Imperialismo e black culture nella mostra di Lubaina Himid a Londra

Alla Tate Modern di Londra dipinti, disegni, stampe, installazioni, opere sonore compongono la mostra di uno dei volti della scena artistica black inglese

Metal Handkerchiefs (2019), il lavoro che accoglie i visitatori della mostra di Lubaina Himid (Zanzibar, 1954) alla Tate Modern di Londra ‒ nove lastre di metallo dipinte in stile Kangas ‒, mette subito di fronte a uno dei temi della rassegna: la tensione fra il controllo delle strutture (il quadrato, il metallo, la serialità) e la vitalità. I Kangas sono tessuti africani di squisita flessibilità, si possono usare come indumenti, sacchi per la spesa, talismani. In Africa le madri ci mettono i bambini e dell’Africa quelli di Himid hanno i colori, che scivolano liquidi sui fogli di metallo.

Lubaina Himid. Exhibition view at Tate Modern, Londra 2022. Photo credits © Tate (Sonal Bakrania)

Lubaina Himid. Exhibition view at Tate Modern, Londra 2022. Photo credits © Tate (Sonal Bakrania)

STORIA DI LUBAINA HIMID

Nata nel sultanato di Zanzibar (all’epoca parte dell’impero britannico), Himid “rientra” in Gran Bretagna a pochi mesi dopo la morte del padre. Il viaggio in mare è un tema che torna nei suoi lavori. In Old Boat /New money (2019) ‒ un’installazione di 30 listelli alti 5 metri e dipinti nelle tonalità del grigio mare ‒ il movimento che le assi disegnano nello spazio è quello di un’onda che si gonfia, s’increspa e scende. In sottofondo, gli speaker trasmettono suoni d’acqua: “Lubaina voleva qualcosa che assomigliasse al rumore che fa il mare quando scricchiola sul legno di una barca a motore spento”, spiega Stawarska Beavan, che ha creato i sound work in mostra. Un “rumore” che richiama le grandi traversate dell’oceano compiute da milioni di africani nell’arco di tre secoli su vecchi barconi in cambio di “new money”. “La gente pensa agli schiavi in termini di numeri”, riflette Himid nell’intervista con Griselda Pollock riportata in catalogo. “Io mi sono sempre chiesta come ci si senta a ritrovarsi con centinaia di persone su barche che possono ospitarne al massimo venti, tra i cattivi odori, senza sapere neanche cosa sia un’imbarcazione che galleggia su qualcosa che non sai nemmeno immaginare come il mare”.

Lubaina Himid, Le Rodeur. The Exchange, 2016, acrilico su tela 183x244 cm. Courtesy the artist & Hollybush Gardens, Londra. Photo Andy Keate

Lubaina Himid, Le Rodeur. The Exchange, 2016, acrilico su tela 183×244 cm. Courtesy the artist & Hollybush Gardens, Londra. Photo Andy Keate

LUBAINA HIMID E IL COLONIALISMO

In Le Rodeur the Exchange (2016), quel “come ci si sente” si traduce nello smarrimento che emerge dalla tela. Nel suo spazio (vuoto, ad eccezione di una panca) ci sono cinque figure che sembra non sappiano dove si trovano. Un gradino suggerisce un palco; il mare gonfio che s’intravede dall’arco di una finestra fa pensare a una nave. Nel gruppo, tre persone fanno parte di una famiglia: l’uomo seduto, la donna/uccello che gli poggia una mano sulla spalla, il giovane che ci guarda. Sotto i suoi occhi la pelle è sbiancata: è malato? Anche le altre figure maschili sembrano rivelare un fastidio fisico, un dolore. La sola figura “in equilibrio” è quella centrale, la donna con il braccio teso verso l’uomo seduto, a cui sta dando un pezzettino di stoffa: un Kanga? Letta insieme ai gesti arresi, alienati del gruppo, l’offerta fa pensare a una sciagura passata o imminente. Le Rodeur è il nome dell’imbarcazione francese che trasportava schiavi dall’Africa ai Caraibi. Nel 1819 ci fu un’infezione a bordo e molti schiavi diventarono ciechi. Nessuno li avrebbe più comprati. Per evitare di perdere del tutto la traversata, si concluse che sarebbe stato più vantaggioso gettare in mare gli schiavi malati, recuperando così qualcosa dall’assicurazione.

