L’ultimo fumetto di Martoz – realizzato insieme a Lorenzo Palloni – è una crime story che parla di mafia e razzismo. Un racconto ispirato alla nostra realtà, che abbiamo approfondito con l’autore nell’ultimo numero di Artribune Magazine. Ecco l’intervista integrale.

Martoz (al secolo Alessandro Martorelli) è nato ad Assisi nel 1990. Nome di punta della nona arte italiana, è da poco in libreria con un nuovo fumetto: una crime-story a sfondo sociale. Lo abbiamo intervistato e ci siamo fatti lasciare una tavola inedita.

Cosa vuol dire per te essere fumettista?
Il fumetto è la possibilità di raccontare, di creare mondi. Nel fumetto sei regista, scenografo, costumista, sceneggiatore, light designer. Sei spaventosamente libero di creare. Credo che essere fumettisti significhi poter dare vita a cose che altrimenti non esisterebbero. È la mia forma preferita di comunicazione visiva e, per certi versi, riassume in sé tutte le altre.

Sei riconosciuto per i tuoi disegni “spigolosi”: giochi di linee inquiete che deformano la figura puntando tutto sull’effetto emozionale. Cosa ti piace raccontare con le tue immagini?
Le sensazioni: quelle dei personaggi, quelle dei lettori e le mie. Trovo che il disegno “deformato”, a volerlo sintetizzare così, sia più realistico di quello realistico, più rappresentativo ed efficace. Mi piacciono i disegni vivi.

In quanto alle tecniche, sembri a tuo agio sia con le grandi dimensioni – come dimostrano le tue scorribande nella Street Art – che su tela, carta e formati ridotti.
La maggior parte del tempo agisco su carta ma non per questo si tratta del terreno più facile. Devo dire che la Street Art, data la sua rarità, rappresenta per me un evento speciale, una festa, una gita fuori porta. Un’ottima scusa, tra l’altro, per allontanarsi dalla scrivania. Mi piace dipingere sul cemento nudo e piatto, accarezzarlo, starci insieme. Quando mi commissionano una pittura murale, per forza di cose passo giornate intere abbracciato alla (malcapitata) parete ed è sempre la storia di una piccola amicizia. Pulire il muro, preparare l’acqua e il telo per proteggere il pavimento, mescolare i colori: è un rito a dir poco religioso.

Un ritratto di Alessandro Martorelli, in arte Martoz
Un ritratto di Alessandro Martorelli, in arte Martoz

IL FUMETTO TERRANERA DI MARTOZ E PALLONI

Il tuo ultimo fumetto (scritto insieme a Lorenzo Palloni) si chiama Terranera ed è uscito da poco per Feltrinelli Comics. Me ne parli?
Si tratta della difficile storia di tre giovanissimi migranti che “lavorano” in un campo di pomodori gestito dalla camorra. Oltraggiati da un Paese inospitale, vengono coinvolti in un tour criminale lungo lo Stivale, costretti con la forza da un camorrista spietato a incendiare una serie di discariche. È una storia dura (solo in parte distopica) che racconta un’Italia oscura e incapace di integrare. Un territorio dove i diritti sembrano ereditari più che universali, il che mette a repentaglio quelli di tutti.

Da dov’è nata l’idea di una “crime story” di questo tipo?
Da una serie di notizie simili riguardanti “misteriosi incendi in discarica” che Lorenzo lesse anni fa, ma che ritornano regolarmente nella cronaca. Quella della gestione dei rifiuti è una macro-questione italiana. Lorenzo ha immaginato un commando con l’incarico di compiere un tour incendiario e il cortocircuito giusto è nato quando abbiamo pensato di unire questa questione a quella dei migranti.

Quanto credi ci sia ancora bisogno, oggi, di sottolineare le asperità del nostro sistema politico e culturale anche attraverso un linguaggio apparentemente spensierato come quello dei balloon?
Ora più che mai. Oggi tutto corre veloce, nessuno ha mai tempo e si legge poco. Il fumetto è uno strumento agile, perfetto per veicolare contenuti attraverso l’intrattenimento. Ha anche un’arma in più rispetto ai settori del cinema e delle serie tv: il fumetto è un mondo piccolo che non subisce censura, il che lo rende più “pericoloso”.

La tavola di Martoz per Artribune Magazine #56
La tavola di Martoz per Artribune Magazine #56

MARTOZ E I FUMETTI

Non è la prima volta che collabori con Palloni ai testi. Nonostante questo, quali sono state le difficoltà da parte tua a incastrarti all’interno di una sceneggiatura così ordinata e stretta?
È stato un sacrificio necessario, una sfida avvincente. Quindi sì, è stato difficile adattarmi a una griglia tanto regolare. A dire il vero non è mai facile disegnare quel che ha scritto qualcun altro. Essendo Terranera un fumetto che racconta il nostro Paese, ho pensato di esaltare i tratti realistici del mio approccio al disegno: volevo qualcosa di più concreto, che permettesse al lettore una maggiore immersione. La cosa più difficile è stata tenere fede a questa “tensione realistica”, perché solitamente faccio il contrario: piego la realtà ai miei disegni!

Più in generale, come si fa a rendere una storia il più possibile immaginifica ed evocativa, rimanendo saldi a un tema così attuale e reale?
Credo rinunciando al realismo, anche se non esiste un modo univoco. Per noi è stato vincente il rapporto tra i miei disegni pazzi e la griglia regolarissima, tra l’ordine di Lorenzo e la mia tendenza distruttiva. Come ho accennato all’inizio, è proprio questa deformazione surreale che rispecchia maggiormente l’animo umano e che ci porta emotivamente più vicini alla questione trattata. L’approccio di Terranera non è giornalistico, forse per questo risulta tanto evocativo: volevamo denunciare un’inquietante alterazione che aveva preso a serpeggiare nella popolazione durante il cosiddetto “Conte I” e che, probabilmente, non si esaurisce nell’unica definizione di razzismo.

Per concludere: come vedi il domani, e quanto pensi che la pandemia ci abbia cambiati?
Sono abbastanza pessimista, o forse solo arrabbiato con certi miei simili. Ripongo grandi speranze nella cultura e nell’informazione. La pandemia non ci ha cambiati più di tanto, non abbastanza.

Alex Urso

Martoz e Lorenzo Palloni – Terranera
Feltrinelli Comics, Milano 2020
Pagg. 144, € 16
ISBN 9788807550515
www.lafeltrinelli.it

Versione integrale dell’articolo pubblicato su Artribune Magazine #56

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Alex Urso
Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania). Tra le istituzioni con cui ha collaborato in questi anni: Zacheta - National Gallery of Art di Varsavia, Istituto Italiano di Cultura di Varsavia, Padiglione Polacco - 16. Mostra Internazionale di Architettura Biennale di Venezia, Fondazione Benetton (catalogo “Imagus Mundi”), Adam Mickiewicz Institute. Nel 2017 è stato curatore della “Biennale de La Biche”. Dal 2014 scrive di arte per Artribune. Sempre per Artribune cura “Fantagraphic”, la rubrica di fumetti del sito. Suoi articoli e testi critici sono apparsi su cataloghi e testate di settore nazionali e internazionali.