Lungo reportage da uno dei Paesi più complessi, specie dal punto di vista degli artisti, la Corea del Nord. Abbiamo parlato con chi ci vive e lavora nel campo della creatività e dell’architettura, ecco cosa abbiamo scoperto

Cosa significa essere artisti in un Paese come la Corea del Nord, che ritiene un affare di stato persino il taglio di capelli dei propri cittadini? Come si può facilmente intuire, l’arte da quelle parti non rappresenta una rielaborazione personale o una risposta dell’artista a istanze sociali o a un sentire interiore; le arti figurative rappresentano il mezzo attraverso cui educare e instillare valori rivoluzionari nella collettività. Non deve sorprendere, dunque, se il simbolo del Partito dei Lavoratori vede spuntare – in mezzo al tradizionale binomio falce e martello – un curioso pennello da calligrafia, in rappresentanza della categoria degli artisti e degli intellettuali.

L’artista Im Hyok ritratto davanti alla sua opera realizzata per l’Asia Pacific Triennial of Contemporary Art © Koryo Studio
L’artista Im Hyok ritratto davanti alla sua opera realizzata per l’Asia Pacific Triennial of Contemporary Art © Koryo Studio

ESSERE ARTISTI IN COREA DEL NORD

Come ci racconta Nicholas Bonner – fondatore di Koryo Tour and Studio, scrittore e curatore con una base a Pechino e un piede a Pyongyang –, gli artisti nel Paese godono di un grande riconoscimento sociale, strutturato in un autentico ranking che può portarli a diventare delle celebrità.
Su una scala che va da 5, considerato il valore più basso, a 1, gli artisti vengono valutati ogni tre anni sulla base della loro produzione creativa, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. A influire positivamente sul giudizio è il criterio della partecipazione e selezione dei lavori a esposizioni nazionali, mentre il comportamento morale giudicato poco virtuoso può pesare negativamente e far retrocedere l’artista a una posizione inferiore. Al culmine della loro carriera, gli artisti possono aspirare ai titoli di Artista Meritevole, a quello di Artista del Popolo, ambendo a vincere il prestigioso Premio Kim Il Sung, considerato il più alto riconoscimento artistico del Paese.
Alla fama, però, non corrisponde un tenore di vita elevato. I benefici dell’essere un artista riconosciuto stanno nell’aver accesso a uno studio più grande e nella possibilità, di fatto negata al resto della popolazione, di viaggiare per mostre ed eventi espositivi (anche se i viaggi sono limitati quasi esclusivamente alla Cina). Al di là di questi aspetti, il vero privilegio di essere un artista di successo sta nella conquista di una maggiore autonomia sulle scelte stilistiche e iconografiche delle proprie opere.

Bozzetto a olio di Hong Jong Won (1928 2004), artista nato a Incheon, in Sud Corea, e deportato in Corea del Nord © Koryo Studio
Bozzetto a olio di Hong Jong Won (1928 2004), artista nato a Incheon, in Sud Corea, e deportato in Corea del Nord © Koryo Studio

FORMAZIONE E CARRIERA ARTISTICA

Come vale per qualsiasi altra carriera “pubblica” – superfluo specificarlo, visto che qui il concetto di “privato” non esiste –, gli aspiranti artisti devono superare una dura selezione a livello nazionale. Ai candidati eccellenti è riservato un posto alla prestigiosa Pyongyang University of Fine Art, gli studenti meritevoli potranno accedere ad altre accademie della capitale, mentre il resto dei candidati potrà frequentare college provinciali che, a differenza della rinomata scuola della capitale, non sono reali accademie, bensì istituti d’arte in cui la pittura e la scultura trovano posto assieme ad altre discipline come la danza.
Indipendentemente dalla scuola, la formazione di un artista nell’ambito delle arti visive è strettamente centrata sull’apprendimento accademico, basato sulla padronanza delle tecniche tradizionali come il chosonhwa, sulla conoscenza dei materiali e dei valori estetici locali. Il curriculum della Pyongyang University prevede sezioni dedicate alla tradizionale pittura a inchiostro, quella dedicata alla pittura a olio, alla scultura, alla ceramica, alla pittura murale, nonché alle declinazioni delle arti visive legate all’industrial design e alla grafica.
L’intera carriera di un artista nordcoreano è dettata dalla competizione e dalla selezione, tant’è che l’aver ottenuto la laurea in un istituto della capitale non sempre assicura un ambìto posto lavorativo a Pyongyang. Solo gli artisti migliori vengono selezionati dagli Studios della capitale – autentiche imprese artistiche statali –, mentre gli altri vengono assegnati a dipartimenti artistici provinciali.
Ciò che accomuna tutti gli artisti, a prescindere dalla formazione, il ranking o la work unit a cui sono destinati, è che in Repubblica Popolare Democratica di Corea nessuna espressione artistica è fine a se stessa. Come si legge nel Korean Fine Arts, uno dei molti compendi che inquadrano gli aspetti della vita all’interno della Juche – l’ideologia ufficiale del Paese –, “le nostre arti devono essere popolari nella misura in cui rispondono ai sentimenti del nostro popolo: devono essere rivoluzionarie e servire gli interessi del Partito e della Rivoluzione”.

