Riapertura delle librerie: parlano i librai indipendenti

A poche ore dall’emissione del nuovo decreto governativo, che prevede la riapertura delle librerie a partire da martedì 14 aprile, abbiamo raccolto alcune voci dei librai indipendenti. Avviando un dibattito, aperto e in progress, su una decisione complessa e delicata, che chiama in causa il valore simbolico della cultura.

Siamo librai, non simboli”. 154 – nel momento in cui scriviamo ‒ librai indipendenti hanno scelto questa affermazione come incipit della lettera aperta, pubblicata sabato 11 aprile sulle pagine web di Minima&Moralia ed esito del lavoro sviluppato all’interno del gruppo LED – Librai Editori Distribuzione, mettendo nero su bianco una lista di dubbi e perplessità condivisi in merito alla decisione del governo di riaprire le librerie a partire dal 14 aprile. Sicurezza sul lavoro, misure di prevenzione per scongiurare il contagio, sostenibilità economica e azioni di welfare sono solo alcuni dei punti toccati dai professionisti di un settore del quale, spesso, non si recepiscono le dinamiche e le difficoltà, specie quando si parla del circuito indipendente, lontano dalle macro-strutture delle grandi catene. A emergere con decisione, infatti, è il ruolo rivestito dalla libreria e dall’oggetto libro nell’immaginario collettivo e nell’inedita contingenza in cui ci troviamo a vivere. Un ruolo liminare, facile bersaglio di cliché usurati, dove la sacralità del binomio cultura-libro e l’assimilazione di quest’ultimo a bene primario si schiantano contro le amare percentuali connesse alla lettura in Italia. “Tra i cinque maggiori mercati editoriali europei, l’Italia è il Paese con il più basso indice di lettura di libri tra la popolazione adulta. Questo costituisce il principale problema di crescita dell’editoria nazionale. L’Italia è anche il Paese in cui chi legge ha tra i più bassi indici di lettura, sempre rispetto alle principali editorie europee. Quasi la metà (il 41%) di chi dichiara di aver letto non arriva a tre libri l’anno e solo il 17% ha letto almeno un libro al mese. Basso è anche il tempo che in media viene dedicato alla lettura: solo il 9% nel 2019 ha letto più di un’ora continuativa al giorno”, si apprende dal rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2019 divulgato dall’AIE – Associazione Italiana Editori.
Alla luce di simili dati, le affermazioni contenute nella lettera aperta assumono significato e urgenza ancora più netti: “Come libraie e librai siamo contenti di questa improvvisa attenzione al nostro lavoro, ma ci sarebbe piaciuto ci fosse stata anche prima delle misure governative per il contenimento della pandemia e, soprattutto, ci piacerebbe ci fosse dopo: se siamo dei luoghi essenziali del tessuto culturale italiano, allora sarebbe il caso che questa funzione ci fosse riconosciuta sempre e in modo strutturale, attraverso una serie di misure economiche a sostegno delle nostre attività nel quotidiano”. L’“improvvisa attenzione” a cui alludono i firmatari della lettera restituisce in poche sillabe il rischio di trasformare le librerie in un facile simbolo, isolandolo da un contesto ben più sfaccettato e dimenticando cifre, numeri e statistiche impietosi. Usare le librerie come test per una ripresa che tarda ad arrivare e di cui ancora non si conoscono le tempistiche quali risvolti potrebbe avere? E quali ricadute sul ruolo che la cultura del libro deve assumere nella progettualità economica e sociale di domani? Siamo sicuri che sia la via giusta per rendere davvero il libro un bene di prima necessità, anche quando l’emergenza sarà passata?
A credere nella riapertura delle librerie come “pane per i denti spirituali” sono i firmatari dell’appello sottoscritto all’inizio di aprile da un nutrito gruppo di autori ‒ Ginevra Bompiani, Tomaso Montanari, Gianrico Carofiglio, Tullio Pericoli, Ludovico Pratesi sono solo alcuni dei molti nomi coinvolti ‒, che hanno chiesto “alle autorità competenti, consapevoli dello sgomento in cui viviamo, di riaprire le librerie per sostenerci in questa innaturale forma di esilio fra le proprie mura”. Aggiungendo che “le librerie aperte non creerebbero le file del supermercato, e darebbero ossigeno all’editoria libraria, su cui si regge gran parte della formazione culturale e della circolazione delle idee nel nostro paese”.
La riapertura, in ogni caso, procederà a singhiozzo e con modalità differenti. Le regioni Lombardia, Piemonte e Campania hanno infatti prorogato la chiusura delle librerie sino al termine del nuovo lockdown, previsto per il 3 maggio, e il Veneto ha da poco annunciato la possibilità, per le librerie, di aprire i battenti due giorni a settimana. Il ministro Franceschini ha commentato la riapertura attraverso un post su Twitter: “Non è un gesto simbolico ma il riconoscimento che anche il libro è un bene essenziale”.
Positiva anche la reazione dell’ALI – Associazione Librai Italiani e del suo presidente, Paolo Ambrosini, il quale in una nota stampa ha commentato: “Sono certo che le librerie italiane che, con grande responsabilità, hanno risposto all’obbligo della chiusura, con altrettanto senso civico sapranno rispondere all’invito del governo a fornire un servizio ai propri territori”.
Noi abbiamo invitato una serie di librai indipendenti a dire la propria su una vicenda che sta suscitando reazioni diametralmente opposte e delineando prese di posizione altrettanto diverse.

