Pierre Dalla Vigna, tra i fondatori della casa editrice Mimesis, risponde all’accusa di antisemitismo rivolta da Marco Enrico Giacomelli al pamphlet di Mario Costa intitolato “Ebraismo e arte contemporanea”.

Gentile Dott. Giacomelli,

in merito alla sua recensione del libro di Mario Costa, Ebraismo e arte contemporanea, devo dissentire dalla sua interpretazione del testo. Non si tratta affatto di un libello antisemita. Anche per questioni famigliari, ho una certa sensibilità rispetto all’argomento. Ho letto il libro con attenzione, senza riscontrare in nessun modo accenti negativi rispetto alla religione ebraica, né trovare accenti di simpatia per stereotipi, posizioni o politiche antisemite. Il prof. Costa, che è stato uno stimato docente Ordinario di Estetica all’Università di Salerno, da molti anni e con varie pubblicazioni porta avanti una personale linea di ricerca sullo sviluppo dell’arte contemporanea determinata dall’evoluzione della tecnica.
Per quel che può valere, anch’io non condivido molte delle tesi esposte dell’autore in merito all’arte contemporanea, ma per motivi diversi a quelli da Lei esposti. Nel suo provocatorio pamphlet, Costa attribuisce a un gruppo di artisti, influenzati dall’aniconismo che a suo dire sarebbe proprio della cultura ebraica, la capacità di aver influito in modo decisivo sull’attuale statuto dell’intera arte contemporanea, che sarebbe divenuta puramente concettuale e incorporea: ormai disumanizzata e puramente tecnologica. Mi sembra che tale paradigma non sia in grado di illustrare la complessità delle produzioni che a vario titolo ricadono nel novero dell’arte contemporanea, e sicuramente viene ingigantito a dismisura il ruolo di artisti, critici e operatori d’arte, pur importantissimi, sebbene molto diversi tra loro, accumunati soltanto da un’origine ebraica. Sostenere che la produzione artistica di matrice ebraica – ammesso che ce ne sia una – sia specificamente aniconica, o addirittura iconoclasta, contrasta anche con la presenza di autori come Amedeo Modigliani, Marc Chagall o Chaïm Soutine, che innovarono l’arte restando a loro modo nel solco della figurazione. Nel suo pamphlet, Costa sceglie di ignorare tali aspetti, preferendo un’ipotesi complottista, ben difficile da sostenere, che però non ha per lui un risultato completamente negativo, dato che tale “complotto” avrebbe semplicemente accelerato una tendenza insita nella tecnica a superare l’arte come sublime prodotto artigianale e distruggere la sua “aura”, per fondare una nuova modalità estetica che Costa definisce già da molti anni come “il sublime tecnologico”. In questo senso, mi sembra che la sua produzione sia da collocarsi nel novero di un pensiero conservatore che, sulla scia di pensatori come Martin Heidegger e Hans Sedlmayr, ha criticato la mancanza di fondamenta dell’attuale sistema delle arti. Tali posizioni, che personalmente non mi sento di condividere, sono però pienamente legittime. Mi è capitato di leggere opere ben documentate che tracciavano un legame tra l’iconoclastia bizantina e l’arte astratta contemporanea; oppure, libri che sostenevano che l’origine dell’arte rinascimentale andrebbe ricercata nell’iconofilia della chiesa cattolica. Posizioni del genere possono essere discusse ed eventualmente confutate senza problemi. Viceversa, una teoria che proponga un ruolo dell’aniconismo ebraico nello sviluppo dell’arte contemporanea instaura per molti un riflesso condizionato con il ritorno alla memoria dell’olocausto e degli orrori perpetrati sugli ebrei nel Novecento. Trovo giusto non abbassare la guardia, soprattutto in un momento storico dove tesi complottiste ben più orrende circolano in Internet e avvelenano la società. Ma è altrettanto sbagliato leggere come provocazione antisemita qualsiasi riflessione di estetica, di politica o di cultura che affronti in modo critico la supposta dottrina del popolo ebraico o di alcuni dei suoi esponenti.
Infine, per ulteriore chiarezza, voglio sottolineare un aspetto che mi preme moltissimo: sia la mia storia personale, che quella della vasta comunità rappresentata dalla casa editrice che oltre trent’anni fa ho contribuito a fondare, sono assolutamente legate a valori come l’antifascismo, l’antirazzismo, l’eguaglianza di genere e i principi democratici. La storia della casa editrice spero parli da sola: basti citare la serietà delle molte collane, dei moltissimi autori che animano il catalogo e le centinaia di libri editi in collaborazione con Aned, Anpi e altre analoghe associazioni. Un immenso patrimonio culturale verso cui è doveroso, anche da parte mia, rispetto, cura e attenzione, data la ricchezza e la pluralità delle voci che ne fanno parte. Ben vengano le critiche, fonte inesauribile di ricchezza, ma in questo periodo, dove è già un miracolo restare in piedi, un punto dev’essere assolutamente chiaro: all’interno della comunità di Mimesis nessuno è antisemita. Anche per rispetto ai miei stessi parenti che hanno perso la vita a Mauthausen o hanno combattuto nella Resistenza, mi rifiuto di lasciar correre accuse che possano sollevare direttamente o indirettamente dubbi di questo tipo.
Per questa ragione vorrei invitarla a dibattito pubblico sulla questione, ovviamente online, dato il periodo, invitando anche il prof. Costa e/o altre persone interessate. Mi farei volentieri carico di organizzare l’incontro e di moderarlo. Le assicuro che, se nella discussione emergessero posizioni incompatibili con i nostri valori, sarei io il primo a voler macerare il libro e a scusarmi per non aver inteso il reale intento del volume.