ARTE O PROPAGANDA?

Date le premesse, viene spontaneo chiedersi dove stia il confine fra arte e propaganda, ammesso che sia concesso pensarlo. Nel cercare una risposta ci viene nuovamente in soccorso Nicholas Bonner, che è anche un collezionista di arte coreana. “La creatività degli artisti nordcoreani sta all’interno dei limiti imposti dal Realismo Socialista, inteso come stile e strumento di rappresentazione, ed è circoscritta dal fatto che tutti gli argomenti rappresentati rimandano sempre a contenuti politici e ideologici, perciò sono soggetti ad approvazione del Partito. Questo si traduce in opere d’arte che diventano ripetitive”, ci spiega Bonner. “Nella mia collezione ho dipinti di contadini eroici che sfoggiano raccolti eccezionali, costruttori che lavorano alla realizzazione di nuovi cantieri, operai siderurgici al lavoro. Soggetti molto simili tra loro sia nell’iconografia che nella composizione, rimaste praticamente invariate dagli Anni Cinquanta a oggi. La creatività dell’artista sta nel declinare il contenuto e la composizione di un’opera all’interno di un limitato formulario politicamente accettato”.
Parlando della sua collezione, Bonner ci spiega che le opere degli Anni Cinquanta e dei primi Sessanta sono particolarmente interessanti in quanto mostrano qualche timido segno di sperimentazione e una visibile diversificazione tra gli stili adottati dagli artisti. In quegli anni i pittori erano ancora agli albori dell’elaborazione di un linguaggio figurativo che rispondesse all’ideologia del neonato Paese, il che permetteva margini di personalizzazione.
L’arte, in quanto espressione del popolo, progredisce e cambia solo ed esclusivamente in risposta a cambiamenti interni del Paese e del partito. La comparsa di nuovi elementi iconografici, compositivi o stilistici nell’arte nordcoreana non è altro che la risposta degli artisti a determinati cambiamenti sociali, soluzioni che vengono declinate sempre all’interno dei canoni del Realismo Socialista.
Nonostante ciò, esiste ancora un microspazio di originalità. L’artista Pak Hyo Song, che gestisce un’unità di pittura presso il Mansudae Art Studio della capitale, ha dichiarato che non è esattamente vero che non ci sia spazio per le scelte personali: “Alcuni artisti preferiscono lo stile moderno caratterizzato da pennellate energiche e forti contrasti, mentre altri rimangono più legati alla tradizione, privilegiando uno stile più accademico”. Il più ampio spazio di manovra, in termini di scelte e creatività, è proporzionalmente dipendente dalla fama di un artista; più un artista invecchia e raggiunge gli status di Artista Meritevole o Artista del Popolo, più conquista margini di indipendenza che gli consentono di adottare sfumature personali nelle proprie espressioni artistiche.

Made in North Korea. Graphics from everyday life in the DPRK. Exhibition view at House of Illustration, Londra
Made in North Korea. Graphics from everyday life in the DPRK. Exhibition view at House of Illustration, Londra