Arianna Testino

**AGGIORNAMENTO**

Anche il Trentino e la Sardegna hanno posticipato la riapertura delle librerie, mentre in Lazio resteranno chiuse fino al 20 aprile. In Emilia-Romagna le librerie non riaprono nelle province di Piacenza, Rimini e a Medicina. [A.T.]

1. LIBRERIA LIBERI TUTTI – LA SPEZIA

Libreria Liberi Tutti, La Spezia

Devo dire che la decisione di riaprire le librerie è stata uno shock. Anche se la notizia circolava da un paio di giorni, non ci ho creduto finché non ho ascoltato il discorso di Conte, tanto mi pareva assurda. Non riesco davvero a capire quale pensiero possa stare dietro a questa decisione. Che senso può avere riaprire le librerie quando si sta ancora dicendo alle persone che è importante restare a casa? Autorizzano librai e lettori a uscire e magari prendere dei mezzi pubblici per raggiungere le librerie? Mi fa ovviamente piacere che venga riconosciuto il valore del libro e delle librerie, però mi chiedo perché ora e in questo modo, dato che in Italia questo è sempre stato ignorato. Credo sarebbe stato molto più utile, per esempio, pensare a un fondo dal quale le librerie potessero attingere per continuare a lavorare come molti di noi hanno fatto nell’ultimo mese, reinventarsi il nostro lavoro portando i libri a domicilio ed effettuando spedizioni in tutta Italia. Io credo che continuerò in questo modo almeno per i primi giorni, consegnando i libri a domicilio. Sarò in libreria tutte le mattine e i lettori potranno chiamarmi e scrivermi per avere consigli e perché possiamo scegliere insieme le letture più adatte.
Il lavoro di noi librai, che è fatto di scambi, contatti, chiacchiere e libri che passano da una mano all’altra è molto cambiato e sicuramente non tornerà presto a essere quello di prima: abbiamo lavorato molto di più sui social per raccontare i libri, ci siamo scritti con i lettori, videochiamati o mandati messaggi molto più del solito. È stato in un certo senso bello, abbiamo scritto biglietti commoventi per i regali, cercato di impreziosire i pacchetti con segnalibri fatti a mano, portato pensieri dove sapevamo esserci bambini. Abbiamo cercato di fare il nostro lavoro al meglio, per questo proprio non mi va giù che possano pensare che la riapertura delle librerie sia un simbolo, perché noi non siamo un simbolo e non lo è il nostro lavoro, che cerchiamo da sempre di svolgere con attenzione, competenza, reiventandoci continuamente.

