Leonardo Sciascia e le arti visive. Il libro di Giuseppe Cipolla

A 100 anni dalla nascita dello scrittore siciliano, il libro di Giuseppe Cipolla analizza il complesso rapporto tra Leonardo Sciascia e il mondo delle arti.

Leonardo Sciascia alla noce, 1986. Photo Angelo Pitrone
Leonardo Sciascia alla noce, 1986. Photo Angelo Pitrone

Esce in concomitanza del centenario della nascita di Leonardo SciasciaAi pochi anni felici”. Leonardo Sciascia e le arti visive. Un caleidoscopio critico di Giuseppe Cipolla. In questo libro Cipolla riesamina tutti i testi di Leonardo Sciascia dedicati alle arti visive. Nel libro si delinea un bilancio sulla forma e lo stile dell’attività critica di Sciascia, un’attività corposa spronata dal giudizio immediato, prima frammentario e istintivo e mai scollato dal significato di un’opera d’arte, un giudizio attento al procedimento costruttivo dell’edificio della critica d’arte che non si compiace del contributo estetico o storiografico, ma semmai si riconosce in quanto stile letterario.
Sciascia amava un’interpretazione che rinvia a un contesto, a una situazione in cui avviene l’enunciazione, una deissi che prende le mosse dalla prosa longhiana e che predilige la prefigurazione. Dice in proposito Cipolla: “A un primo sguardo appare chiaro che la sua scrittura, così sovente costruita come differimento continuo di un enigma, sembra spesso avere al proprio centro la propulsione che le viene dal pensiero di un’immagine, al modo di un suo segreto svolgimento. Lo stesso interesse, allora, emerge in prima istanza dalla fascinazione per un materiale recepito come una possibile chiave, una soluzione per la sua complessa ermeneutica autoriale”.

SCIASCIA E LE OPERE D’ARTE

La descrizione delle opere d’arte da parte di Sciascia è una scrittura d’arte “ecfrastica”, colta ed elegante, ricercata e letteraria, mutuata da quegli autori che collaborarono alla rivista interdisciplinare Galleria.
Questo libro di Giuseppe Cipolla ha il pregio di presentare i diversi ambiti d’interesse per le arti da parte dello scrittore siciliano, un interesse che si disloca in diversi scritti e che abbraccia diversi temi a cominciare dall’arte antica sino alla fotografia, verso la quale Sciascia dimostra un particolare coinvolgimento nel dialogo con Ferdinando Scianna. Intorno al 1965 lo scrittore inizia, infatti, l’indagine visivo-letteraria di ogni piccolo centro della Sicilia, quando incontra il giovanissimo fotografo Scianna con il quale comincerà una lunga collaborazione, da cui nasceranno monografie illustrate tra le quali Feste religiose in Sicilia è forse la più nota. L’approccio con l’arte contemporanea di Sciascia si fondava, invece, sull’avversione per le avanguardie. Sciascia, infatti, diffidava delle tendenze astrattiste manifestando invece il suo interesse per tutte le esperienze contemporanee che andavano verso il recupero del figurativismo; la sua posizione sulle avanguardie, a eccezione delle opere di René Magritte, è chiara: “Qualcosa di Bouvard e Pècuchet (gli sfortunati personaggi di Gustave Flaubert) sempre traspare nei gruppi che promuovono movimenti d’avanguardia. I singoli possono essere dei geni o dei cialtroni (qualche genio, molti cialtroni) ma il gruppo ha sempre un fondo di stupidità – di rivalsa della stupidità – che presto o tardi ne traluce”. Eppure, l’apprezzamento per Alberto Savinio letterato e pittore, la sensibilità con cui tratta le digressioni immaginarie di Fabrizio Clerici, ci restituiscono la perizia di uno sguardo curioso e scevro da condizionamenti ideologici.
Tra i novecenteschi ammirava le prime opere di Boccioni e Balla, ma preferiva sicuramente Felice Casorati in cui: “C’è sotto l’apparenza astratta, la profondità del sentimento, che è ben concreto” e apprezzava il tragico lirismo della polemica sociale nella pittura di Giuseppe Migneco e Renato Guttuso. E tra i massimi scultori del Novecento, Sciascia considerò indubbiamente Manzù dopo aver guardato ad Arturo Martini, ma su tutti porrà Emilio Greco, a cui dedicherà diversi scritti. In generale la rivista Galleria (1949-89), già alla fine degli Anni Cinquanta presentava un bilancio della cultura figurativa della prima metà del Novecento, soffermandosi su artisti attenti alla tradizione.
Sciascia però aveva individuato anche connessioni tra le culture e le tradizioni più impensabili, quasi a porsi come un precedente illustre di quelle velleità che ancor oggi scorrono carsiche nella critica siciliana. “Il caso più emblematico e ricco di suggestione” che ci riporta Cipolla è l’accostamento fra il Trionfo della Morte di Palermo e Guernica di Picasso, abilmente sfruttato per la difesa dei beni culturali in un memorabile intervento in Parlamento del 1983 sul restauro del dipinto.