MOSTRE INTERNAZIONALI E INCIDENTI DIPLOMATICI

Il limite fra arte e propaganda è un dibattito che da tempo anima la critica occidentale, manifestandosi in ragionevoli discussioni sulla legittimità di considerare o meno le opere nordcoreane delle autentiche espressioni artistiche piuttosto che meri strumenti di propaganda. Il responsabile della politicizzazione dell’arte coreana potrebbe, però, non essere solo il Partito dei Lavoratori. Ad acuire la carica ideologica e la lettura politica delle opere nordcoreane contribuisce anche la posizione dell’Occidente, ben rappresentata da due avvenimenti accaduti ormai una decina di anni fa.
A Vienna, nel maggio del 2010, si è tenuta la mostra Flowers for Kim II Sung – Art and Architecture from the DPRK, organizzata dal MAK – Museo di Arti Applicate e Arte Contemporanea austriaco in collaborazione con la Korean Art Gallery di Pyongyang e la Paektusan Academy of Architecture, il più importante design and research institute della Corea del Nord. L’allora direttore artistico del MAK, Peter Noever, aveva dichiarato che si trattava di un evento unico e importante in quanto, per la prima volta, quei lavori venivano presentati fuori dal suolo nazionale. Il grande interesse della critica, manifestato nelle fasi preliminari della mostra, si trasformò ben presto in un acceso dibattito che mise in dubbio la posizione del museo viennese rispetto alla leadership nordcoreana. A essere accusato fu proprio il contenuto delle opere esposte, considerate troppo esplicite rispetto all’ideologia del partito e colpevoli di essere portatrici di valori e atteggiamenti ufficiali. Il simposio internazionale Exploring North Korean Arts, evento collaterale della mostra, raccolse questo dibattito trasformandolo in una preziosa occasione di confronto e dialogo. La discussione che ne è sorta ha avvicinato il pubblico occidentale all’estetica nordcoreana, dimostrando però l’impossibilità di scindere nettamente gli aspetti politici da quelli artistici.
Un altro episodio, accaduto in Australia, conferma i labili confini che esistono fra arte e propaganda, sfociando stavolta in una presa di posizione diplomatica finita su molte testate internazionali. Il Koryo Studio era stato incaricato dalla Queensland Modern Art Gallery di Brisbane di selezionare alcuni artisti nordcoreani per l’Asia Pacific Triennial of Contemporary Art del 2009. Il team di Nicholas Bonner aveva invitato gli artisti, nel rispetto del Realismo Socialista, a creare opere che uscissero dagli schemi, proponendo loro di lasciare da parte i sorrisi plastici tanto cari al partito, in virtù di una resa più “vera” dei personaggi e con l’invito a far trapelare le sfumature della fragilità umana. La risposta degli artisti nordcoreani fu notevole e il corpus di lavori presentato si dimostrò intriso di realtà, stilisticamente diverso dal modello accademico. Ma, come spesso accade con le collaborazioni che coinvolgono la Corea del Nord, ci fu una svolta: il governo australiano rifiutò di concedere il visto agli artisti per la partecipazione alla rassegna, dichiarando che le opere realizzate rappresentavano uno strumento di “propaganda mirata a glorificare e sostenere il regime nordcoreano”. Alla fine, le opere furono esposte, ma agli artisti fu negato l’ingresso in Australia.

Opere nordcoreane in mostra a Brisbane all’Asia Pacific Triennial of Contemporary Art © Koryo Studio
Opere nordcoreane in mostra a Brisbane all’Asia Pacific Triennial of Contemporary Art © Koryo Studio

PITTURA: UN AFFARE DI STATO

Per servire gli interessi del Partito e della Rivoluzione, un artista della RPDC è “libero” di esprimersi entro i limiti della fedeltà al Realismo Socialista. La pittura nordcoreana trasferisce su tela una realtà “aumentata”, plastica, ieratica, che celebra la gloria dei leader, il valore nel lavoro e la lotta contro l’oppressione. L’unico tipo di rappresentazione artistica che esula da contenuti esplicitamente politici è la pittura di paesaggio, ma anche in questo caso l’indipendenza dall’ideologia è solo apparente, in quanto questo tipo di rappresentazione nasconde valori sociali come la forza e lo stoicismo incoraggiati dal Partito.
Le raffigurazioni astratte, invece, non sono accettate. L’arte concettuale è un linguaggio che gli artisti non incontrano nella loro formazione e nella loro carriera, tant’è vero che la Storia dell’Arte in Corea del Nord viene insegnata solo fino all’Impressionismo. Tutte le sperimentazioni del contemporaneo non compaiono nei curriculum delle accademie.
Come si legge in una delle tante opere di filosofia Juche, il leader Kim Jong Il dichiarava che “un quadro deve essere dipinto in modo tale che lo spettatore possa comprenderne il significato. Se le persone che vedono un’immagine non riescono a coglierne il significato, indipendentemente dal talento del suo creatore, non possono dire che sia una buona immagine“.
Dal 1948, anno di fondazione del Paese, non ci sono stati movimenti artistici, nessun evento che abbia intaccato o portato qualche mutamento al sistema artistico nazionale. In Nord Corea si trova, dunque, una forma di espressione artistica praticamente ininterrotta dagli Anni Cinquanta, un unicum nel panorama artistico globale.
La pittura è ritenuta un’interpretazione delle linee guida istituite dal mecenate, il Partito dei Lavoratori, e rappresenta a tutti gli effetti un affare di Stato, tanto che ogni artista ha il dovere di dipingere almeno un’opera che rappresenti la Rivoluzione da regalare alla collettività. La sensibilità e l’individualità artistica trovano posto solo nei disegni, negli schizzi e nei bozzetti, ossia nel backstage dell’opera, prima che venga stereotipata dai canoni imposti.