https://www.facebook.com/librerialiberitutti/

2. GOGOL AND COMPANY – MILANO

Gogol and Company, Milano. Photo credit Andy Kate Ferrario

Se c’è una cosa positiva in tutta questa polemica riguardante l’apertura o meno delle librerie è che, nel momento in cui circolavano le nuove disposizioni del decreto, è sbocciata una voce collettiva di librai. Dentro al gruppo LED – Librai Editori Distribuzione si è creata una comunità di addetti ai lavori che ha discusso la questione e formulato una lettera aperta. Un rumore necessario, un manifesto con cui abbiamo cercato di esprimere un punto di visita comune.
In questi giorni di isolamento e reclusione ha trovato molta forza una retorica legata al valore di conforto del libro e dei luoghi che lo accolgono. Viene da chiedersi come mai non sia stato considerato fino ad ora come tale, e di conseguenza sostenuto dal sistema economico e dalle forze politiche che governano questo Paese in primis. Sì, le librerie sono un presidio sociale, sono luoghi in cui chi sceglie di lavorarci scende a compromessi tra una soddisfazione economica quasi irrisoria e la volontà di portare avanti un progetto che guidi il pensiero critico e l’immaginazione. Ma siamo anche convinti che questo vada protetto e curato, non lanciato allo sbaraglio senza protezione e controllo. Le preoccupazioni dei librai di tutta Italia sono non solo di carattere sanitario, che è il pensiero primario ovviamente, ma anche economico. Riaprire le librerie adesso non le agevola a livello finanziario, anzi, con grande probabilità le affossa. E non crediamo sia giusto che, per il valore della ricostruzione, centinaia di luoghi della cultura vengano messi a rischio: esserci tra una settimana, ma non esistere più tra un anno.
Quello che la questione va a toccare non è il valore simbolico, ma la responsabilità civile che conduce un libraio a decidere di esserci comunque, aprire il proprio spazio anche a condizione di perdere denaro e mettere a rischio se stesso e chi entrerà lì dentro. Non è in discussione il senso civico della professione: nel momento in cui ognuno di noi ha deciso di dedicarsi a un’attività di questo tipo, ha già scelto di fare un’azione di restituzione e riqualifica del tessuto sociale. Se ci chiedono di ripartire, ci organizzeremo per renderlo possibile, ma è fondamentale capire bene lo sforzo che ci viene richiesto e pensare anche al dopo, pensarci adesso.
Chi conosce davvero il nostro lavoro (lettori, scrittori, editori e amici) ci manda messaggi speranzosi e solidali, aspetta con pazienza di saperci al sicuro e di poter tornare a stare dentro la libreria insieme a noi. Così come riceviamo proposte personali di supporto economico e richieste di consegne a domicilio che riusciamo a soddisfare grazie all’aiuto di editori e distributori che si sono applicati per rendere il più agevole e meno pericoloso possibile questo servizio.
Chi invece contesta la posizione dei librai di oggi è anche chi i nostri luoghi non li frequenta davvero, non li conosce e, forse, al fatto che domani potremmo non esserci più non ci ha neanche pensato. La parola cultura è spesso sulla bocca di chi con la produzione di cultura non ci ha davvero a che fare, chi la santifica e chiude dentro teche polverose. In questo modo però diventa sacra, “spirituale” e di conseguenza distante invece che attiva, propulsiva e brulicante.
Ma passiamo alla questione più pratica. Non si possono paragonare le librerie ai supermercati, i libri alle merci da scaffale, i prodotti con cui lavoriamo non si infilano in fretta nel carrello, hanno bisogno di tempo e dialogo, sono occasioni di scambio e incontro: la scelta di un libro avviene per contatto diretto, di mani e di idee. Le condizioni igienico sanitarie sono imprescindibili, vanno studiate in maniera minuziosa e, anche se questa riapertura è risultata sicuramente troppo frettolosa, si potranno raggiungere. D’altronde le attività di ogni tipo ci dovranno fare i conti. Ma si può davvero considerare, in condizioni di mobilità ristretta e regime di contenimento del virus, la possibilità di rendere concreto lo scambio umano implicito nella relazione con un libraio? Ci viene da pensare che in questo momento abbiano più impatto gli scambi virtuali che abbiamo con i lettori e le newsletter in cui apriamo i nostri pensieri, condividiamo sia letture che spunti più ampi e cerchiamo interazione con chi ci segue da anni.
E a livello economico, che percentuale di guadagno si può immaginare in questa situazione contando le condizioni di incasso già in bilico in periodi normali? In Gogol and Company lavorano più di dieci persone tra libreria e caffetteria, cosa possiamo garantirci in questo modo? Andrebbe considerata una disposizione che dia la possibilità di riaprire nonostante la consistente riduzione delle vendite, così come misure per la riduzione dei canoni di affitto a fronte di un credito di imposta, strumenti per garantire il pagamento del lavoro dei dipendenti e in questo dialogo prendere in considerazione la filiera editoriale nella sua totalità.  Non è certamente il momento di rivendicare, quanto piuttosto di cercare di ricostruire, ma è vero anche che nelle situazioni di instabilità emergono gli ingranaggi rotti. Vorremmo avere aiuti economici sistemici, strutturati e adeguati. Ma lo volevamo anche prima, sia chiaro. Altri Paesi dovrebbero essere modello per una nuova strada. Vorremmo una rivoluzione alla base del sistema-libro. Le regole che determinano come si pubblica, come si distribuisce e come si vende alimentano un sistema che crea debito, non guadagno, e i dati parlano chiaro da anni: le librerie chiudono, gli indici di lettura sono sempre più bassi, ci sono più libri che lettori. Quindi il sistema va ripensato.
Vorremmo che il libro fosse riconosciuto davvero come motore propulsivo e generatore di pensiero. Non conforto, ma azione. Altrimenti quella di oggi sarà solo l’ennesima dimostrazione di cosa rappresenta la cultura nel nostro Paese: uno strumento di cartone con cui accendere la luce, un surrogato della speranza.

