Si apre il Festival del Giornalismo Culturale. L’intervista a Nicola Lagioia

Si è aperto con una lectio di Nicola Lagioia il Festival del Giornalismo Culturale a Urbino, Fano e Pesaro fino al 28 ottobre. Lo abbiamo incontrato e gli abbiamo chiesto di approfondire il tema del suo intervento. Ovvero il futuro del giornalismo culturale. Ecco cosa ci ha raccontato.

Il festival del giornalismo culturale nel 2017
Il festival del giornalismo culturale nel 2017

Sesta edizione per il Festival del Giornalismo Culturale, manifestazione che si svolgerà in maniera diffusa tra Pesaro, Urbino e Fano fino al 28 ottobre 2018. La rassegna ideata, diretta e organizzata da Giorgio Zanchini e Lella Mazzoli è ormai diventata un must del settore, portando ogni anno ospiti autorevoli a discutere sulle tematiche legate alla natura e all’evoluzione del mestiere cui è dedicata. Tema 2018 è “Le parole della cultura: un vocabolario che si rinnova”. Quali sono le parole della cultura e quali le tecniche per raggiungere lettori, spettatori e ascoltatori? Come si comunica il nostro patrimonio artistico? In che modo raccontare la storia?, invitando protagonisti del settore come Piero Dorfles, Gregorio Botta, Flaminia Gennari Santori, Roberto Pisoni, Vittorio Sgarbi e anche il direttore di Artribune Massimiliano Tonelli. Quest’anno l’evento ha aperto con una lectio di Nicola Lagioia, tra gli scrittori più influenti del Paese e direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino dal 2016. Con La Ferocia, uscito nel 2015 per i tipi di Einaudi, ha vinto il Premio Strega. Lo abbiamo incontrato e parlato con lui del futuro del giornalismo culturale.

Partiamo dall’inizio: che ruolo ha l’intellettuale in questo presente?
Bisogna vedere che cosa si intende con il termine intellettuale. Siamo tornati ai tempi in cui una parte della classe politica mette mano alla pistola quando sente la parola intellettuale. Ma possiamo includere in questa definizione tutti coloro che non fanno un lavoro manuale. Un influencer ha la stessa responsabilità di un editorialista, ad esempio. E per sgomberare il dibattito da qualsiasi confusione possiamo anche dire che un politico non si guadagna la vita lavorando al tornio. Studia comunicazione, è un professionista della retorica, svolge dunque un lavoro intellettuale. Il ruolo dell’intellettuale nel presente offre quindi una visione più vasta rispetto a quella che avevamo di questa figura negli anni ’70 (qui era un maestro di vita e di cultura), ma è anche giusto che il termine nel XXI secolo abbia cambiato un po’ accezione.

Ok per la politica. Ma per l’opinione comune?
L’opinione comune è composita: a volte è un rompiscatole, o una figura socialmente importante perché si esprime in maniera libera e competente su questioni di interesse comune; prima alcuni dicevano che era un antiberlusconiano. Oggi per il senso comune è un nemico, un avversario e questa è una opinione che fa comodo al potere. Ma se l’intellettuale diventa un avversario è una cosa positiva.

Nicola Lagioia
Nicola Lagioia

Dunque è un problema soprattutto generazionale…Penso ad Alessandro Leogrande, che hai anche citato nel tuo intervento…
È sicuramente anche un problema generazionale. Come dicevo anche nel mio intervento, il momento storico sta facendo emergere una sorta di “autopercepita debolezza” dei giornali nazionali. I grandi giornali quasi ritengono di non essere abbastanza forti da puntare sulle firme giovani. Ripiegano pertanto sui venerabili maestri o su coloro che hanno vinto premi importanti o hanno venduto milioni di copie. Alessandro Leogrande (scomparso quasi un anno fa, Artribune lo ha ricordato qui ndr) non rientrava in queste categorie. Era solo bravissimo. Poi scriveva sui blog e sulle piattaforme, ma non sui maggiori quotidiani. Sembra quasi che questi abbiano paura di puntare su una firma giovane preferendone poi una bollita che di conseguenza non può essere più autorevole. Nel mio intervento facevo l’esempio delle recensioni, che realizzate con queste premesse muovono poi appena 20 copie. Poi certo, nel caso di Leogrande suona quasi un po’ ipocrita la celebrazione senza almeno qualche piccola ammenda.

