A Roma arte, illustrazione e nuovi progetti di condivisione fanno rivivere Palazzo Nardini (50 anni dopo l’occupazione femminista)

Il monumentale palazzo tardo-quattrocentesco del rione Parione fu occupato nell’ottobre 1976 dal movimento femminista: nasceva così la prima Casa della Donna in Italia. Oggetto di un complesso restauro conservativo, l’edificio tornerà a essere un luogo di incontro e confronto. Intanto rende omaggio al femminismo. Con una graphic novel e installazioni d’artista


È uscita solo da qualche giorno in libreria Margherita, graphic novel che dal 9 ottobre tutti possono sfogliare per tornare indietro nel tempo, a cinquant’anni fa, quando un drappello di donne intenzionate a farsi ascoltare occupava pacificamente Palazzo Nardini, per farne la prima Casa Internazionale della Donna in Italia.

La Casa della Donna a Palazzo Nardini: 50 anni fa l’occupazione del movimento femminista

Era il 2 ottobre del 1976, e così iniziava un’esperienza essenziale nel processo di costituzione e rafforzamento del movimento femminista, in una fase della storia civile italiana significativa per la trasformazione del rapporto tra società maschile e mondo femminile.
Nel grande palazzo romano di fondazione tardo-quattrocentesca, attualmente in fase di restauro conservativo (un complesso cantiere che sta portando alla riscoperta di importanti testimonianze storiche e artistiche della fase rinascimentale), i collettivi femministi restarono fino al 1984, quando traslocarono alla volta di una nuova destinazione stabile, sulla sponda opposta del Tevere, nel complesso monumentale del Buon Pastore.
Ed è la storia di quegli anni – attraverso le voci delle donne che si incontravano nel cortile, lungo i corridoi e nelle innumerevoli stanze dell’edificio per confrontarsi sul mondo e maturare una coscienza collettiva nel frangente di molte battaglie cruciali – ad animare le illustrazioni di Margherita. Il sogno tra le stanze di Palazzo Nardini, edito da Round Robin, scritto da Maria Giovanna Esposito e illustrato da Chiara Meneghetti.

“Margherita”: una graphic novel per raccontare l’occupazione di Palazzo Nardini

Il racconto inizia dalla fine: è il settembre del 1984, e Susy, vent’anni, attraversa per l’ultima volta le stanze di Palazzo Nardini, ormai destinato allo sgombero. I ricordi di quello che è stato si riaccendono: il suo arrivo nel palazzo nel ‘76, in fuga da una famiglia segnata dalla violenza del padre; e la scoperta di una comunità di donne capace di trasformare dolore e paura in lotta, libertà e coscienza collettiva. È quindi Susy ad accompagnare il lettore dentro gli anni di grande fermento del movimento femminista italiano. Ma la scrittura del plot è direttamente ispirata alle vere testimonianze dell’epoca, che l’autrice ha raccolto per restituirle in chiave accessibile e attrattiva anche (soprattutto) per le nuove generazioni, non a caso scegliendo il linguaggio dell’illustrazione per potenziare il messaggio del racconto.

Una tavola della graphic novel Margherita
Una tavola della graphic novel Margherita

Palazzo Nardini 50 anni dopo. Verso una nuova vita di condivisione

Non è casuale neppure il timing della pubblicazione. Lo scorso 2 ottobre, a Palazzo Nardini, sebbene ancora in cantiere, si sono celebrati i 50 anni dall’occupazione femminista, con una giornata di incontri, approfondimenti, arte e proiezioni (del docu-film Le cose in frantumi luccicano, sulla storia dell’occupazione del palazzo). Oltre alla presentazione di Margherita, la programmazione ideata da WoW Foundation – fondazione dedita alla giustizia universale, alla cultura della pace e alla parità attraverso la promozione delle arti e di programmi di studi di genere ed educazione sessuo-affettiva – con sede a Palazzo Nardini – ha previsto un incontro con le scuole, per confrontarsi con temi ancora oggi attuali: la conquista dei diritti, la partecipazione, il ruolo dei consultori e dei centri antiviolenza, il valore della memoria come strumento di cittadinanza. “Il 2 ottobre 1976, alcune donne aprirono quel portale su via del Governo Vecchio e presero possesso di questo corpo abbandonato. Per abitarlo. Per trasformarlo in uno spazio del possibile”, sottolinea Andrea Mei, fondatore della fondazione e coinvolto nel recupero di Palazzo Nardini “Questo palazzo è uno scrigno. E le storie che contiene non appartengono a chi lo possiede: appartengono a chi le ha vissute, e poi, attraverso di loro, a tutte e a tutti noi. Mi sono trovato nella posizione di poter immaginare la prossima incarnazione di questo corpo. Una responsabilità che cerco di meritare”. Ecco perché WoW (World of Women), “sarà l’anima della nuova vita di Palazzo Nardini: un luogo di cultura aperto al pubblico, un laboratorio di immaginazione politica, uno spazio in cui il personale torna a essere collettivo e il passato si fa bussola per il futuro”, prosegue Mei.

Le opere site-specific di Marinella Senatore e Davide Dormino per Palazzo Nardini

Intanto, proprio la giornata commemorativa del 2 ottobre ha svelato le installazioni site-specific concepite per il cortile del palazzo da Marinella Senatore (Salerno, 1977) e Davide Dormino (1973). Senatore è intervenuta con due nuove opere che elaborano elementi centrali nella sua ricerca – la parola e la luce – in relazione allo spazio che ora si trovano ad abitare. La differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia, riprendendo una celebre frase di Carla Lonzi (da “Sputiamo su Hegel”, 1970), si rivela come installazione luminosa in un ambiente di passaggio verso il cortile centrale, invitando a riflettere sull’assenza delle donne dalla costruzione della narrazione storica per bocca maschile e, al tempo stesso, introducendo quella voce nello spazio pubblico. La luce diventa così strumento di apparizione, di trasmissione e di presa di parola. Nel cortile, Bodies in Alliance elabora il tema della luminaria caro all’artista, modificando la percezione dello spazio e invitando chi lo vive o lo percorre a raccogliersi, in una dimensione permeabile e condivisa (la frase “Bodies in Alliance”, incorporata nella struttura del rosone, rende esplicita questa dimensione, citando Judith Butler). Senatore ha dunque lavorato nello spazio “non per monumentalizzare la memoria del luogo, ma per riattivarla”, rinnovando la vocazione stessa di questo cortile, spiega.
Coro di Dormino riproduce in acciaio corten gli occhi di quattordici grandi donne italiane che hanno aperto gli occhi e invitano tutti gli altri a farlo, ampliando per tutte e tutti noi gli orizzonti del possibile. Un coro di sguardi che hanno nome e cognome: Maria Montessori, Grazia Deledda, Lina Merlin, Anna Magnani, Rita Levi Montalcini, Nilde Iotti, Margherita Hack, Goliarda Sapienza, Tina Anselmi, Oriana Fallaci, Franca Rame, Carla Lonzi, Alda Merini, Michela Murgia. Donne che si sono autodeterminate percorrendo strade divergenti. Le sagome degli occhi sono state disegnate a mano e ritagliate al plasma, una a una: “Si è creata una connessione con ciascuna delle donne ritratte. Un solo attimo di deconcentrazione e la fluidità della forma è perduta. Allo stesso modo, noi uomini dobbiamo rimanere connessi con l’altro sesso e concedere prima di tutto a noi stessi il tempo della riflessione e del riconoscimento”, sottolinea Dormino.
Adesso, tutte e tutti insieme, si può attendere la nuova vita di Palazzo Nardini.

Livia Montagnoli

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