Un’artista su Facebook. Il progetto e il libro di Anna Valeria Borsari

Frutto di un esperimento che ha portato l’artista a sperimentare i social network attraverso una identità altra, il progetto e libro di Anna Valeria Borsari approfondisce le dinamiche del nostro tempo, nel solco del concetto di identità.

Anna Battistini è su Facebook (Postmediabooks, 2019) restituisce l’esperienza compiuta da Anna Valeria Borsari (Bazzano, 1943) sul canale social dove l’artista, fin dagli Anni Settanta interessata alla lettura critica in merito al concetto di identità, ha indagato il procedimento di “uscita dal soggetto” che i social nei tempi recenti, ma più in generale le nuove tecnologie e la società dei consumi, hanno indotto nel corso degli ultimi decenni. La parcellizzazione identitaria che quotidianamente coinvolge l’uomo contemporaneo è stata indagata da Borsari avvalendosi di due personalità in tal senso esplicative: Antonin Artaud, artefice del Teatro della crudeltà, e Amelia Earhart, pilota americana vissuta nei primi anni del Novecento, prima donna ad aver compiuto la traversata atlantica. Negli occhi dell’artista, i due personaggi, benché profondamente differenti, sono accomunati dalla necessità di trascendere la contingenza del quotidiano, sperimentando nuove vite. Alla stessa maniera, Borsari è diventata Anna Battistini, ha abitato un mondo digitale intrecciandosi con Artaud e Earhart, nonché con identità sconosciute a cui, lentamente, ha lasciato la scena e l’azione.

L’INTERVISTA AD ANNA VALERIA BORSARI

Sei approdata su Facebook con un’altra, seppur reale, identità. Quali sono state le ragioni dell’esplorazione di questo territorio immateriale che è la bacheca di Facebook?
Mi sono introdotta nel social per comprendere il funzionamento di uno strumento con cui comunicano moltissime persone, e vi sono entrata in anonimato, come “Anna Battistini”, per poter mantenere un ruolo di semplice osservatore. Mi è apparso subito chiaro come il programma, oltre a chiedere una serie di dati personali, condizioni in più modi chi lo utilizza, e mi è apparso anche chiaro come ‒ tra i vari usi che si può fare del social ‒ molti vi propongano immagini personali in una sorta di rappresentazione del proprio vissuto e altri riprendano citazioni di poeti o artisti per rimandare a loro stati d’animo.

Anche tu hai scelto di farti accompagnare in questa vita virtuale da due personalità…
Fin dall’inizio ho scelto come volto del profilo Amelia Earhart ‒ la mitica pilota americana ‒ e ho postato immagini relative alla sua vita, quindi, per associazione di idee rispetto a quanto gli altri utenti mi suggerivano, mi sono ricollegata anche ad Antonin Artaud, che nel Teatro della crudeltà ha tentato il superamento della vita nell’arte. Ho poi individuato una precisa traccia che univa Amelia ad Antonin, rendendoli in qualche modo l’uno il rovescio dell’altra; infatti quello che sostanzialmente non era riuscito ad Antonin, che non aveva coinvolto il pubblico come avrebbe voluto e non aveva nemmeno tradotto in azione le proprie idee, in quegli stessi anni con modalità molto diverse era riuscito ad Amelia, che volava ‒ secondo le sue stesse parole ‒ “per una attrazione di tipo estetico”, e che attuava le sue pericolose traversate come performance molto seguite dalla stampa e da un folto pubblico che la applaudiva e le portava mazzi di fiori ai suoi atterraggi. Ho quindi intrecciato loro immagini e frasi, creando una sorta di aspettativa in chi mi stava seguendo.

Anna Valeria Borsari - Anna Battistini è su Facebook (Postmedia Books, Milano 2019)
Anna Valeria Borsari – Anna Battistini è su Facebook (Postmedia Books, Milano 2019)

Il 31 dicembre 2018 hai rivelato la tua vera identità e concluso questa operazione su Facebook: quale è stato l’epilogo?
Ho deciso di chiudere il mio intervento l’ultimo giorno del 2018, svelando i presupposti dell’operazione e postando la parola “Fine” al centro di un sipario virato in rosa antico. Questo anche perché, se avessi proseguito, si sarebbe trattato di un mio modo personale di essere presente nel social, mentre così il tutto si è configurato come un’opera.

