Giovanni Battista Piranesi, venditore di antichità. Il libro di Pierluigi Panza

Architetto, scultore, forse il più celebre incisore di tutti i tempi, Giovanni Battista Piranesi è stato un assoluto protagonista del Settecento. Dalla sua passione per le antichità, collezionate, restaurate e riprodotte con uno spiccato gusto per il pastiche, è nato un vero e proprio stile, apprezzato e diffuso in tutta Europa. Il libro di Pierluigi Panza, “Museo Piranesi”, tenta un primo censimento dei reperti e delle sculture transitati nel prolifico atelier dell’artista.

Giovan Battista Piranesi, Avanzi del Tempio di Canopo nella Villa Adriana, da Vedute di Roma, 1748-78
Giovan Battista Piranesi, Avanzi del Tempio di Canopo nella Villa Adriana, da Vedute di Roma, 1748-78

Intorno alla metà del Settecento la passione per l’antiquaria e le antichità si diffonde in tutta Europa, contagiando cultori più o meno competenti e nobili di ogni Paese. Roma, naturalmente, è vista dai viaggiatori del Grand Tour, dai francesi e dagli inglesi appassionati in cerca di anticaglie come una specie di vaso di Pandora, che a ogni campagna di scavo, piccola o grande, scoperchia una quantità infinita di reperti e sorprese. La frenesia archeologica che si scatena, se da un lato dà il la a scoperte e a cantieri di grandi importanza (primi su tutti Ercolano e Pompei), dall’altro promuove una vera e propria emorragia di statue e reperti di ogni tipo che, legalmente o illegalmente, abbandonano il Paese, per andare ad alimentare collezioni pubbliche e private di mezza Europa.
Nell’Urbe intanto fioriscono le botteghe degli antiquari, restauratori e venditori. Tra queste vi era anche l’abitazione, presto trasformata in un laboratorio-museo, di Giovanni Battista Piranesi (Mogliano, 1720 ‒ Roma, 1778), forse l’incisore più celebre di tutti i tempi, che non tutti conoscono per la sua attività parallela di restauratore, rifacitore e venditore di antichità.
Il libro di Pierluigi Panza, Museo Piranesi (che ha vinto l’UE Cultural Heritage prize / Europa Nostra awards 2017 ed è stato presentato in anteprima all’Accademia di Stoccolma) prova per la prima volta a catalogare i pezzi transitati nella casa romana di Piranesi a Palazzo Tomati. Il censimento, che prende le mosse da un inventario dei beni dell’architetto e incisore steso alla sua morte, nel 1778, e insegue reperti venduti e alienati in diverse occasioni, raccoglie oltre 270 marmi in tutto il mondo, accompagnati da riproduzioni e schede accurate.
Abbiamo chiesto all’autore di questo importante lavoro, frutto di un ventennio di ricerche, di spiegarci in cosa consisteva la collezione di Piranesi, un repertorio abbastanza inconsueto, in parte diverso da quello raccolto nelle altre botteghe di venditori e restauratori romani, tanto da far meritare al suo possessore il soprannome di “Cavalier Candelabra”.

Pierluigi Panza, Museo Piranesi (Skira, 2017)
Pierluigi Panza, Museo Piranesi (Skira, 2017)

L’INTERVISTA

Quando prese il via l’attività di Piranesi nel campo del restauro e della vendita di oggetti antichi?
Piranesi avviò l’attività di scavatore e ricompositore di pezzi all’antica negli Anni Sessanta del Settecento, aggiungendola a quella di incisore. Via via questa seconda attività divenne fondamentale. Gli scavi erano controllati per lo più dalla Camera Apostolica e dagli inglesi, poi dai grandi restauratori romani come Volpato e Cavaceppi. I Piranesi, padre e figlio, si dovettero mettere in scia. Si specializzarono così nel rifacimento di candelabri d’età adrianea e vasi funerari all’antica, nella costruzione di camini ex-novo utilizzando pezzi antichi, nella vendita di urne, frammenti antichi e ricomposti, qualche busto e teste riattate alla meglio, pochissime statue.

Una raccolta che serviva ad alimentare lo sposalizio tra oggetti reali, ricostruzioni ed elementi di pura invenzione nel mondo visionario delle incisioni di Piranesi, che proprio per la loro particolarità sono diventate celebri in tutto il mondo, e non a caso molto apprezzate dalle correnti surrealiste del Novecento.
L’affermarsi dell’idea di Piranesi grande visionario si deve alla critica inglese dell’Ottocento e francese del Novecento, specie a Horace Walpole e Marguerite Yourcenar. Questa idea è dovuta soprattutto alla forza seduttiva delle sue Carceri d’invenzione, realizzate in prima edizione a Venezia a metà Anni Quaranta dal giovane artista. In realtà, quello che anche questa mia ricerca evidenzia, è che Piranesi fu uno scrupoloso osservatore e documentatore dell’antico. Le sue incisioni appaiono come composizioni fortemente inventive, è vero, ma sono composte da oggetti, opere, figure quasi tutte scrupolosamente tratte da quanto aveva visto e, talvolta, scavato, restaurato o semplicemente venduto.

