Dal Medioevo alla peste alle fake news. Il saggio di Chiara Frugoni

Il nuovo libro di Chiara Frugoni individua una serie di parallelismi tra le paure medievali e le dinamiche dei giorni nostri. Pandemia inclusa.

Carlo Bononi, San Ludovico scongiura la peste, 1632. Vienna, Kunsthistorisches Museum, Gemäldegalerie
Carlo Bononi, San Ludovico scongiura la peste, 1632. Vienna, Kunsthistorisches Museum, Gemäldegalerie

Durante il primo lockdown, e dopo gli annunci del dilagare inesorabile del virus, le letture più rispolverate furono sostanzialmente due: La peste di Albert Camus e Il Decameron di Giovanni Boccaccio. Due storie che riflettono due diversi approcci al male. In tutte e due le letture domina una paura generata da una punizione biblica che, a sua volta, indica una presa di posizione nei confronti di una natura specchio della volontà divina, determinata a punire l’uomo per la sua tracotanza. La crisi della sovrapposizione della volontà umana al divin volere s’avverte nel senso di colpa dell’uomo contemporaneo per gli sconvolgimenti climatici. Espiata con l’adesione al radicalismo neo-ecologico, la colpa umana configura il peccatore contemporaneo. In questa nuova ottica non è difficile trovare un parallelo con le paure medievali riemerse dall’inconscio della cultura occidentale.

IL SAGGIO DI CHIARA FRUGONI

Chiara Frugoni innesca una consapevole trasposizione delle paure “dell’infanzia storica” del Medioevo nel suo recentissimo Paure medievali. Epidemie, prodigi, fine del tempo. Da studiosa del Medioevo la Frugoni sposta lo sguardo dal paesaggio fisico a quello mentale quasi trovando la ragione psicologica delle sciagure dipinte nel “Malgoverno” da Lorenzetti a Siena. Dividendo il libro in cinque capitoli, i principali timori medievali sono riscrivibili con le parole delle moderne xenofobie, razzismi e catastrofismi e riscontrabili nel ripristino di oscure superstizioni spesso giustificate da una pseudo sapienza antropologica. Il saggio di Chiara Frugoni corregge queste aberrazioni esaminando le fonti per centrare la questione. Appoggiandosi a un affascinante supporto iconografico, con raffinatezza filologica usa questo supporto come strumento esegetico. L’immagine qui non solo testimonia, ma genera anche un rovesciamento dell’universale nel particolare, che l’autrice chiama ad esempio, sempre per chiarire concetti e mai per instillare enfasi morale nel testo. La Frugoni, infatti, anche quando s’è dedicata allo studio delle iconiche santità di Francesco e Chiara non ha mai ceduto alle lusinghe della facile retorica pauperista. Le regressioni paventate nel 2006 da Umberto Eco nel saggio A passo di gambero qui sono implicite ma non meno evidenti affioramenti e fanno di Paure medievali un libro imprescindibile per chi vuole rivedere con occhi disincantati la qualificante tradizione “cristiana” europea. Se di tradizione si tratta, questa è quella sottoposta rettifica della ricerca filologica che, libera dalle superstizioni, fa scorrere limpidi i fatti nella storia definendo quelle mentalità che, nel tempo, si trascinano dietro timori e meraviglie ancestrali. Come succede in una lingua, le paure sono parole che, mutando, trattengono tracce di spettri e ossessioni, parole pronte a dar voce a pregiudizi e paranoie.

Chiara Frugoni ‒ Paure medievali. Epidemie, prodigi, fine del tempo (Il Mulino, Bologna 2020)
Chiara Frugoni ‒ Paure medievali. Epidemie, prodigi, fine del tempo (Il Mulino, Bologna 2020)

DAL MEDIOEVO AI CAMBIAMENTI CLIMATICI

Ecco, quindi, che Le cronache dell’anno Mille di Rodolfo il Glabro, pur fornendo una visione di un mondo medievale subordinata alla minaccia dell’ira divina, restituiscono quelle antiche preoccupazioni a una umanità contemporanea soggetta agli effetti dei cambiamenti climatici. In egual misura, e forse in modo più calzante viste le recenti evocazioni, il terrore dell’Islam e la conseguente chiamata alle armi per una crociata ancora oggi risuonano dell’odio espresso allora nella lettera che Pietro il Venerabile scrisse nel 1146 al re di Francia: “Se sono da detestare i saraceni […] Non invito, dico ad ucciderli, ma esorto a punirli con una misura appropriata alla loro malvagità”. E questo destino il Venerabile lo augurava anche agli ebrei. Mutatis mutandis la paura della fame e della povertà sopravvivono nei deliri del consumismo contemporaneo, che ha trasformato la dignità di vivere in arrogante benessere. Infine, la paura delle malattie per cui i lebbrosi, dice lucidamente