IL MERCATO DELL’ARTE NORDCOREANA E LA RISPOSTA OCCIDENTALE

Molti storici e critici dell’arte occidentali probabilmente ignorano l’arte nordcoreana, pensando che rappresenti semplicemente un’arte propagandistica al servizio dello Stato. Beth McKillop, ricercatrice al Victoria and Albert Museum di Londra, specializzata in Arte dell’Asia Orientale, ha recentemente dichiarato che, nonostante la generale indifferenza nei confronti delle espressioni artistiche della penisola coreana, esiste un crescente interesse da parte delle istituzioni museali occidentali, che si manifesta in una specie di “caccia” a pezzi nordcoreani. L’interesse, però, non sembra essere legato soltanto a ragioni di natura puramente artistica, piuttosto è condizionato dalla ricerca di un nostalgico ricordo, di un’epoca passata, non contaminata dalla globalizzazione.
G. Muhn, professore di pittura alla Georgetown University di Washington e curatore nel 2018 della sessione nordcoreana della Biennale di Gwangju, ha affermato che gran parte dell’interesse occidentale per l’arte nordcoreana è riservato al chosonhwa, una forma di pittura tradizionale a inchiostro su carta di riso che presenta soggetti iconografici legati al tema del lavoro. A catturare l’attenzione del pubblico occidentale sono anche i dipinti monumentali creati negli studios da grandi squadre di artisti. Sono soprattutto le opere a grande scala, prodotte al Mansudae Art Studio, a suscitare interesse in Occidente, sia per la qualità delle opere, sia per l’impresa che esse stesse rappresentano, e ancora per il contesto in cui sono prodotte. Nonostante tuttavia si riscontri un avvicinamento nei confronti della pittura nordcoreana, la maggior parte dei collezionisti sono cinesi e il mercato dell’arte rimane ancora su piccola scala.

Confezioni di caramelle di inizio anni '90
Confezioni di caramelle di inizio anni ’90