Perché hai sentito il bisogno di riversare questa esperienza, che ha avuto la propria ragion d’essere nella virtualità, nella dimensione analogica del libro?
L’esperienza, che è durata un anno, mi ha portata a una serie di considerazioni che ho inteso poi esporre nel libro. Infatti, in questi ultimi decenni, la necessità di essere visti e riconosciuti che si evidenzia nei social è sicuramente divenuta impellente, e questo sia per la grande diffusione delle nuove tecnologie comunicative, sia perché la cultura capitalistica e globalizzata in cui siamo immersi, mirando allo sviluppo dei consumi, ha alimentato enormemente il narcisismo delle persone. Tutto ciò ha portato a una profonda mutazione del concetto di individuo: come psicologi e sociologi hanno evidenziato, ci si riconosce ormai solo nello sguardo degli altri, si percepisce la propria individualità solo in quanto immersi in un contesto plurale; in questo modo il soggetto si pone nuovamente al centro del mondo, ma in un’ottica rovesciata rispetto a quella rinascimentale, in quanto anziché osservarlo vi cerca il riflesso di se stesso. Così mentre tutta una linea di pensiero deviante rispetto alla nostra cultura ‒ delineatasi attraverso autori come Nietzsche, Rimbaud, lo stesso Artaud, fino ad alcuni artisti concettuali ‒ aveva inteso superare la tradizionale concezione di soggetto, ora questo percorso ha subito una grossa involuzione. Mi è parso quindi interessante valutare quanto mutazioni di questo tipo abbiano poi inciso e possano incidere nell’ambito dell’arte visiva; quanto sia cambiato il contesto in cui opera un artista in questi ultimi quarant’anni e quanto possano essere cambiati gli intenti degli stessi artisti.

Questa tua suggestione sull’autorialità mi invita ad ampliare la riflessione dalla centralità dell’autore all’indagine, perpetua e in costante divenire, del concetto di identità, così ricorrente nel tuo lavoro. Penso, ad esempio, ad Attraversarsi, 1977: in che modo si è sviluppata la dialettica autore-identità nella tua ricerca?
Ovviamente vi è uno stretto rapporto tra il modo di concepire la propria individualità e il modo di porsi come autore di un’opera; e se negli anni avvengono dei cambiamenti, questo comporta necessariamente anche cambiamenti in quanto viene prodotto. Nel libro, scrivendo in prima persona, ho cercato di evidenziare le motivazioni per cui negli Anni Settanta anch’io, come gli autori che ho citato, ho voluto superare la concezione di soggetto che abbiamo ereditato dalla nostra tradizionale cultura. Questo processo è implicito nelle mie opere tra il 1976 e il ’77; e in Attraversarsi già non ero più io il soggetto che fotografava, ma l’oggetto fotografato, e da ben due diversi punti di vista, mentre stavo percorrendo un lungo portico rettilineo fino a non essere più visibile da entrambe le parti, lasciando così il portico vuoto: il luogo.

Anna Valeria Borsari, Altrove, 1980
Anna Valeria Borsari, Altrove, 1980

Altrettanto ricorrente, infatti, è l’indagine sulla spazialità in cui le opere “accadono”: la maggior parte dei tuoi lavori, da Altrove, 1980, fino a Suonare Borsari, 1997, si sono confrontati, con una certa precocità, con il site specific, abitando la fisicità dei luoghi che sono parti integranti dell’opera. In quali termini questo tema continua a essere per te centrale?
Come tu osservi, per quanto io abbia attuato questa operazione di superamento del soggetto, o “farsi altro”, anche con modalità diverse e quindi in opere diverse, spesso “l’altro”, che ha assorbito me come soggetto- artista, o un mio intervento, ha coinciso con un luogo. E così hanno avuto origine quelle mie opere che oggi vengono riconosciute come site specific, mentre negli Anni Settanta e agli inizi degli Anni Ottanta questo termine ‒ ora abusato ‒ non esisteva ancora. Venendo infatti alle opere che citi, in Altrove (1979-80) restava la finestra da cui lo spettatore poteva guardare un interno in cui quadretti dipinti e appesi alle pareti raccontavano di una fanciulla che in un indefinito passato aveva abitato quel luogo, fino a fondersi con l’immagine della finestra da cui lo spettatore stava guardando; in Suonare Borsari (1997) si visitava un appartamento fatiscente che avrebbe dovuto essere il mio studio, totalmente vuoto, ma con miei dipinti appesi alle pareti che, oltre a riprenderne le vecchie decorazioni a rullo, riproducevano in scala naturale gli arredi che avrei potuto collocarvi. In molti altri casi ho poi riproposto, in luoghi specifici, operazioni di questo tipo, come in Musei del vento (2012) all’interno di un Museo Paleontologico, ove sabbia e vento invadevano e cancellavano reperti di una umanità trascorsa.

Con quale sguardo hai perlustrato e scelto i luoghi delle tue opere passate?
I luoghi in cui in passato ho scelto di operare dovevano essere assolutamente pertinenti ‒ per la loro storia e per la loro morfologia ‒ a quanto vi inserivo, e in alcuni casi sono stati proprio i luoghi a suggerirmi un’opera; ma almeno dall’inizio degli Anni Duemila questo processo è divenuto abbastanza difficile, perché tutto si è “artisticizzato”, e allora si poteva anche tornare a esporre semplicemente dentro a gallerie d’arte, negozi o studi; dando per scontato che quel che si mostrava era un’opera d’arte nel senso più prevedibile del termine.

