Tutti gli autoritratti di Rembrandt, in un lussuoso volume

Se per l'immenso popolo odierno del selfie si volesse cercare un santo patrono, il più adatto dovrebbe essere non un fotografo ma un grandissimo pittore del Seicento, l'olandese Rembrandt van Rijn.

I primi autoritratti di Rembrandt di cui abbiamo conoscenza risalgono al 1628, lui ventiduenne. Si tratta di tre piccole incisioni all’acquaforte, che ce lo mostrano ancora imberbe, coi capelli arruffati, il nasone già importante, lo sguardo attento, l’espressione seria; e poi tre dipinti a olio, uno nelle inattese vesti di un soldato che ridente getta indietro la testa, un secondo con la bocca aperta nel parlare e in testa uno di quei berretti flosci che diverranno suoi distintivi, e un terzo in magnifico chiaroscuro a modellarne il volto e il capo riccioluto. Tutte prove di arte altissima, che già testimoniano una spettacolare sicurezza di segno e una pennellata caratterizzata da grande libertà di sintesi e da licenze anche audaci di esecuzione, capaci talvolta di prefigurare l’arte informale.
Maestro e instancabile acrobata dell’autoritratto, Rembrandt vi si esercitò costantemente, quasi ossessivamente, lungo l’intera sua esistenza, esibendosi in viste in prima persona, perlopiù ravvicinate, in successione dallo spuntare dei primi baffetti sul suo carnoso labbro superiore al proliferare delle rughe prodotte dalle preoccupazioni della maturità, fino all’ispessimento fisico verso la vecchiaia. Con rapide pennellate di inchiostri su carta, minuscole e minuziose incisioni, accuratissimi oli su rame o tavola, l’artista documentò la propria evoluzione fisiognomica quant’altri mai, utilizzando il pretesto dell’autoritratto anzitutto come sfida estetica, nell’esercizio inesausto della variazione. E nondimeno come reiterata immersione nell’autoanalisi psicologica. Luci e ombre, posizioni e composizioni, movenze e immobilità, espressioni e sguardi, ostentazioni e sottintesi: la quantità di elementi in gioco, perfettamente controllati dall’unico giocatore, concorrono a formare una galleria unica per ampiezza e profondità. Che è anche, forse non accessoriamente, il riassunto di una vita.

Volker Manuth & Marieke de Winkel – Rembrandt. The Self Portraits (Taschen, Colonia 2019). Copertina

Volker Manuth & Marieke de Winkel – Rembrandt. The Self Portraits (Taschen, Colonia 2019). Copertina

IL VOLUME

Il sontuoso volume che Taschen (in edizioni in inglese, in tedesco, in francese, in spagnolo) dedica a raccogliere i 34 dipinti e 35 disegni e incisioni che costituiscono il corpus completo dei “selfie” rembrandtiani può vantare diverse particolarità di confezione. In grande formato, rilegato in tela con titoli sovrimpressi in oro, sulla copertina ospita una piastra ovale lenticolare che permette la visione cangiante di ben sei dipinti che sovrappongono i volti dell’artista, da giovane a vecchio, in dissolvenza incrociata. Nelle pagine interne, tutte orgogliosamente impreziosite da un fondo oro anche nelle parti redazionali, ogni autoritratto appare riprodotto in totale sulla pagina di sinistra (per le incisioni in formato corrispondente all’originale) e in particolare ingrandito a tutta pagina a fronte sulla destra. Le condizioni per analizzare gli esiti differenti sono quindi le migliori possibili. Si ripercorre in questo modo anche la vita del pittore fino al 1669, data dell’ultimo autoritratto, eseguito poco prima della morte.

Volker Manuth & Marieke de Winkel – Rembrandt. The Self Portraits (Taschen, Colonia 2019)

Volker Manuth & Marieke de Winkel – Rembrandt. The Self Portraits (Taschen, Colonia 2019)

OLTRE IL SELFIE

Inserendosi nell’ambito delle celebrazioni internazionali per i 350 anni dalla scomparsa di Rembrandt (sono state da poco aperte, fino a gennaio e febbraio 2020, quattro grandi mostre celebrative al Rijksmuseum di Amsterdam, al Wallraf-Richartz-Museum di Colonia, alla Dulwich Picture House di Londra e all’Holburne Museum di Bath), questo volume, puntualmente commentato da due esperti storici dell’arte, il tedesco Volker Manuth e la olandese Marieke de Winkel, è una strenna perfetta che ci permette di instaurare un dialogo diretto e molto stretto con Rembrandt, che guardando sé allo specchio adesso guarda dritto negli occhi anche noi. La ripetitività del soggetto, indice di un atteggiamento quasi bipolare tra autocelebrazione e introspezione, lungi dall’annoiare, permette piuttosto di addentrarsi nel personale racconto esistenziale dell’artista e finisce per muovere ad ammirazione per le variazioni d’approccio, ora più palesi e ora più sottili. I miliardi di selfie contemporanei, inevitabilmente, non possono che risultare tutt’altra cosa.

Ferruccio Giromini

Volker Manuth & Marieke de Winkel – The Self-Portraits
Taschen, Colonia 2019
Pagg. 176, € 50
ISBN 9783836577007
www.taschen.com

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Ferruccio Giromini

Ferruccio Giromini

Ferruccio Giromini (Genova 1954) è giornalista dal 1978. Critico e storico dell'immagine, ha esercitato attività di fotografo, illustratore, sceneggiatore, regista televisivo. Ha esposto sue opere in varie mostre e nel 1980 per la Biennale di Venezia. Consulente editoriale, ha diretto…

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