Garfield & Co. Il lato sbagliato degli Anni Ottanta (e non solo)

Nato dall’immaginario di Jim Davis quarant’anni fa, Garfield è il gatto cinico e opportunista che riflette l’epoca da cui proviene. Qui una possibile interpretazione del legame fra il personaggio a fumetti e gli Anni Ottanta.

Garfield, dettaglio
Garfield, dettaglio

Il 20 gennaio 1981 cominciava la presidenza Reagan, che avrebbe portato radicali cambiamenti nell’economia e nello stile di vita degli Stati Uniti, così come del mondo intero. L’opportunità di diventare ricchi sembrava accessibile a chiunque. In realtà fu un’epoca di vuotezza e ipocrisia, superficialità e debolezza, di cui ancora oggi portiamo i segni. Ideando l’universo di Garfield, Jim Davis ne comprese i limiti, con un’ironica visione a metà fra Shakespeare, Nietzsche e Umberto Eco.
Garfield nasce precisamente nel 1976, più o meno quando Gordon Gekko concludeva la sua prima speculazione immobiliare guadagnando 800mila dollari, che all’epoca gli sembrarono tutto il denaro del mondo. Jon Arbuckle, scombinato padrone di Garfield (ma forse è il gatto che spadroneggia su di lui), tutto il denaro del mondo non riesce nemmeno a immaginarlo. Semplicemente, è rimasto tagliato fuori dal nuovo corso. Ed è il volto più umile e quasi commovente di un’America che illudeva se stessa e il mondo.

COSCIENZA SPORCA O ANTICOSCIENZA?

Negli Anni Ottanta non si è, ma si appare. Si sfoggia, si grida, ci si esibisce; si deve, insomma, essere sempre al centro dell’attenzione. Chi non lo fa, qualunque ne sia il motivo, resta ai margini di una società rumorosa, materialista, e francamente infantile. Disegnando il gatto Garfield e l’universo umano che gli ruota attorno, Jim Davis scava nella vuotezza di un’epoca che sembrava perfetta: bella, ricca, giovane, simpatica, intraprendente. In realtà, aveva il denaro come religione e la pubblicità come Bibbia, la competizione sociale era spinta al limite nello sfoggiare abiti firmati o firmare conti a tre zeri nei locali alla moda, e, nella sua scala di valori, il nozionismo mandato a memoria stava più in alto della cultura. Il gruppo, che sia di lavoro o di amici, supera la famiglia, schiaccia il concetto di individuo, ridisegna la società e le relazioni, stabilisce l’in e l’out. Sempre all’insegna del cinismo. E il cinismo di Garfield è lo specchio di una società materialista, dove l’ingenuo, lo svantaggiato, il sognatore, o più semplicemente il timido, vengono tagliati fuori.
Davis critica una società che istiga, e in fondo obbliga, ad aggredire gli altri per poter ottenere qualcosa, essere qualcuno, quando in realtà non siamo nessuno. Le vignette di Davis toccano atmosfere di drammatica tristezza, con quegli sfondi vuoti che quasi sempre avvolgono l’esistenza di Jon e che sono la metafora di una solitudine pesante più del piombo. Quella che circonda chi non è abbastanza scafato per inventarsi una maschera.

L’ANTIMODERNITÀ DEGLI ANNI OTTANTA

Garfield osserva, commenta, critica, ma fondamentalmente non muove una zampa per cambiare qualcosa. Un esempio per tutti, il suo rapporto con la televisione: ne riconosce l’inutilità e la scarsa qualità, ma non riesce a fare a meno di guardarla, in questo sentendosi, a volte, anche appagato. Per citare un concetto del filosofo Salvatore Veca, Garfield cerca di distinguere, pur all’interno della felicità privata, mentre Jon è ormai apatico anche nei giudizi. Jon è una causalità negativa, per citare Nietzsche, è un esponente tipico del “pensiero debole”, accetta passivamente il destino e la destinazione. E fu con il cosiddetto pensiero debole che iniziò la fine della modernità, e oggi, a quarant’anni di distanza, scopriamo come, attraverso le strisce di Garfield & co., Davis abbia trovato il paradossale punto debole dei ruggenti Anni Ottanta: l’indebolimento, e spesso anche la scomparsa, del senso critico, di quel dubbio di cartesiana memoria che aveva preceduto l’Illuminismo e aperto la strada al progresso sociale prima ancora che tecnico e scientifico. A metterlo definitivamente all’angolo, negli anni dell’edonismo reaganiano, la società dei consumi e il martellare della pubblicità, la nuova Bibbia da cui escono le verità rivelate, quelle che, nella sostanza, avevano imbrigliato la società antica. Un regresso spirituale e intellettuale che oggi, con il ridicolo ma dilagante fenomeno della falsa informazione (ben peggiore di una fake news diffusa per scherzo sui social), trova piena attuazione. In definitiva, dal 1980 stiamo ancora tornando indietro.