Alessandro Leogrande
Alessandro Leogrande

Come la si paga questa cosa?
I giornali la pagano diventando sempre meno rilevanti. È vero, c’è stato il cambio di paradigma, c’è la questione di internet. Ma c’è anche una certa mancanza di coraggio. I giornali spesso non prendono posizione sulle grandi questioni culturali o artistiche. Non si prendono la responsabilità per esempio nel dire chi sono gli artisti o gli scrittori su cui puntare. Non sono i luoghi su cui si conducono le grandi battaglie culturali. Un esempio è stato offerto dalla recente Mostra del Cinema di Venezia: c’erano tantissimi argomenti su cui riflettere, Netflix, il Metoo, il successo del cinema Sud Americano, ma al di là della cronaca c’è stato pochissimo dibattito culturale. Questa debolezza autopercepita di cui parlavo prima diventa così una sorta di profezia che si avvera, fino al paradosso: il giornale segnala, ad esempio che un tale influencer con un numero esponenziale di follower ha preso posizione su un oggetto culturale, invece di assumere su di sé questa responsabilità.

Ma non credi che forse le questioni culturali vengano considerate poco interessanti?
Più che poco interessanti, innocue. Lo spazio per la cultura c’è ma è soprattutto una vetrina. Si predilige l’idea della segnalazione di ciò che esce, ha successo, più che innescare questo successo. È una cosa più edulcorata che però ha come risultato quello di svilire proprio la cultura.

C’è corrispondenza tra queste scelte e i gusti del pubblico?
In realtà no. Le classifiche dei libri offrono oggi spunti per interessanti riflessioni. Non ci sono più solo i libroidi, ma i libri veri e propri. Uno di questi è M. il figlio del secolo, un libro di Antonio Scurati che ha addirittura raggiunto il primo posto in classifica. M. è un libro di 800 pagine, che non ha avuto un grande battage, ma evidentemente – visto anche il periodo di transizione e difficile decifrazione del presente – interessa ai molti che sono tornati alla cultura per avere una minima bussola sul momento che stiamo vivendo.

Oggi peraltro le questioni culturali ed identitarie sono diventate attualissime…La cultura può davvero offrire degli importanti strumenti per comprendere il momento…
Esattamente. Ci sono poche cose lontane da me come la Lega, ma sarei stato felicissimo di leggere un reportage ben fatto sulla campagna elettorale della Lega scritto da un bravo giornalista. La cultura prima di tutto non è giudicare, ma capire i fenomeni. Se l’avesse realizzato ad esempio uno scrittore come Walter Siti credo che sarebbe stato venduto in tutto il mondo.

Il mondo anglosassone si distanzia dal nostro “modello”?
Sicuramente loro investono molto di più sul long form. Anche i francesi. Li finanziano. Qui è tutto a spese tue. Il famoso reportage di David Foster Wallace, Shipping Out, su una settimana di crociera ai Caraibi è stato commissionato da Harper’s, così come i reportage di William Langewiesche sulle nuove guerre (Esecuzioni a distanza, poi pubblicato da Adelphi) sono stati commissionati dalla rivista The Atlantic. Insomma, una impostazione più professionale che poi rientra nelle spese perché questi giornali vendono in tutto il mondo.

E le recensioni che ruolo hanno?
Le recensioni spostano pochissimo, almeno per i libri. Sono delle segnalazioni nella maggior parte dei casi. Anche perché molto spesso ciò che avviene è che chi le deve scrivere non ha molto tempo per pensare a ciò che scrive. Legge il libro di fretta, scrive di fretta (anche per bruciare i competitor), non c’è il tempo di parlare con l’autore, di trovare una chiave per raccontare il libro, va tutto troppo veloce. E questo scarso approfondimento fa sì che poi la recensione pesa molto poco. E pertanto funziona poco.

Come ne usciamo?
Ci vorrebbe uno come Lester Bangs per la musica. Bangs si appassionava, ti faceva capire che quando scriveva era sincero. Se ci fosse un approccio più caldo, più artistico, nella lettura delle opere d’arte sono sicuro che sposterebbe qualcosa. Farebbe la differenza.

-Santa Nastro

Urbino, Pesaro, Fano// fino al 28 ottobre 2018
Festival del Giornalismo Culturale
Sedi varie

http://www.festivalgiornalismoculturale.it/

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.