Insieme al marito Pasquale Trisorio ha dato vita, nel cuore di Napoli, a una delle gallerie più longeve d’Italia. Qui Lucia Trisorio ne racconta la storia e quella degli artisti che hanno occupato i suoi spazi.

Lo Studio Trisorio inaugura il 16 ottobre 1974, però la storia inizia quattro anni prima. Galeotta fu un’opera di Mario Ceroli. Ci racconti come andò e come nacque il rapporto con Lucio Amelio?
Passando un giorno per Via dei Mille qui a Napoli, Pasquale e io fummo attratti da una piccola opera di Mario Ceroli esposta nella vetrina di un negozio di arredamento; ci piacque e decidemmo di acquistarla. Era una cassettina di legno con tre profili di un volto e ci fu detto che era il ritratto di Lucio Amelio. Così andammo a Piazza dei Martiri dove Lucio si era appena trasferito e cominciammo a frequentare la sua galleria. Dopo qualche tempo questo rapporto divenne più stretto e un giorno Lucio propose a Pasquale di gestire la sezione di grafica che aveva intenzione di aprire. Naturalmente Pasquale accettò con grande entusiasmo e anche io ne fui pienamente coinvolta. Questa collaborazione durò poco più di un anno, poi Pasquale cominciò a sognare di aprire uno spazio tutto proprio.

Prima che nascesse lo Studio Trisorio, e fino al 1989, c’è anche la storia laterale e intima di Villa Orlandi ad Anacapri. Che ruolo ha avuto e come si è intrecciata con la storia della galleria?
Villa Orlandi era praticamente un’appendice della galleria. Nei mesi estivi, quando lo spazio di Napoli si chiudeva, ci trasferivamo ad Anacapri dove organizzavamo delle mostre. L’aspetto più affascinante però era il contatto con i tanti artisti e le persone dell’arte che invitavamo e si avvicendavano nella villa. Molti artisti come Twombly, Beuys, Kounellis, Sol LeWitt, Kenny Scharf, Bill Beckley si sono fermati a lavorare anche per lunghi periodi. Oltre ai tanti artisti sono passati per Villa Orlandi direttori di musei, storici dell’arte, critici, galleristi di tutto il mondo. Basta sfogliare le pagine degli album degli ospiti per rendersene conto. Questi rapporti sono poi durati nel tempo.

La prima mostra fu una personale di Dan Flavin. Perché la scelta ricadde proprio su di lui?
Nacque dalla collaborazione con Ileana Sonnabend che stimava molto Pasquale perché aveva già organizzato altre mostre per conto dell’USIS, l’ufficio culturale dell’Ambasciata americana, dove ha lavorato per tanti anni. Il lavoro di Flavin ci piaceva ma per i tempi era molto all’avanguardia. A proposito di questa mostra c’è un piccolo aneddoto che ricordo con affetto. Allora nel cortile della galleria c’era l’officina di un meccanico che, quando prelevammo lo spazio, ci prese subito a benvolere. Ogni giorno saliva a vedere l’andamento dei lavori con grande partecipazione e interesse. Quando finalmente i locali furono pronti, la vigilia dell’inaugurazione allestimmo la mostra. Don Vincenzo, così si chiamava, naturalmente salì a vedere e, guardando con grande ammirazione tutti i neon colorati di Flavin, disse: “Le luci sono bellissime, i quadri quando li appendete?

Vincent D’Arista, Don’t Step on Me, 1975. Photo Mimmo Jodice
Vincent D’Arista, Don’t Step on Me, 1975. Photo Mimmo Jodice

Quando si pensa a un artista che interviene fisicamente sul proprio gallerista, in questi anni viene in mente Cattelan con Perrotin e De Carlo. Però Pasquale Trisorio venne legato nel 1975 da Vincent D’Arista, un quarto di secolo prima… Come si svolse il tutto?
Vincent D’Arista ha frequentato la galleria sin dall’inizio, molto probabilmente avendo già in mente un obiettivo ben preciso. Il costante lavorio per raggiungere il suo scopo durò alcuni mesi. Il primo passo fu ottenere da Pasquale, all’inaugurazione della mostra di Arakawa, il 26 marzo 1975, il permesso di scrivere su una parete, a grandi lettere, la frase The last days of Arakawa e di disegnare a matita il segno di una breccia nel muro divisorio tra i due ambienti della galleria. Due settimane più tardi era prevista la proiezione di un film di Arakawa. Dai e dai Vincent riuscì a superare le resistenze di Pasquale e a far ritagliare effettivamente una grande fetta dal muro divisorio, un muro maestro di settanta centimetri! Non contento, Vincent non molla. Prima dichiara di voler rimuovere l’intonaco di una parete poi, una sera, decide finalmente di rivelare le sue vere intenzioni e descrive la mostra che intende realizzare: non gli basta distruggere la galleria, vuole “eliminare” anche il gallerista! Pasquale cerca di prendere tempo, dice che vuole rifletterci un po’. Alla fine il 7 maggio, la sera dell’inaugurazione, davanti alla parete frontale della galleria tutta spicconata, Pasquale giace sul pavimento, legato come un salame dalla testa ai piedi, davanti a un pubblico sbigottito e incredulo… E se fosse dipeso da D’Arista non si sarebbe fermato neanche dopo questo evento. Per la mostra di Boetti, che si doveva inaugurare alcuni giorni dopo, già aveva progettato di fare un buco profondo in una delle pareti laterali. La risposta immediata di Pasquale: “Vincent, và vattenne, famme stu piacere!“.