SUSSULTI CREATIVI TRA STATI UNITI E ITALIA

Eppure, quando Garfield vide la luce, gli Stati Uniti ebbero un ultimo sussulto di creatività che, quando si dice il caso, coincise con i quattro anni dell’inefficace presidenza Carter; in un decennio che aveva visto la disfatta in Vietnam e la conseguente “ripresa” dell’Unione Sovietica, il Paese, o almeno una sua ristretta minoranza, cercava di “staccare la spina”, di ripensare una società che si prendeva troppo sul serio, stemperandone i malesseri. Messi da parte gli ideali hippy e la Factory di Andy Warhol, che era ormai diventata un puro fenomeno commerciale, si cercavano punti di vista alternativi per capire la società: nella cenciosa e violenta New York della fine degli Anni Settanta, il Village straripava di musicisti come i New York Dolls, i Television, i Ramones che usavano il kitsch, il caos e una certa aria sediziosa per ridiscutere la politica, il costume, la cultura il sesso, mentre dagli studi della NBC presso il Rockefeller Center il Saturday Night Live (precursore di Quelli della notte), con John Belushi, Chevy Chase e Jane Curtin, faceva lo stesso con un taglio più ironico.
Per coincidenza, anche in Italia accadeva qualcosa di simile, con un cinema quasi surreale, e che ebbe in Renato Pozzetto e Adriano Celentano un’inedita e convincente coppia, ma anche volti più intellettuali come Maurizio Nichetti, oppure anche Beppe Viola, espressione di una città diversa, fatta di angoli d’osteria e voli d’aquiloni, fra ironia e anticonformismo. In più, c’era la “demenzialità” della televisione di Renzo Arbore. Avessero vinto loro, forse gli Anni Ottanta sarebbero stati diversi.

La solitudine di Jon
La solitudine di Jon

APOCALITTICI E INTEGRATI

Se la malinconia è una condizione raggiunta con il pensiero, dopo attenta e distaccata analisi del mondo, per scoprirne le miserie, la tristezza è la sensazione emotiva di chi, pur intravedendo nel mondo qualcosa di positivo, non riesce a raggiungerlo. E triste è, fondamentalmente, lo stato d’animo di Jon, ma di una tristezza che commuove per quel fondo di speranza e ottimismo che alberga nel suo animo. Spera infatti, un giorno, di poter far parte anche lui della vita (che sembra) vera, quella che gli scorre sotto gli occhi ma non riesce ad afferrare. In questo senso, volendo citare Umberto Eco, Jon è un “integrato”, cioè un individuo che della cultura di massa ha una visione ingenuamente ottimistica. Garfield, all’opposto, è un “apocalittico”, con il suo atteggiamento critico e cinico nei confronti della società. Mentre Bret Easton Ellis e Jay McInerney raccontano la sfavillante New York del Dorsia e del CBGB, Davis indaga oltre gli invisibili confini della solitudine, guarda con indulgenza a chi non riesce a realizzare i propri sogni, a chi è nato nel posto sbagliato con il carattere sbagliato, a chi, insomma, preferirebbe scendere alla prossima fermata. Come certi personaggi di Raymond Carver, Jon lascia che la vita gli scorra accanto: novello Amleto, si chiede se, al punto in cui sono giunte le cose, sia più sbagliato essere oppure non essere.
Pur ultraquarantenni, i fumetti di Davis sono ancora estremamente attuali, in una società che ha saputo soltanto approfondire la sua superficialità; sono episodi di resistenza, anche se passiva nel caso di Jon: non combatte, ma nemmeno è complice. Oggettivamente, di più non poteva fare.

Niccolò Lucarelli

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.