Pubblichiamo qui una preziosa conversazione datata 1998 tra il critico e curatore Demetrio Paparoni e Arthur C. Danto, filosofo e critico statunitense scomparso nel 2013. Si va dal cinema alla fotografia, arrivando ai mostri e agli angeli. L’uscita è prevista – per i tipi di Neri Pozza – il 16 aprile. Ma già dal 26 marzo sarà disponibile in versione ebook.

Demetrio Paparoni: Il cinema viene spesso definito come l’arte del nuovo secolo, in quanto include tutte le modalità espressive: l’immagine, la performance, il racconto, la finzione, la riproduzione fedele o surreale di una realtà, la musica. Adesso poi, con lo sviluppo della grafica computerizzata, le sue potenzialità appaiono ulteriormente amplificate producendo la sensazione che si possa dar visione a situazioni non rappresentabili con nessun’altra arte. Infine la sua capacità/esigenza di raggiungere una quantità di persone assume, in una società a capitalismo avanzato, una valenza non semplicemente quantitativa, ma decisamente estetica, al punto da far pensare che il cinema abbia ormai conseguito una supremazia sulla pittura.

Arthur C. Danto: Difficilmente coloro che vissero nel 1898 avrebbero potuto credere che il cinema sarebbe diventato la suprema arte del Ventesimo secolo. Io stesso non sono sicuro che meriti tale definizione. La pittura e le arti visive in genere – comprese quelle forme d’arte che hanno utilizzato al loro interno la tecnica cinematografica – sono state molto più sperimentali e innovative del cinema, il quale al confronto è risultato esteticamente arretrato.
Etimologicamente il termine “cinema” deriva dalla parola greca che designa il movimento: la sua ambizione originaria era in effetti la rappresentazione diretta del movimento stesso. La pittura, nel corso della storia, è ricorsa a varie tecniche per raffigurare il movimento. Lo ha mostrato indirettamente, facendo credere che una data cosa si stesse muovendo: noi percepiamo che san Giorgio muove il braccio, anche se non vediamo veramente il braccio muoversi. Nella immagine cinematografica, invece, vediamo lo spostamento reale del braccio, che affonda la lancia nel drago, il quale si contorce dal dolore ed emette fiamme dalla bocca. La fotografia, quanto a potenzialità rappresentativa, si trovava inizialmente sullo stesso piano della pittura e del disegno: il cinema ha superato sia la pittura sia il disegno poiché mostra l’atto effettivo del movimento. In origine ciò si otteneva attraverso espedienti ottici. Nulla, allora, faceva sospettare che il cinema sarebbe diventato la più importante forma artistica del Ventesimo secolo. L’invenzione delle immagini in movimento dei fratelli Lumière fu più una conquista tecnologica che artistica. A loro, infatti, bastava mostrare il movimento e scegliere i soggetti in base alla loro possibilità di muoversi, così come gli ideatori della rappresentazione prospettica si orientavano verso soggetti – quali colonnati o soffitti a cassettoni – adatti a soddisfare tale esigenza. Agli inizi, il cinema era un divertimento alla pari dello stereoscopio: avrebbe potuto stancare molto velocemente, come molte raffinatezze tecnologiche.

Demetrio Paparoni: Tuttavia il cinema non ha mai abbandonato le sue origini ottiche.

Arthur C. Danto: È così, lo testimoniano gli effetti speciali, oggi così importanti. La vera intuizione fu quella di associare le immagini alla narrazione – ricordiamo che il racconto è una forma d’arte molto antica. Il film, nel suo massimo raggiungimento, è una storia presentata attraverso immagini, una narrazione animata, non molto diversa dall’opera teatrale. Con il cinema si possono ottenere effetti che nell’immagine statica della pittura o della fotografia sono irraggiungibili, e che invece sono possibili nel racconto, per esempio in quello dei grandi romanzieri d’avanguardia come Joyce. Resta il fatto che, in quanto arte popolare, il cinema difficilmente è in grado di avventurarsi in narrazioni complesse. Le sue trame si sono evolute ben poco, è sempre la solita vecchia storia: un racconto di amore e gloria, una questione di vita o di morte. Del resto, che cosa ci si potrebbe aspettare di più da un’arte che è il prodotto logico di storie elementari ed espedienti ottici?