La bacheca di Facebook, invece, è un luogo immateriale, replicabile infinite volte e sempre uguale a se stesso, ma, ciononostante, perfettamente coincidente con l’opera. Quale centralità ha avuto e come è cambiata la nozione di luogo in questa tua ultima opera?
Questo lavoro su Facebook, nato per caso, mi ha permesso di riproporre, appunto in un luogo immateriale, quel mio rituale modo di operare. Ho postato infatti immagini e testi pertinenti all’utilizzo del social e al suo significato, con un mio messaggio, per poi sparire come soggetto-autore e lasciare che altri si sostituissero a me e vi postassero ‒ da ogni parte del mondo ‒ loro immagini e commenti. Dopo la mia uscita di scena l’opera è rimasta così aperta all’azione degli altri; e questo è qualcosa che – quando possibile ‒ ho sempre perseguito. In questo modo il mio diario è poi divenuto una sorta di “casella vuota”; cioè, riprendendo la terminologia del linguista Ferdinand de Saussure, una casella che non ha più una sua funzione determinata e quindi può modificare il sistema.

Anna Valeria Borsari, Rappresentazione, presentazione, azione (“Madonna di monete e cereali”), 1977, dettaglio
Anna Valeria Borsari, Rappresentazione, presentazione, azione (“Madonna di monete e cereali”), 1977, dettaglio

In questa esperienza con/di Anna Battistini, ritrovo un altro aspetto fondante della tua ricerca, cioè la dialettica fra la realtà e la sua rappresentazione: già in opere come Madonna di monete e cereali, 1977, e Spaccato urbano, 1999 ‒ seppur con le dovute differenze ‒ hai messo in luce la natura labile e fragile dell’immagine e tale volatilità è quanto mai vera nella temporalità effimera dei social. Mi sbaglio?
Le mie cosiddette Madonne di monete e cereali (1977-79) ‒ che portavano il titolo di Rappresentazione presentazione, azione ‒ e Spaccato urbano (1999), come le opere ricordate in precedenza erano dei site specific destinati a essere cancellati, a sparire nei luoghi in cui e per cui erano stati concepiti, e quanto ne resta è la loro documentazione fotografica. In Anna Battistini è su Facebook le immagini e i testi da me postati (comunque tratti da internet o da archivio) sono invece ancora visibili, per quanto sempre più difficili da reperire oltre i tanti successivi interventi, e lo saranno fino a quando io stessa non decida di cancellare il tutto.

Forse nel mondo “iperreale” (Baudrillard), l’assenza o la presenza transitoria è l’unica strada possibile per continuare a esserci?
Vi è una differenza fondamentale tra l’intervenire in luoghi fisici, produrre dipinti o comunque oggetti materiali che poi si intende cancellare per lasciarne solo documentazioni fotografiche o di altro tipo, come ho fatto dalla fine degli Anni Settanta, e l’operare già inizialmente in quello che Baudrillard ha definito mondo “iperreale”. Infatti sui social finzione e realtà finiscono per sovrapporsi, e il vissuto acquista così una permanenza. Questo corrisponde ai desideri di chi vi accede ed è esplicitamente offerto dai social stessi; entrando in Instagram si legge l’invito: “inizia a immortalare e condividere i tuoi momenti più belli”.  Anche la nostra tradizionale concezione di arte è fondata sulla necessità di preservare nel tempo immagini personali, della propria storia e del proprio mondo; ora questa esigenza sembra divenuta ancora più impellente e le nuove tecnologie permettono a chiunque di immortalarsi in un selfie. In Anna Battistini è su Facebook, pubblicazione che è seguita all’intervento-opera, ho analizzato appunto queste tematiche, rilevando però anche come si possa “sublimare” qualcosa, portarlo a una immagine mentale e non a una semplice “picture”, a una sua mitica e indistruttibile essenza, solo se un sacrificio avviene veramente, altrimenti il tutto permane nella banalità. E questo già lo si deduce sia in quanto espresso da Artaud, sia in quanto vissuto dalla Earhart nei primi decenni del secolo scorso.

‒ Federica Boragina

Anna Valeria Borsari ‒ Anna Battistini è su Facebook
Postmedia Books, Milano 2019
Pagg. 64, € 12
www.postmediabooks.it

Dati correlati
AutoreAnna Valeria Borsari
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Federica Boràgina
Federica Boràgina (1986) è Ph.D. in storia dell’arte contemporanea presso l’Università di Torino. Collabora in qualità di cultore della materia con la cattedra di storia dell’arte contemporanea all’Università Cattolica di Milano. Ha svolto il ruolo di assistente curatore per il Padiglione Italia alla 55 Biennale d'arte di Venezia e, dal 2011 al 2017, ha lavorato come assistente curatore per la collezione d’arte del Novecento di Intesa Sanpaolo. I suoi studi sono principalmente dedicati alle vicende storico artistiche degli anni Sessanta e Settanta, ai rapporti fra arte, impegno politico, controcultura e all’editoria d’artista. Con Giulia Brivio è fondatrice di Boîte, uno studio di ricerca e produzione dedicato all’editoria d'arte contemporanea. Fondato nel 2009, fino al 2018 ha pubblicato l’omonima rivista ‘in scatola’ dedicata alle arti visive e, dal 2014, cura e realizza libri d’artista e progetti legati all'editoria, per sostenere la ricerca artistica contemporanea attraverso la forma del libro.