Panteon (senza h): nasce un nuovo semestrale cartaceo di architettura

“Facciamo ora l’ipotesi che Roma non sia un abitato umano ma un’entità psichica”: è questo il punto di partenza del progetto editoriale cartaceo Panteon. Nato da un’idea di WAR Warehouse of Architecture and Research, è diretto da Jacopo Costanzo che abbiamo intervistato

Panteon format – Courtesy Panteon
Panteon format – Courtesy Panteon

Avreste mai pensato che un gruppo di giovani architetti romani (l’età media non supera i trent’anni) avrebbe deciso, nel 2019, di lanciarsi in un progetto editoriale cartaceo partendo e traendo ispirazione dalla “Nuova Pianta di Roma” di Giovanni Battista Nolli, realizzata tra il 1736 e il 1748? Abbiamo chiesto a Jacopo Costanzo – direttore della rivista e membro, insieme a Valeria Guerrisi e Gabriele Corbo, del collettivo WAR, Warehouse of Architecture and Research – di raccontarci di più di Panteon e della sua linea culturale: perché è nata, che contenuti produce, che prospettive si aspetta, ma soprattutto qual è la sua visione per Roma.

Iniziamo dal nome: Panteon, senza h. Come mai l’avete scelto? Cosa significa per voi e per la rivista?
Il nome raccorda più riflessioni e aspettative. Il magazine raccoglie cinque architetture in ogni numero, andando così a comporre nel tempo una sorta di Pantheon di edifici eccellenti, problematici, anche virtuosi diremmo, che hanno posto domande e offerto risposte alla città di Roma e non solo. Progetti che non rifuggono da questioni critiche in campo progettuale. In secondo luogo vi è il rimando al monumento del Pantheon, il ventre di Roma. Elemento paradigmatico e imprescindibile per la Città. Infine il vezzo dell’H, la sua elisione nasce per caso mentre lavoravamo alla mostra “conformISbagliato” nei Garage di via Nomentana, lo scorso inverno. Davide Trabucco presentava una installazione site specific, una carta da parati ispirata alla pianta del Nolli. Ci siamo soffermati ad osservarla con attenzione. Il Pantheon presentava al suo interno il numero 837, nota per la didascalia, mentre appena sopra il pronao, nel mezzo della piazza  antistante, sul disegno appariva il nome dell’edifico senza H, PANTEON. Così è nata la scelta: un omaggio al Nolli e alla celeberrima pianta di Roma.

Geograficamente legata a Roma, la rivista ha aspirazioni internazionali che travalicano i confini e punta a dialogare con realtà simili d’oltralpe. Come vi state muovendo in tal senso?
La rivista è ben radicata a Roma, sia come contenuti che come board editoriale. Il tentativo è però più complesso. Cerchiamo di partire da episodi avvenuti dentro il GRA che cinge la città — la sua cinta muraria novecentesca — usandoli come pretesto per attaccare temi trasversali, plurali, non per forza specifici. Quindi ci è parso necessario fin da principio intendere PANTEON come una rivista bilingue, così da poterla facilmente presentare in contesti internazionali: stiamo lavorando per diffonderla in Europa e negli Stati Uniti; a piccoli passi procederemo anche verso destinazioni più esotiche!

Quali indichereste come vostri riferimenti?
Sono molteplici. Dai quotidiani, che ancora ci affascinano molto, ad alcune pubblicazioni di settore degli anni Ottanta, come Metamorfosi e Rassegna. Di certo, il fondo di riviste Passarelli, che abbiamo il privilegio di custodire dallo scorso autunno a studio, è stata una miniera di suggestioni indescrivibile che ha costantemente nutrito le nostre indagini.

Panteon è un semestrale cartaceo di architettura, parte di quell’editoria critica di nicchia che però, nonostante la qualità, non muove grandi numeri, rischiando di essere un’operazione non sostenibile, seppur dall’alto profilo culturale. Quali sono i vostri obiettivi di crescita? Dove volete arrivare?
Il numero zero è stato con fatica interamente autoprodotto: ne siamo orgogliosi. Siamo andati in stampa a Trastevere con le prime cinquecento copie — da O.Gra.Ro —, non potevamo essere più campanilisti di così! Come tutte le realtà indipendenti dobbiamo partire dal territorio: presentazioni e distribuzione sono diventate in pochi mesi le nostre parole d’ordine. Il prezzo della rivista è stato opportunamente contenuto, vorremmo essere utili agli studenti delle università e accademie d’arte e garantire un costo accessibile anche contemplando i possibili extra per le spedizioni. Per questo, oltre ad essere presenti nei principali poli museali romani, siamo felici di aver già venduto decine di copie all’estero attraverso il nostro sito e di essere in vendita a Milano e Venezia in due splendide librerie (Reading Room e bruno). L’obiettivo è quello di rendere sostenibili i numeri a seguire. Partiamo dal prossimo e poi si vedrà. Restiamo vigili sulla possibilità di coinvolgere sponsor interessati a sostenere il nostro progetto.