Lubaina Himid. Exhibition view at Tate Modern, Londra 2022. Photo credits © Tate (Sonal Bakrania)

Lubaina Himid. Exhibition view at Tate Modern, Londra 2022. Photo credits © Tate (Sonal Bakrania)

HIMID FACCIA A FACCIA CON HOGARTH

A Fashionable Marriage (1986-2014) ricrea in un formato da set teatrale una famosissima tela di William Hogarth, La Toilette, parte della serie Marriage à la mode (1743). Hogarth, artista satirico, ha raccontato (denunciandoli) gli usi e i costumi dell’Inghilterra all’apice del potere imperialistico. Ne La Toilette siamo in un salottino, tra musici, un castrato e una contessa. È il momento in cui il Marriage à la mode (matrimonio tra un aristocratico impoverito e una ricca borghese) si rivela per quello che è: la contessa sta accettando un invito a una mascherata dall’amante. Alle sue spalle, un servo offre cioccolata calda, ai piedi della donna un bambino, probabilmente imparentato con l’uomo, gioca con statuette africane, smerciate forse insieme ai suoi genitori. Le due figure di colore sono testimoni in ombra delle avventure dei padroni, le uniche che, proprio per la loro innocente presenza, possono far esplicito riferimento all’adulterio. Nella versione tridimensionale di Himid, personaggi e salotto sono ritagli di cartone riciclato dipinti e collage. Musici e cantanti sono sostituiti dalle figure del mondo dell’arte: critici, giornalisti, galleristi. I merletti, le stoffe preziose, i fronzoli di Hogarth resi da ritagli di autorevoli giornali e riviste d’arte degli Anni Ottanta. La coppia di adulteri ha i volti di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, rei della cosiddetta Banana Republic a cui fanno riferimento le banane sul vestito della Thatcher. Più di due secoli dopo, Himid come Hogarth critica una società costruita su privilegio, ipocrisia e sfruttamento.
Ma c’è una svolta che, nella prima versione degli Anni Ottanta ‒ durante il British Black Arts Movement, in cui affonda le radici anche la poetica di Sonia Boyce, Leone d’oro alla Biennale di Venezia 2022 con il padiglione britannico ‒ poteva persino sembrare utopica. Da servi più o meno in ombra in Hogarth, le due figure di colore nell’installazione di Himid si spostano al centro. L’uomo, che serviva la cioccolata, diventa una donna, alta, statuaria ed elegantissima in un vestito marino, notturno. Dea dell’energia del mare, questa donna sta a simboleggiare l’arte dell’Africa nera che nutre l’occidente con la sua immensa, oceanica vitalità. E il bambino, seduto a terra a giocare con statue di cui probabilmente ignorava storia e cultura, è invece una giovane attivista, istruita dai libri che la circondano, seduta su una valigia su cui c’è una pistola pronta, nel caso.
Sembrava impossibile all’epoca della prima versione di A Fashionable Marriage che un’artista donna e di colore potesse arrivare al traguardo di una mostra monografica alla Tate, che vincesse il Turner Prize (2017), che potesse dire la sua su Le Rodeur e le rigidità e chiusure del mondo dell’arte in Gran Bretagna, e invece.

Maria Pia Masella

Londra // fino al 2 ottobre 2022
Lubaina Himid
TATE MODERN
Bankside
https://www.tate.org.uk

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Maria Pia Masella

Maria Pia Masella

Laureata in Lingue e Letteratura Francese a Roma (La Sapienza), ha proseguito gli studi con un Master in Comparative Literature (University College London) e un secondo Master in Arte Contemporanea (Christie’s Education/University of Glasgow). Scrive per la rivista letteraria In-Arte,…

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