Arthur C. Danto & Demetrio Paparoni ‒ Arte e Poststoria. Conversazioni sulla fine dell’estetica e altro (Neri Pozza, Vicenza 2020)
Arthur C. Danto & Demetrio Paparoni ‒ Arte e Poststoria. Conversazioni sulla fine dell’estetica e altro (Neri Pozza, Vicenza 2020)

Demetrio Paparoni: Non credo che questa tua opinione valga per il grande cinema “non popolare”. Penso in particolare a Ejzenštein, Lang, Kurosawa, Fellini, Bergman, Wenders…

Arthur C. Danto: Forse sono stato fuorviato dalla tua riflessione sull’esigenza, nella nostra società, di raggiungere una quantità illimitata di persone. Hai citato alcuni tra i grandi artisti cinematografici di questo secolo: non posso immaginare ciò che faranno i loro successori nel prossimo secolo; non possiamo concepire l’arte del futuro, il che rende difficile immaginare se il cinema – grande arte del nostro tempo – sarà l’arte dell’avvenire. Nel 1880 si credeva che l’opera lirica, così come fu concepita da Wagner, sarebbe stata l’arte del futuro. Eppure l’opera lirica del Ventesimo secolo, quali che siano i suoi meriti, certamente non è mai diventata l’arte rappresentativa di questo secolo. Inoltre, ci sono ragioni per dubitare che il cinema sarà molto diverso nel futuro: molte delle potenzialità di base del cinema furono scoperte presto – il primo piano, lo sfumato, il flashback, lo zoom, la panoramica. Credi che i registi del Ventunesimo secolo saranno in grado di estendere questo repertorio? L’uso della musica per suggerire lo stato d’animo con cui guardare la scena, ad esempio, risale al diciannovesimo secolo, quando il teatro usava l’orchestra allo stesso scopo. Mentre il pianoforte che suonava “musica da film” era elemento complementare al silenzio. La musica crea suspense, esprime tranquillità, annuncia climax: tutto ciò accompagna la narrazione. Direi che l’uso della musica comporta un limite del cinema in quanto arte, perché non ci sono colonne sonore per i romanzi che leggiamo e lo scrittore è evidentemente capace di dirigere i nostri sentimenti attraverso parole e ritmi. Immaginiamo un CD confezionato insieme a un romanzo, da ascoltare mentre si legge! Mi è piaciuta la colonna sonora di Jonathan Bepler per Cremaster 5 di Matthew Barney, ma quel film era sulla musica, e Bepler dovette comporre musica romantica per accompagnare l’umore eccessivamente romantico del film. La mia opinione di Barney è che sia un artista di talento, ma deriva dalle arti visive. Se qualcuno dicesse che Matthew Barney – in fondo è abbastanza giovane – sarà il grande artista del prossimo secolo, sarei pronto a crederlo. Ma non raggiungerà così tante persone, né farà così tanti soldi. Con un’arte del genere ci sarà sempre il problema di reperire i fondi necessari a sostenere il film. Infine, credo che i costi estremi della produzione cinematografica conducano al conservatorismo artistico: i produttori non possono rischiare. Credo che il cinema del prossimo secolo sarà più come Titanic che come Wild Strawberries, a parte i piccoli film sperimentali esemplificati da Cremaster. Anche quest’ultimo, tuttavia, appartiene all’attuale momento pluralistico, insieme alle installazioni, alle performance, alla pittura. È soltanto un’alternativa tra le alternative, per quanto sia realizzata meravigliosamente. In fondo, credo di avere difficoltà a considerare Cremaster un film, in un certo senso si tratta di arte visiva cui sono state aggiunte le potenzialità del cinema: non è entertainment.

Rudolf Schwarzkogler,
 3rd Action, estate 1965 © courtesy Galerie Krinzinger, Vienna
Rudolf Schwarzkogler,
 3rd Action, estate 1965 © courtesy Galerie Krinzinger, Vienna

Demetrio Paparoni: Non credo che i registi del Ventunesimo secolo saranno granché diversi dagli attuali, perché non si possono aggiungere nuove emozioni a quelle alle quali siamo già abituati. La grafica computerizzata può rendere maggiormente credibile una situazione, ma questo non procurerà emozioni inedite. Qualche giorno fa ho visitato la Pinacoteca Ambrosiana, recentemente riaperta al pubblico. In una sala erano esposti i cartoni preparatori della Scuola di Atene di Raffaello. Questi cartoni, nel loro insieme grandi quanto uno schermo cinematografico, avevano di fronte poltrone simili a quelle di una sala di proiezione. L’illuminazione, bassa per non sbiadire i disegni, accentuava l’ambientazione da sala cinematografica. Ho così osservato questi disegni con lo stesso spirito con cui si può seguire un film. Ma, a differenza di una proiezione, che presenta un’azione alla volta, nella Scuola di Atene tutto avviene simultaneamente. I dettagli del lavoro si possono dunque cogliere come una vera e propria sequenza che lo stesso spettatore è in grado di determinare. Mi sembrava di essere dinanzi a una sorta di racconto interattivo. Probabilmente il cinema ci ha abituati a osservare in modo diverso gli antichi dipinti, che possedevano una struttura narrativa cui poi il modernismo ha voltato le spalle.