https://www.gogolandcompany.com/

3. LA CONFRATERNITA DELL’UVA – BOLOGNA

La Confraternita dell’Uva, Bologna

La riapertura delle librerie ci è sembrata un’operazione riuscita a metà. In un Paese ancora immobilizzato, riaprire le librerie per dare un segnale ha del farsesco e per tale motivo martedì 14 non riapriremo.
Sono tanti i punti per cui rialzare la serranda in una situazione del genere comporterebbe per noi molto probabilmente la perdita di alcuni privilegi che ci stanno permettendo di riuscire ad andare avanti stringendo la cinghia: cassa integrazione in deroga per i dipendenti, sconto sul canone mensile d’affitto in primis. Inoltre un luogo come il nostro, dedito alla socialità, alla condivisione di idee e agli incontri culturali (prima della chiusura ne tenevamo anche 5 a settimana) non potrebbe svolgere quel ruolo di contenitore culturale per il quale è stato creato. La gestione della sanificazione degli spazi del circolo di clienti come per i supermercati è inoltre onerosa e complicata da rispettare, col rischio di eventuali sanzioni per mancato rispetto della stessa. Inoltre bisogna capire come si comporteranno le forze di Polizia nel caso debbano fermare un cliente che sta cercando di andare in libreria. Per i generi alimentari e i valori bollati e tabacchi, c’è l’obbligo di andare nel negozio più vicino alla propria abitazione. Una libreria molto spesso però è scelta da un lettore in base ai propri gusti e gestori, è un luogo molto personale. Non si può obbligare un cliente affezionato ad andare in un’altra solo perché più vicina a casa.
Essendo una realtà ibrida, un bar-libreria, abbiamo anche merce alimentare deperibile che stiamo cercando di donare ad associazioni o realtà del territorio, in modo da evitare sprechi e aiutare chi ne ha bisogno: come il TPO di Bologna che fa consegna di panini e sanitari essenziali ai senzatetto e persone indigenti della città.
Per il resto fin da prima della chiusura abbiamo preso il toro per le corna e non ci siamo lasciati abbattere. È più di un mese che stiamo effettuando consegne a domicilio in tutta la città e spedizioni postali nel resto del Paese (anche qualcuna all’estero), anche quando hanno chiuso i distributori e ci siamo dovuti arrangiare solo con i libri che avevamo a scaffale. Da tutte queste situazioni difficili sono sempre nati modi di reinventarsi e di fare il nostro lavoro anche a distanza: consigliando libri in base ai gusti del lettore anche a distanza.

https://www.facebook.com/La-confraternita-delluva-Libreria-Caf%C3%A8-Wine-Bar-224098721349631/