In anni non sospetti, avete accolto il mezzo fotografico e la videoarte nella vostra programmazione, superando uno snobismo che era ancora molto potente nei confronti di entrambi i mezzi. Quali furono le scintille che vi portarono a prendere queste decisioni?
Abbiamo sempre ritenuto la fotografia una forma d’arte. Tra i nostri amici contavamo diversi fotografi diventati nel tempo anche molto noti e la mostra fotografica è rimasta ancora oggi un appuntamento imprescindibile nella nostra programmazione.
Alla videoarte ci siamo avvicinati molto presto grazie particolarmente alla nostra amicizia con Maria Gloria Bicocchi, fondatrice, con il marito Giancarlo, del Centro per il video art/tapes/22. La rassegna Differenza video risale al 1982 ‒ con opere tra gli altri di Bruce Nauman, Bill Viola, Nam June Paik, Vito Acconci, Chiristian Boltanski, Daniel Buren ‒, ma praticamente una mostra sul video era stata pensata da sempre e già nel 1974, nei lavori di restauro degli spazi destinati alla galleria, era previsto un impianto particolare per l’installazione delle apparecchiature e la proiezione dei video.

Nel 1996 nasce Artecinema, ulteriore dimostrazione di come la vostra prospettiva dalla quale guardare all’arte sia sempre stata connotata dalla massima apertura. Avevate dei modelli di riferimento all’estero? E quali obiettivi?
Artecinema è stato fortemente voluto da mia figlia Laura che con costanza e passione è riuscita a farlo crescere, portandolo quest’anno alla sua venticinquesima edizione. Ogni anno mostriamo circa trenta documentari sui maggiori artisti internazionali dando così un ampio spaccato su quello che succede nel mondo dell’arte oggi. Partecipano al festival più di 6000 persone provenienti da tutto il mondo. Oggi Artecinema è conosciuto a livello internazionale ed è particolarmente amato dai registi che sono felicissimi di venire a Napoli e restano sbalorditi dall’affluenza e dal calore del pubblico contenuto a stento negli oltre 1300 posti del Teatro San Carlo e del Teatro Augusteo. Molti giovani si sono avvicinati all’arte grazie ad Artecinema e ora partecipano regolarmente a tutte le manifestazioni della galleria.

Lucia Trisorio, Poltrona di Mario Ceroli, 1972. Photo Mimmo Jodice
Lucia Trisorio, Poltrona di Mario Ceroli, 1972. Photo Mimmo Jodice

Dal 2004 al 2011 avete avuto un piccolo spazio a Roma. Come nacque la decisione di aprirlo? E come quella di chiuderlo?
Fu una decisione del tutto casuale: ci fu offerta l’opportunità di rilevare un piccolo spazio a Piazzetta del Fico, nel cuore antico di Roma, dandoci così un’ulteriore possibilità di promuovere e far conoscere i nostri artisti. Fu una bella esperienza che durò sette anni, nei quali abbiamo realizzato mostre di Rebecca Horn, Luigi Ghirri, Martin Parr, Lawrence Carroll, Ettore Spalletti, Enzo Cucchi e tanti altri. Quando però a Napoli, nel cortile del palazzo dove da sempre è situata la nostra galleria, si sono liberati gli ampi locali di un vecchio deposito adibito in passato a rimessa per le carrozze, abbiamo scelto di chiudere lo spazio romano e di ingrandire la galleria storica.

A Napoli avete operato anche al di fuori delle mura della galleria. Quali sono attualmente i rapporti con le istituzioni, politiche e culturali? Quale clima si respira in città?
I nostri rapporti con le istituzioni sono sempre stati ottimi e negli ultimi anni la sinergia tra le istituzioni e la galleria si è ulteriormente rafforzata, con un desiderio reciproco di collaborazione.
Con il Museo di Capodimonte, ad esempio, abbiamo realizzato il progetto Incontri sensibili che ha dato vita a mostre importanti di artisti come Louise Bourgeois e Jan Fabre che si sono confrontati con le opere storiche della collezione del museo.

Siete una delle gallerie più longeve del Paese. Che consiglio dareste a chi volesse iniziare ora, nel 2020, la propria avventura?
Innanzitutto di metterci tutta la passione, di non aspettarsi di arrivare subito al successo ma nemmeno di lasciarsi scoraggiare. La strada è lunga e in salita, oggi forse ancora più di ieri, ma con tanta forza di volontà, passione, determinazione e un pizzico di fortuna ce la si può fare.

‒ Marco Enrico Giacomelli

Studio Trisorio. Una storia d’arte
Electa, Milano 2020
Pagg. 536, € 80
ISBN 9788891827913
www.electa.it

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Dati correlati
Spazio espositivoSTUDIO TRISORIO
IndirizzoRiviera di Chiaia 215 80121 - Napoli - Campania
EditoreELECTA
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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, la Libera Università di Bolzano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.