Fotografi che interpretano il mondo in cui viviamo in un ampio atlante pubblicato da Einaudi, anche catalogo della mostra itinerante “Civilization. The way we live now”, partita da Seul.

Difficile stabilire cosa debba contenere un’iconografia del presente e con quali strumenti teorici e rappresentativi ci si debba approcciare per ricavarne una lettura soddisfacente. Civilization. Immagini per il XXI secolo, sorprendente pubblicazione edita da Einaudi e curata da William A. Ewing e Holly Roussel, affronta la questione affidandosi a un medium ultracentenario come la fotografia e interrogandosi sul concetto di civiltà che ciclicamente ogni epoca e ogni generazione hanno tentato di definire. Arricchito da brillanti contributi critici, il volume è il catalogo della mostra itinerante Civilization. The way we live now, ambizioso progetto espositivo avviato lo scorso dicembre al National Museum di Seul, in Corea del Sud, e destinato a un tour mondiale (ora è all’Ullens Centre for Contemporary Art di Pechino) che terminerà nel 2021 al Museo Nazionale della Civiltà di Marsiglia.
Unendo il lavoro di oltre cento fotografi, tra i più efficaci nel mettere a fuoco la tematica, Ewing, curatore e scrittore di fotografia, raccoglie la sfida selezionando un archivio planetario su abitudini, comportamenti e attività in carico agli oltre sette miliardi di persone che affollano il pianeta.

William A. Ewing & Holly Roussell ‒ Civilization. Immagini per il XXI secolo (Einaudi, Torino 2018) _cover
William A. Ewing & Holly Roussell ‒ Civilization. Immagini per il XXI secolo (Einaudi, Torino 2018) _cover

I FOTOGRAFI DEL LIBRO CIVILIZATION

Sciami umani assimilabili a pixel di sfumati cromatismi (Cyril Porchet), capaci di contrarsi in spazi di cinque metri quadrati (Benny Lam) oppure di dilatarsi in smisurate baraccopoli o in metropoli che erodono fatalmente l’habitat (Pablo López Luz); brulicanti operai inghiottiti da giganteschi hangar (Edward Burtynsky) contrapposti alle ordinate geometrie di silenti centri di stoccaggio (Alex Maclean, Henrik Spohler), de-antropizzati come altri luoghi di conservazione: le biblioteche vuote e inanimate di Candida Höfer.
In questa prospettiva, per lo più urbana e in costante mutazione, incubi, pratiche rituali e ansie del mondo globalizzato sostanziano ora la protervia svettante dei grattacieli nelle città del Golfo, in folle competizione con l’orizzontalità del deserto (Philippe Chancel); ora le sagome in preghiera, modulari e inginocchiate di una smisurata moschea (Ahmad Zamroni); ora i pendolari stipati nella metropolitana giapponese (Michael Wolf) con volti ansiogeni compressi su finestrini appannati, ora le barche dei rifugiati dense di corpi sofferenti (Daniel Berehulak, Francesco Zizola).
Il rapporto tra massa e individuo, tra plurale e singolo, è un altro dei temi analizzati dal volume, sia rispetto al bisogno dell’individuo di partecipare a riti collettivi (Simon Robert, Walter Niedermayr, Massimo Vitali, Olivo Barbieri, Zhang Xiao, Mark Power) sia rispetto all’ossessione di procurarsi un’identità sociale basata su un modello standard (Cindy Sherman, Katy Grannam, Raimond Wouda) o costruita sulla propria narcisistica e autoreferenziale solitudine (Larry Sultan, Evan Baden, Trent Parke), sia, infine, desiderosa di una legittima e vitale visibilità politica (Alejandro Cartagena).
Scorrendo il repertorio di immagini proposte, il senso di precarietà si acuisce e resta in ombra il quesito iniziale, peraltro non sufficientemente dipanato dall’ironico suggerimento di Kenneth Clark, riportato nel testo: “Che cos’è la civiltà? Non lo so, ma credo di poterla riconoscere se ne vedo una: e ne sto guardando una adesso”.

Pablo López Luz, Vista Aerea de la Ciudad de Mexico 2016 © Pablo López Luz
Pablo López Luz, Vista Aerea de la Ciudad de Mexico 2016 © Pablo López Luz

DA THOMAS STRUTH A TREVOR PAGLEN

Ma in fondo di quale civiltà parliamo? Quella che oggi può contare su un suo doppio sintetico (Reiner Riedler, Max Anguilera-Hellweg), quella che può scegliere di perdersi in uno straripante sublime tecnologico (Thomas Struth, Vincent Fournier) o che può seriamente impegnarsi per la propria autodistruzione (An-My Lê, Mitch Epstein)? Come ha proposto Trevor Paglen, alla causa risulterebbe utile almeno preservarne la memoria per i posteri. Per questo, in collaborazione con i ricercatori del Massachusetts Institute Of Technology, ha già affidato al satellite EchoStar XVI, in viaggio nelle galassie, un archivio fotografico. Immagini che ci riguardano, in consegna alle prossime civiltà.

Marilena Di Tursi

William A. Ewing, Holly Roussell ‒ Civilization. Immagini per il XXI secolo
Einaudi, Torino 2018
Pagg. 352, € 75
ISBN 9788806238773
www.einaudi.it

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Marilena Di Tursi
Marilena Di Tursi, giornalista e critico d'arte del Corriere del Mezzogiorno / Corriere della Sera. Collabora con la rivista Segno arte contemporanea. All'interno del sistema dell'arte contemporanea locale e nazionale ha contribuito alla realizzazione di numerosi eventi espositivi, concentrandosi soprattutto sulla promozione dei giovani artisti pugliesi dal 1988 fino ad oggi. È autrice di numerose pubblicazioni e di testi critici di presentazione dell’opera di giovani artisti, contenuti in cataloghi redatti in occasione di mostre personali e collettive. Per conto della Fondazione Corriere della Sera, in qualità di membro del consiglio scientifico, ha curato cicli di incontri dedicati all’arte contemporanea nell’ambito dell’iniziativa “Da Est a Ovest Bari incontra il mondo” (2015/2016) e “Quanto è contemporanea l’arte contemporanea?” (2016, con Marco Scotini, Achille Bonito Oliva, Domenico Fontana, Marco Senaldi). Laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Bari, con una tesi in Storia dell’arte contemporanea, ha conseguito la specializzazione triennale in storia dell’arte medievale e moderna presso l’Università “La Sapienza” di Roma e il titolo di Dottore di ricerca in Documentazione, catalogazione, analisi e riuso dei beni culturali presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari. Insegna Storia dell’arte nel locale Liceo artistico.

LEAVE A REPLY