche il fatto che l’autore l’ha toccata. Una sorta di animismo: “Van Gogh l’ha toccata, c’è una piccola parte di van Gogh nell’opera“. Nelle mostre con copie tecnologiche ciò non accade. Eppure ho visto gente che metteva la mano sulle copie 3d per trovare il tocco di van Gogh

– Stefano Castelli

Harry Bellet – Falsari illustri
Skira, Milano 2019
Pagg. 128, € 19
ISBN 885724057
www.skira.net

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.