LA MALATTIA IERI E OGGI

Chiara Frugoni, “erano circondati anche da un’aura di peccato, spesso ridotti in questo stato per volere di Dio, e incolpati di avere un appetito sessuale irrefrenabile. Si riteneva che i loro corpi guasti riflettessero la corruzione dell’anima proprio come l’AIDS”. Interdetto è il malato, poiché corrotto dall’anomalia, e merita di essere bandito e isolato ma anche un soggetto a cui applicare la formula cristologica della guarigione. Nel Medioevo però è la “corruzione dell’aria” a determinare il flagello più temuto: la peste. Senza abbandonarci a ovvi parallelismi con la pandemia di Coronavirus, questo capitolo riporta un corollario di comportamenti generati da oscure convinzioni. Le cronache del Villani che descrivono la peste del 1347 a Firenze sono la fonte diretta per capire da quale ambiente malsano stavano fuggendo i novellieri del Decameron boccaccesco. Uno scenario catastrofico di cui si cercano le cause proprio in quell’oriente lontano dei Tartari che, per sentito dire, aveva generato il morbo da: “uno fuoco uscito di sottoterra […]”, un’ira divina da placare con solenni processioni. Il problema fu che questi assembramenti (pensate un po’) facevano aumentare i contagi come illustrano i preziosismi tardo gotici dei fratelli Limbourg nel famosissimo Les très riches heures du duc de Berry (1412-16). Le cattive abitudini andavano così di pari passo con le false credenze che spesso incastrano la colpevolezza della propria impotenza in una spirale disperata di violenza verso nemici immaginari. Chiara Frugoni, per calcare la mano su questo aspetto, sul finire del saggio cita i versi della canzone di Vinicio Capossela La peste, mostrando la tragica analogia fra le credenze medievali e le odierne fake news. Nel 1348 s’incolpavano gli ebrei di diffondere il morbo come oggi i cinesi. Capossela canta: “È arrivata prima che cadessero le nazioni. Corre nella rete, è sangue, è orgia, è fornicazione. Individualista e collettiva infetta di rabbia e saliva, attacca dento il discernimento, abbassati sullo schermo nella rivolta inerte”.

‒ Marcello Carriero

Chiara Frugoni ‒ Paure medievali. Epidemie, prodigi, fine del tempo
Il Mulino, Bologna 2020
Pagg. 400, € 40
ISBN 9788815290649
www.mulino.it

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Marcello Carriero
Marcello Carriero (1965) si occupa di critica e storia dell’arte dal 1994. Ha scritto sulla cultura visiva contemporanea sulle riviste Arte e Critica, Arte, Exibart, e ha pubblicato l’unica monografia completa sul futurista Volt (Ed. Settecittà, Viterbo 2007). Attualmente docente di Storia dell’arte contemporanea e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Palermo, ha collaborato con il sociologo Manuel Anselmi alla raccolta degli scritti di Eugenio Battisti e alla stesura del volume "Iconologia ed ecologia del giardino e del paesaggio" (Olschki, Firenze 2004) curata da Giuseppa Saccaro del Buffa. Come consulente per le arti visive del Festival di Drammaturgia Contemporanea "Quartieri dell’Arte" ha curato nel 2006 "Healing" di Jochen Dehen e John Bock, spettacolo in prima mondiale; nello stesso anno presenta con un suo testo "Cloudless", un’installazione di Loris Cecchini al Palais de Tokyo di Parigi. Nel dicembre 2009, con la mostra "La testa tra le nuvole" (Viterbo, sedi varie), mette a confronto diversi linguaggi dell’arte contemporanea sul tema dell’immaginazione pura. A Palermo ha curato la mostra personale di Lucio Pozzi presso Rizzutogalley, dove è stato presentato "Inventory Game", opera fondamentale del 1968. Nel 2018 cura un ciclo di mostre a Palazzo Oneto di Sperlinga come evento collaterale di Manifesta 12.