Raccontateci come è composta la squadra che lavora su Panteon e la costruzione di un numero tipo.
La redazione è composta per lo più da architetti e dottori di ricerca. Siamo partiti da un nucleo di amici e colleghi, alcuni dei quali ne hanno coinvolti degli altri. Lavoriamo insieme da anni, molti di noi hanno svolto il percorso universitario insieme. Le riunioni, che necessariamente partono a fine giornata lavorativa, hanno il sapore di quei pomeriggi malinconici romani, quando il sole tramonta ma ancora non è buio. Discutiamo parecchio e poi la stanchezza ci costringe a decidere su cosa puntare e cosa scartare. Ogni numero della rivista è tematico; nel magazine d’esordio abbiamo coinvolto tutta la redazione, sia nella scrittura degli articoli che sul progetto fotografico, il quale è stato affidato per intero all’obiettivo di Isidoro Galluccio. Ogni saggio è il frutto tanto di una riflessione critica quanto di un accurato studio sul campo del soggetto. Dal numero uno – Billboards – includeremo contributi esterni attraverso una call for paper.

Il primo numero – Anacronismo – è stato presentato in una serie di palcoscenici importanti. Che tipo di riscontro avete trovato?
Abbiamo effettuato il lancio a maggio, durante Open House Roma. Poi altre tre presentazioni, battezzate PANTEON Talks, prima al Palazzo delle Esposizioni, poi da Campo, in dialogo con Stefano Ciavatta, infine al Macro Asilo, con un inatteso contributo di Sandro Poli del Superstudio. Abbiamo ricevuto una splendida risposta: a Roma la definiremmo “Gajarda”! E con essa le prime critiche — fondamentali —, nonché preziosi consigli per lo sviluppo del progetto editoriale. Avremo un autunno pieno di impegni: ritorneremo al Macro per il New Generations Festival [dal 5 all’8 settembre, N.d.R.] —, poi da Sinestetica e, infine, a Venezia.

Voi la definite “un’indagine sistematica, raccolta per mezzo di un cartaceo dal sapore novecentesco”: da dove arriva questo legame forte – anche grafico – con il passato?
A noi sembra una cosa naturale. La lezione italiana, se può aver senso parlarne in questi termini, ha generato in architettura i suoi contributi più preziosi quando ha affrontato di petto il proprio passato, la Storia delle cose. Sfidandola, plagiandola, soprattutto studiandola. Noi ripartiamo da qui, pensiamo sia una strategia necessaria, una sorta di ossessione laica, in fin dei conti lungimirante. Un po’ come sul trampolino, un passo indietro primo dello slancio in avanti.

Anticipazioni sul prossimo numero?
Lo immaginiamo numero come il 2-0 di Del Piero alla Germania: un’azione corale, un contropiede culminato in un goal liberatorio e definitivo.

Tre aggettivi per descrivere Panteon.
Anacronistico, ingombrante, ottimista.

– Giulia Mura

www.panteonmagazine.com
https://warehousearchitecture.org

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Giulia Mura
Architetto specializzato in museografia ed allestimenti, classe 1983, da anni collabora con il critico Luigi Prestinenza Puglisi presso il laboratorio creativo PresS/Tfactory_AIAC (Associazione Italiana di Architettura e Critica) e la galleria romana Interno14. Assistente universitaria, curatrice e consulente museografica, con una forte propensione all'editoria e allo sviluppo di eventi e progetti culturali, per il magazine PresS/T letter e per il format Archilive ha curato una rubrica sui libri d'architettura. È stata caporedattrice per la rivista araba Compasses e da anni collabora come freelance per testate italiane e straniere; con continuità è presente nella versione online e onpaper di Artribune. È co-founder di Superficial, studio creativo di base a Roma che si occupa di ricerca e sviluppo di progetti incentrati su: comunicazione, immagine, architettura, design, cultura, eventi, branding.