GRAPHIC E INDUSTRIAL DESIGN

Il design nordcoreano non ha lo scopo di promuovere un prodotto rispetto a un altro: la grafica e il packaging del prodotto servono più a informare il compratore sul contenuto piuttosto che a promuoverne l’immagine.
Come vale per gli artisti, anche i grafici, una volta completato il loro percorso universitario, aspirano a trovare una posizione all’interno degli Industrial Art Studios, i migliori dei quali si trovano nella capitale. Visto che non esiste un’economia di mercato e l’industria è statale, ogni produzione grafica deve avere il nulla osta del Partito. Di conseguenza, anche in questo settore l’innovazione e il cambiamento sono molto lenti e determinati da complessi meccanismi.
Nell’ambito della comunicazione, il millenario patrimonio culturale del Paese si manifesta in grafiche cariche di motivi tradizionali e in palette color pastello che, fino ai primi Anni Zero, venivano eseguite a mano. L’arrivo del design digitale e di nuovi metodi di stampa ha parzialmente modificato la prassi operativa, senza però intaccare i tratti stilistici, caratterizzati da campiture piatte e omogenee, colori pastello e finiture lucide.
Nicholas Bonner, con il suo team di Koryo Studio, nel 2017 ha dato vita a Made in North Korea. Graphics from everyday life in DPRK, un progetto editoriale, diventato poi mostra, che racconta la società nordcoreana a partire dall’aspetto grafico della cultura del Paese. “Fin dai miei primi viaggi in Corea del Nord sono stato attratto dalle grafiche e dal packaging dei prodotti locali. Ho iniziato a raccogliere questi frammenti di colorata frivolezza che, paragonati al rigore sociale e all’intimidatoria propaganda militare del Paese, apparivano in sorprendente contrasto. Un binomio quasi stridente. Dopo decenni di viaggi sono riuscito ad accumulare una considerevole raccolta di materiale grafico che va dai biglietti del treno alle carte di caramelle, dai pacchetti di sigarette alle guide per turisti. Alcuni pezzi sono antecedenti alla mia prima visita, ad esempio alcuni set di cartoline degli Anni Settanta, nelle loro buste originali. Le ho trovate sugli scaffali di un negozio riservato agli ospiti di un hotel sulla costa orientale. Il posto aveva avuto così pochi turisti che le cartoline sono rimaste invendute per decenni”.
Made in North Korea è stata l’occasione per sistematizzare e catalogare questa peculiare collezione, trasformandosi, assieme alla mostra, in un’occasione unica per avvicinare il mondo occidentale alla cultura nordcoreana da un punto vista privilegiato, quello della vita quotidiana. La rassegna alla House of Illustration di Londra – che ha riscosso un grande successo – si è poi spostata alla Hongik University Daehangno Arts Center di Seoul, rappresentando un momento non solo culturale, ma anche storico. Per la prima volta dalla divisione della penisola, oggetti della vita quotidiana della Corea del Nord sono stati esposti al pubblico del Sud, un’occasione così popolare che ha visto, come evento collaterale, la creazione di un “supermercato” per la vendita di prodotti di imitazione “made in North Korea”.

Veduta di Pyongyang. Photo Cristiano Bianchi
Veduta di Pyongyang. Photo Cristiano Bianchi

PYONGYANG. TRA REALTÀ E ALIENAZIONE

Cosa ne pensano gli architetti di Pyongyang? Abbiamo chiesto a Cristiano Bianchi e a Kristina Drapić, autori del libro Model City: Pyongyang – Architecture and urban space of Pyongyang, di accompagnarci nella lettura del tessuto urbano e architettonico della città. Architetto italiano lui, fondatore di Studio ZAG con sede in Toscana e a Pechino, architetta e graphic designer serba lei, hanno intrapreso una serie di viaggi nella capitale nordcoreana spinti dalla fascinazione di vedere e toccare con mano la città frutto di una pianificazione totale. Pyongyang è una bella città, ma spiegarne il perché, così su due piedi, è quasi impossibile, ce lo siamo chiesti molte e volte e forse proprio il bisogno di chiarire questa insolita bellezza è stato il motivo che ci ha portati a intraprendere il progetto editoriale di ‘Model City Pyongyang’”. I due architetti ci raccontano il loro primo viaggio nella capitale e ci avvertono che la premessa per visitare e comprendere una città come Pyongyang è l’abbandono dei canoni estetici con cui, da occidentali, si è abituati a misurarsi. “Il primo impatto con la statura architettonica di Pyongyang è stato dominato da percezioni fortemente contrastanti e da una sconcertante sensazione di essere immersi in una realtà fittizia. Avendo intenzionalmente lasciato a casa tutti gli stereotipi sulla Corea del Nord, ci siamo immersi per la prima volta in una realtà straordinariamente diversa pensando, dopo anni di residenza in Cina, di essere pronti a comprenderla. Entrambi, invece, abbiamo vissuto un grandissimo straniamento dalla realtà, un vero e proprio senso di smarrimento, in cui i limiti della percezione tra il reale e la messa in scena a volte sfumavano”.
È stato proprio questo il punto di partenza del loro progetto di indagine urbana. I due hanno pazientemente rielaborato tutte le architetture della città, attraverso un sapiente e inedito uso della fotografia e della grafica. Il senso di straniamento provato durante le diverse visite alla capitale nordcoreana è stato trasferito su pellicola per restituirlo al pubblico. Nel libro, tutte le fotografie vedono la sostituzione del cielo reale con gradiente di colore tale da astrarre l’immagine dell’architettura e catapultarla in una dimensione surreale. Forte è il richiamo ai tratti peculiari delle arti visive nordcoreane, dai manifesti di propaganda alla pittura, dalla scultura al mosaico, la citazione è diretta soprattutto alla ritrattistica dei Leader in cui il cielo è sempre rappresentato come un semplice gradiente di colori, come un tramonto o un’alba iper-saturi. Si tratta di un espediente in grado di trasfigurare il reale in ideale, un linguaggio metaforico molto efficace che aumenta il senso utopico del messaggio.
La solennità e l’austerità delle architetture della capitale stridono con il cielo color pastello in cui sono ricontestualizzate: il contrasto tra le due parti dell’immagine crea un’alienazione visiva in cui la parte reale rappresentata dall’edificio sembra finta, mentre la parte di cielo modificata viene percepita come reale.