Giuseppe Cipolla ‒ “Ai pochi felici”. Leonardo Sciascia e le arti visive. Un caleidoscopio critico (Edizioni Caracol, Palermo 2020)
Giuseppe Cipolla ‒ “Ai pochi felici”. Leonardo Sciascia e le arti visive. Un caleidoscopio critico (Edizioni Caracol, Palermo 2020)

LA TUTELA DELL’ARTE SECONDO SCIASCIA

Il saggio di Giuseppe Cipolla è importante però in particolare per due aspetti del rapporto di Sciascia con le arti, uno di carattere pubblico e l’altro privato. Sciascia quando s’occupava di beni culturali si allineava al pensiero di Cesare Brandi, credendo nella priorità della conservazione e della tutela rispetto alla valorizzazione.
Concentrandosi sul dualismo di materia e immagine, denunciò degrado e incuria mettendo al suo apice il furto del Caravaggio di san Lorenzo a Palermo. Denunciò, inoltre, la scandalosa gestione post sisma del Belice e compare come firmatario e promotore di una petizione all’ONU insieme Jean-Paul Sartre e Pablo Picasso.
La passione privata di Sciascia fu, invece, l’incisione, passione che condivideva con Gesualdo Bufalino. “Raffinato collezionista di stampe e fogli incisi”, ci informa Cipolla, Sciascia nutriva “una speciale predilezione, tra i generi iconografici rappresentati dagli artisti incisori, per i ritratti dei personaggi illustri, che rivelano, nelle fisionomie fissate dai segni sottili e chiaroscurati”. Sicuramente da questa passione nacque il libro sulla famosa opera di Dürer, Il Cavaliere e la morte del 1988. Nell’incisione, lo scrittore di Racalmuto rilevava un legame col mondo della stampa, dice Cipolla: “La sua passione per le stampe denota questo fondamentale approccio di carattere sinestetico, dove entra in gioco il ruolo del potere evocativo delle immagini”.
Concepita per essere stampata e pubblicata, l’incisione, secondo Sciascia, s’accosta ai libri più delle altre forme d’arte e l’interesse per l’incisione è chiaro nei Quaderni di Galleria, usciti dal 1954 al 1959, “numeri speciali” affiancati alla rivista e dedicati monograficamente a scrittori e incisori contemporanei.

SCIASCIA VS PROPAGANDA

L’arte è intesa, cioè, come spinta al progresso razionale e all’evoluzione dell’umanità, frutto del raffinamento tecnico e culturale che non esclude, tuttavia, l’aspetto irrazionale tenuto in considerazione sin dal pensiero illuminista. I principi di modernità che venivano rilanciati nell’Italia del Dopoguerra erano spesso visti in una prospettiva di nuova equità sociale che faceva i conti con una società di massa attratta sempre più dall’economia industriale. Una visione poco praticata dalla politica ed evocata solo dalla retorica elettorale che alimentava lo scontro ideologico e contrapposizioni, e che in questa “periferia della guerra fredda” ottusero le spinte progressiste.
Queste spinte, una volta libere dalla prosopopea fascista, invece di trainare la costruzione della coscienza civica, si esaurirono in gran parte tra languori di un populismo neorealista. Il saggio di Giuseppe Cipolla ci insegna come Leonardo Sciascia non cadde mai in questo fraintendimento ideologico sociale più vicino al verismo ottocentesco che alla realtà dell’Italia di quegli anni. Sciascia, evitando di trasformare l’immagine della povertà contadina e del sottoproletariato urbano in uno stereotipo, salvò l’estetica dalla propaganda.

– Marcello Carriero

Giuseppe Cipolla ‒ “Ai pochi felici”. Leonardo Sciascia e le arti visive. Un caleidoscopio critico
Edizioni Caracol, Palermo 2020
Pagg. 240, € 24
ISBN  9788832240221
www.edizionicaracol.it

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Marcello Carriero
Marcello Carriero (1965) si occupa di critica e storia dell’arte dal 1994. Ha scritto sulla cultura visiva contemporanea sulle riviste Arte e Critica, Arte, Exibart, e ha pubblicato l’unica monografia completa sul futurista Volt (Ed. Settecittà, Viterbo 2007). Attualmente docente di Storia dell’arte contemporanea e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Palermo, ha collaborato con il sociologo Manuel Anselmi alla raccolta degli scritti di Eugenio Battisti e alla stesura del volume "Iconologia ed ecologia del giardino e del paesaggio" (Olschki, Firenze 2004) curata da Giuseppa Saccaro del Buffa. Come consulente per le arti visive del Festival di Drammaturgia Contemporanea "Quartieri dell’Arte" ha curato nel 2006 "Healing" di Jochen Dehen e John Bock, spettacolo in prima mondiale; nello stesso anno presenta con un suo testo "Cloudless", un’installazione di Loris Cecchini al Palais de Tokyo di Parigi. Nel dicembre 2009, con la mostra "La testa tra le nuvole" (Viterbo, sedi varie), mette a confronto diversi linguaggi dell’arte contemporanea sul tema dell’immaginazione pura. A Palermo ha curato la mostra personale di Lucio Pozzi presso Rizzutogalley, dove è stato presentato "Inventory Game", opera fondamentale del 1968. Nel 2018 cura un ciclo di mostre a Palazzo Oneto di Sperlinga come evento collaterale di Manifesta 12.