Fino a che punto Piranesi interveniva restaurando i pezzi che passavano dalla sua casa museo? Si può parlare di interi rifacimenti in stile?
Soddisfaceva il gusto degli acquirenti, in genere i nobili del Grand Tour. Allora, al culto per l’integrità materiale dell’originale era preferito il pezzo intero all’antica. Così Piranesi integrava con marmi sia antichi che moderni i pezzi che scavava per renderli unitariamente leggibili. Così facevano tutti e quando il restauratore romano Bartolomeo Cavaceppi si raccomandava di non eccedere oltre a un terzo nel rifacimento questa era una indicazione che veniva disattesa. Ci sono camini che di antico non hanno che un frammento proveniente da Villa Adriana. I Piranesi, il padre e il figlio Francesco, erano titolari di una bottega che realizzava sculture all’antica, utilizzando anche pezzi antichi. In quest’ottica realizzarono straordinari pastiche, come i due candelabri dell’Ashmolean Museum di Oxford.

Giovan Battista Piranesi, Vasi, candelabri, cippi…, tav. LVIII, Roma 1778
Giovan Battista Piranesi, Vasi, candelabri, cippi…, tav. LVIII, Roma 1778

Qual è il rapporto tra i pezzi collezionati, restaurati, venduti, e la diffusione per mezzo di incisione di questo materiale promossa da Piranesi?
Cataloghi come Diverse maniere d’adornare i cammini del 1769 e Vasi, candelabri, cippi… del 1778 sono praticamente degli strumenti di promozione dei pezzi che teneva nella casa museo e del gusto della sua bottega. In questi cataloghi, a fianco dei suoi pezzi, ne incideva anche altri molto celebri per dare lustro alla sua collezione. Insomma, presentava i suoi pezzi riattati a fianco delle grandi celebrities dell’antichità, come il Vaso Lante (oggi a Woburn Abbey) o il Vaso Medici (agli Uffizi), che mai entrarono nella sua disponibilità. Era come dire: “Vedete, i miei pezzi stanno quasi sullo stesso piano di queste grandi antichità”.

Chi erano i suoi principali acquirenti?
I nobili inglesi del Grand Tour, primo fra tutti Charles Townley. Del resto il miglior scavo che Piranesi effettuò fu quello al Pantanello di Villa Adriana nel 1769 in aiuto all’inglese Gavin Hamilton. Morto il padre, il figlio Francesco effettuò le maggiori vendite, o svendite direi, del museo di casa: riuscì a vendere un blocco di 96 lotti a re Gustavo III di Svezia nel 1785 e altri al Vaticano che, in teoria, aveva diritto di prelazione sui pezzi scavati. Oggi questi pezzi sono, rispettivamente, al British Museum, al Museo di Stoccolma e al Museo Pio Clementino nei Musei Vaticani.

Come è proceduto il lavoro di catalogazione di questo repertorio così vasto?
Impresa faticosissima. Studio Piranesi sin dalla tesi di dottorato e ho pubblicato molto su di lui, compresa una biografia che nel 2009 ha vinto il Premio Selezione Campiello. Inizialmente non sapevo di trovarmi di fronte a un materiale così vasto, volevo solo individuare quali pezzi da lui incisi fossero riconducibili a un pezzo reale. Non immaginavo che ne avesse venduti così tanti senza averli mai disegnati o incisi. Comunque sono partito dai manoscritti e dalle incisioni incrociandoli con i cataloghi dei musei e con indicazioni che la bibliografia su Piranesi poteva suggerirmi. Poi sono andato a vedere la maggior parte di questi pezzi una volta che ho identificato dove presumibilmente fossero, previa presa di contatto con i musei o i privati che li custodiscono. Sul luogo, in genere, ho trovato conferma sulla base di altri documenti o testi particolari. Quindi ho incominciato a radunare tutta la bibliografia su ciascun pezzo e li ho schedati, ciascuno con foto e con incisione, se Piranesi l’aveva fatta. Poi ho ordinato il tutto e scritto anche le parti critiche. Ne sono uscite quasi 600 pagine.

‒ Stefano Bruzzese

Pierluigi Panza ‒ Museo Piranesi
Skira, Milano 2017
Pagg. 584, € 45
ISBN 9788857235479
www.skira.net

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AutoriGiovanni Battista Piranesi , Pierluigi Panza
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