4. LIBRERIA MARCOPOLO – VENEZIA

Libreria MarcoPolo, Venezia

Ancora a metà della settimana scorsa, in libreria MarcoPolo, eravamo impegnati a organizzarci per le consegne a domicilio e per le spedizioni: abbiamo iniziato a fine marzo, dopo due settimane di stop completo. Agli inizi del mese, quando l’Italia è stata chiusa, ci siamo fermati del tutto: libreria chiusa, vetrine senza libri, luci spente e noi libraia e librai a casa. Quindi, quando abbiamo sentito le prime voci di una possibile e imminente riapertura, seppur ristretta a due giorni alla settimana, delle librerie, la prima sensazione è stata di incredulità. Libreria MarcoPolo sarà aperta i martedì e i giovedì dalle 10 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 20, per ora solo la sede di Campo S. Margherita, a breve quella della Giudecca.
Era da un po’ che stavamo aspettando questo momento, in attesa che ci dicessero “Sì, è arrivato il momento di tornare”, almeno un po’, a vivere. Appena queste voci si sono fatte più sicure, abbiamo rapidamente deciso che si può fare, le condizioni della libreria e della nostra città, Venezia, lo consentono in tranquillità, e ci siamo dati da fare per poter aprire il prossimo martedì mattina.
Ci stiamo ancora dando da fare perché, pur aspettando questo momento dall’11 marzo, non è stato possibile pianificare tutto ciò che occorre, ma molti aspetti del come riaprire sono già stati valutati, abbiamo solo dovuto adeguarli alla situazione odierna sotto vari aspetti, sicurezza, regole, opinioni delle persone.
La riapertura delle librerie ha un grandissimo significato, un significato sociale: sono i primi luoghi di svago, piacere e cultura che vengono (ri)aperti da marzo, sono le librerie ad avere questo privilegio, di poter essere ricordate come i posti dove le persone finalmente ritornano a trovare un po’ di luce, un po’ di umanità dopo tanto isolamento.
Questa privazione ci è pesata, molto, e sappiamo di non essere gli unici. Le comunità sono state disgregate in rete, i corpi sono diventati bidimensionali: è ora di riappropriarsi di spazi che non sono solo di vendita ma di realizzazione di significato, individuale e di comunità. Non siamo incoscienti, sappiamo benissimo che il virus è qui, e sappiamo altrettanto bene che il rischio è gestibile e che, in ogni caso, presto o tardi tutti dovremo saperlo gestire, nel caso specifico delle librerie, tra il 14 aprile e il 3 maggio, le misure di prevenzione del rischio saranno esattamente le stesse (e anche il rischio). Piccola parentesi: non pensiamo che le persone che verranno in libreria saranno fonte di problemi per il contagio.
I problemi per il contagio sono altri. E, dato che non ci interessa fare polemica con coloro che credono i singoli individui responsabili di tutto il male, diciamo solo che chi “permette” di tornare in libreria è lo stesso che aveva precluso di andare, non ha alcun senso quindi prendersela con coloro che sceglieranno di varcare le soglie della libreria.
Non sappiamo quale sarà la risposta dei nostri amati clienti, probabilmente ci stupiranno come hanno fatto tante (tutte) altre volte, di sicuro dal lato economico è una incognita. Come libreria MarcoPolo, a inizio aprile abbiamo lanciato la sottoscrizione dei MarcoPoloBOND, buoni acquisto libri comprati adesso e con validità spostata nel futuro, in modo da rendere partecipi i nostri clienti delle necessità di liquidità che abbiamo in questo momento, un modo per bypassare ciò che il governo ci chiede di fare, vale a dire accendere debiti con le banche. Forse anche le sottoscrizioni dei BOND, che continueranno anche a libreria aperta, saranno più difficili. Inoltre libreria MarcoPolo proseguirà sia con le consegne che con le spedizioni, una scoperta e una nuova possibilità di questa dozzina di giorni di lavoro a libreria chiusa.
Questa fase durerà a lungo e, prima di tornare ai livelli di fatturato paragonabile a quelli pre-contagio, chissà se basteranno tre o quattro anni: ci vorrà meno per essere salvi dal punto di vista sanitario. Come saranno esattamente i redditi e la capacità di spesa delle persone alla fine del prossimo anno? E come sarà l’andamento dei prezzi dei libri nel prossimo futuro? Probabilmente non ci sono risposte certe a tali domande.
Abbiamo calcolato che il blocco di marzo e aprile ci costerà, per ripartire, tanto quanto abbiamo investito per aprire la MarcoPolo nel 2015, quasi cinque anni fa. Non è uno scherzo, non abbiamo sicurezza che la libreria sia ancora un’impresa economicamente vantaggiosa nel prossimo futuro, da una parte incerto e dall’altra molto interessante; è iniziato un viaggio di cui non si conosce la meta, di sicuro non torneremo indietro. Di una cosa però siamo abbastanza sicuri, per continuare a fare le libraie e i librai abbiamo bisogno della libreria, del luogo fisico, della comunità reale di lettrici e lettori e, ritornare ad avere uno spazio fruibile, pur con tutte le limitazioni del caso dovute alla sicurezza, ci dà speranza e forza per continuare e cercare, magari insieme a colleghe e colleghi e ad altri intelligenti operatori della filiera del libro, un modo nuovo e più sostenibile che ci vada bene.

https://www.libreriamarcopolo.com

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Arianna Testino
Arianna Testino è nata nel 1983. Ha studiato storia dell’arte medievale-moderna a Bologna e si è specializzata nelle arti contemporanee a Venezia. Appassionata di scrittura e curatela, è interessata all'approfondimento e all'ideazione di attività artistiche a carattere pubblico e sociale.