Cordialmente,
Pierre Dalla Vigna

Amedeo Modigliani, Jeune fille rousse (Jeanne Hébuterne), 1918, olio su tela, 46 x 29 cm. Collezione Jonas Netter
Amedeo Modigliani, Jeune fille rousse (Jeanne Hébuterne), 1918, olio su tela, 46 x 29 cm. Collezione Jonas Netter

LA CONTROREPLICA DI MARCO ENRICO GIACOMELLI

Gentile Dott. Dalla Vigna,

mi scuserà la sintesi e la schematicità, e innanzitutto mi rendo disponibile a dibatterne più ampiamente, accettando dunque il suo cortese invito. Mi limiterò qui ad alcuni chiarimenti che il suo testo mi sollecita:
– “devo dissentire dalla sua interpretazione del testo”: la mia non è propriamente una interpretazione del testo di Mario Costa, bensì una evidenziazione del suo antisemitismo.
– “non si tratta affatto di un libello antisemita”: mi limito a ri-citare un passo del libro di Costa: “I Rockfeller hanno un segreto di famiglia, cioè essi sono ebrei che fanno finta di essere cristiani” (p. 9, n. 2). Mi riesce difficile disgiungere dichiarazioni del genere da un sentimento antisemita.
– “Per quel che può valere, anch’io non condivido molte delle tesi esposte dell’autore in merito all’arte contemporanea […]. Sostenere che la produzione artistica di matrice ebraica – ammesso che ce ne sia una – sia specificamente aniconica, o addirittura iconoclasta, contrasta anche con la presenza di autori come Amedeo Modigliani, Marc Chagall o Chaïm Soutine. […] Nel suo pamphlet, Costa […] prefer[isce] un’ipotesi complottista, ben difficile da sostenere, che però non ha per lui un risultato completamente negativo, dato che tale ‘complotto’ avrebbe semplicemente accelerato una tendenza insita nella tecnica a superare l’arte come sublime prodotto artigianale e distruggere la sua ‘aura’, per fondare una nuova modalità estetica che Costa definisce già da molti anni come ‘il sublime tecnologico’”: da premesse fallaci non possono che discendere conseguenze altrettanto fallaci, e il sostenerle “da molti anni” non le rende meno fallaci.
– “Tali posizioni, che personalmente non mi sento di condividere, sono però pienamente legittime”: prescindendo per un momento dall’antisemitismo, lei ha dimostrato agilmente che le tesi contenute nel pamphlet sono fallaci. Cosa rende dunque legittime tali posizioni? Questo sarebbe senz’altro un punto da dibattere in maniera approfondita.
– “Ma è altrettanto sbagliato leggere come provocazione antisemita qualsiasi riflessione di estetica, di politica o di cultura che affronti in modo critico la supposta dottrina del popolo ebraico o di alcuni dei suoi esponenti”: questa non è una “qualsiasi riflessione” ma un pamphlet che alla sua base ha una teoria complottista, come lei stesso sostiene. Non mi sovviene alcuna teoria che, individuando “gli ebrei” a capo di un complotto, non sia antisemita.
– “Anche per rispetto ai miei stessi parenti che hanno perso la vita a Mauthausen o hanno combattuto nella Resistenza, mi rifiuto di lasciar correre accuse che possano sollevare direttamente o indirettamente dubbi di questo tipo”: per il medesimo rispetto e per le medesime ragioni, ho ritenuto che fosse mia precisa responsabilità non “lasciar correre” un pamphlet di tal genere. E mi riferisco a questo preciso libro di questo preciso autore: credo fermamente alla responsabilità individuale.

Con viva cordialità,
Marco Enrico Giacomelli

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Pierre Dalla Vigna
Pierre Dalla Vigna è Professore Associato di Estetica presso l’Università dell’Insubria di Varese-Como. Ha al suo attivo saggi di carattere filosofico ed estetico pubblicati su varie riviste.