Arthur C. Danto: Ho visto dipinti ripresi con una telecamera che si muoveva da una parte all’altra dell’opera imitando il movimento dell’occhio: si vedono angeli che suonano le trombe, il volto di Cristo nel momento dell’agonia, la Madonna che piange… Non credo tuttavia che ciò aiuti a vedere un dipinto. Semmai questa tecnica è una soluzione al problema del filmare un soggetto essenzialmente immobile. Anche se esiste un parallelo tra il movimento della camera e quello dell’occhio, raramente vi è perfetta identicità: la camera cerca di creare per noi collegamenti narrativi, quando, in realtà, la sequenza corretta è quella che noi traiamo dalla normale percezione pittorica. Invece, l’aiuto che il cinema ha dato è la capacità di visualizzare la letteratura; la carrellata nel secondo libro dell’Iliade, la ripresa a distanza di Priamo che riporta il corpo di Ettore a Troia, il primo piano della disputa tra Achille e Agamennone… Omero tuttavia seppe fare la stessa cosa in parole.

Demetrio Paparoni: Il cinema ha proposto una grande quantità di mostri. L’ultimo Godzilla – mediocre a onor del vero – imperversa in questi giorni anche qui da noi in Italia. Il mostruoso vende bene, in quanto ha una capacità catartica sul pubblico. Così come le vicende rappresentate nelle tragedie greche assumevano una funzione catartica, questi film della paura sembrano voler esorcizzare angosce soggettive e collettive. L’alternativa al mostro è l’angelo. È nell’angelo infatti, assai più che nei santi, che l’uomo sembra trovare l’antidoto alle situazioni più terrificanti. Non è un caso che la figura dell’angelo sia diffusa tanto nella letteratura quanto nella tradizione popolare. Proprio in questi giorni mia figlia mi ha chiesto se gli angeli esistono realmente…

Andres Serrano, El Gran Cabron (Holy Works), 2011. Courtesy of the artist & Galerie Nathalie Obadia, Parigi
Andres Serrano, El Gran Cabron (Holy Works), 2011. Courtesy of the artist & Galerie Nathalie Obadia, Parigi

Arthur C. Danto: Gli angeli non esistono, ma ci piacerebbe che esistessero, buoni e pronti ad aiutarci nei momenti difficili. Ovunque nelle cosmologie religiose si trovano le medesime figure, nel buddismo, per esempio, c’è Kwan Yin che distrugge la spada del boia o salva l’uomo in procinto di annegare. Oppure ci sono i santi protettori, che intervengono quando l’uomo è giunto al limite dei propri poteri. Se gli angeli fossero maschi o femmine gentili e premurosi, con splendide ali, sarebbe bello essere abbracciati e protetti da loro, starsene rannicchiati sul loro petto piumato (vorrei che ci fosse un angelo al mio fianco quando il mio computer va in tilt!). I mostri ci piacciono solo perché sappiamo di stare al sicuro, tranquillamente seduti in un cinema, in una situazione analoga a quella di un bambino cui viene raccontata una storia di fantasmi mentre sorseggia una tazza di cioccolata al sicuro nel suo lettino. È come ascoltare un vento che soffia quando siamo al caldo nei nostri letti. Sia i mostri sia gli angeli ci riportano all’infanzia: difficilmente il cinema riesce ad andare oltre questo limite. A meno che l’umanità cambi radicalmente, non credo che il cinema del prossimo secolo possa essere molto diverso da quello attuale. Potremmo dire che nell’infantilizzazione dello spettatore il film riesce a conseguire esiti raramente ottenuti dalla pittura.

Conversazione realizzata via e-mail nel settembre del 1998. Pubblicata nell’estate dello stesso anno su «Tema Celeste», n. 71, ottobre 1998.

© 2020 Neri Pozza Editore, Vicenza

Arthur C. Danto & Demetrio Paparoni ‒ Arte e Poststoria. Conversazioni sulla fine dell’estetica e altro
Neri Pozza, Vicenza 2020
Pagg. 112, € 9,99 (ebook) | € 20 (in vendita dal 16 aprile)
ISBN 9788854520882
neripozza.it

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