Cartolina per festeggiare il nuovo anno, l’89° anno Juche, ossia il 2000
Cartolina per festeggiare il nuovo anno, l’89° anno Juche, ossia il 2000

IDEOLOGIA E NARRAZIONE. UNO SGUARDO ALL’ARCHITETTURA

L’architettura è considerata motivo di orgoglio nazionale ed è utilizzata in modo cospicuo nella propaganda, nella comunicazione, nella creazione di un immaginario e di un’identità nordcoreana. Dopo la Guerra di Corea, che i coreani chiamano Guerra Americana, Pyongyang è stata costruita da zero, concepita come una città-modello da cui ripartire per far crescere una nuova società. La capitale rappresenta, quindi, un esempio per tutte le altre città dello Stato, una vetrina architettonica portatrice di principi e valori dell’ideologia Juche. Nella storia dell’architettura si incontrano diverse città-modello: da Pienza a Urbino, emblemi urbani del Rinascimento, agli esempi di Brasilia e Chandigar, sperimentazioni del modernismo. Pyongyang, però, rappresenta un unicum perché si è sviluppata all’interno di un contesto sociale, ideologico e di progettazione urbana ininterrotto per oltre settant’anni. Si tratta di un esempio di “utopia urbana”, un prototipo di città che non ha eguali per il contesto in cui ha preso forma: una città che è stata originata da un’unica visione e il cui sviluppo non è stato intaccato dalle regole del mercato ma, almeno nelle intenzioni, indirizzato unicamente da un preciso progetto sociale.
Come ci spiega Cristiano Bianchi, il contenuto ideologico-narrativo della città è perfettamente leggibile e Pyongyang viene descritta come un “museo a cielo aperto di architettura socialista. L’architettura nordcoreana è rigorosamente codificata, tanto che il leader Kim Jong Il nel 1991 ne ha pubblicato le linee guida nel suo trattato ‘Sull’Architettura’. I principi contenuti nel trattato risultano di fatto leggibili in gran parte dell’impianto urbanistico, visibili soprattutto negli schemi compositivi dei complessi monumentali. Qui le figure dei leader sono inquadrate ed entrano in relazione con il contesto secondo regole molto precise”.
A differenza della matrice socialista da cui prende forma, l’architettura nordcoreana presenta forti cromatismi che la contraddistinguono rispetto all’austero grigiore del modello sovietico, risultando a tratti quasi naïf grazie al contenuto fortemente narrativo da cui è caratterizzato il suo linguaggio.

Mirae Scientist Street, Pyongyang. Photo Cristiano Bianchi
Mirae Scientist Street, Pyongyang. Photo Cristiano Bianchi

ESSERE ARCHITETTI IN COREA DEL NORD

All’ingresso della Paektusan Academy of Architecture campeggia un grande murale che raffigura una veduta a volo d’uccello di Pyongyang, modello costantemente aggiornato con il modificarsi della città. Al suo interno, la scuola di architettura presenta una sala espositiva dedicata alle più importanti architetture del mondo. Questo perché, ci spiega Kristina Drapić, “il curriculum di studi di un architetto prevede una buona conoscenza del panorama architettonico internazionale. Una volta uscito dal mondo accademico ed entrato nella sfera lavorativa, all’architetto coreano è richiesto di progettare edifici che rispettino gli standard internazionali, ma che siano fedeli al linguaggio formale dell’architettura Juche, rigorosamente codificata”.
A differenza degli artisti, gli architetti nordcoreani hanno una piccola speranza di contatto e formazione internazionale: ogni dieci anni un piccolo gruppo studenti, selezionato tra le menti eccellenti della facoltà di Architettura, viene inviato a studiare in Europa. Nonostante gli studenti scelti abbiano già completato gli studi in patria, dovranno ripete cinque anni di università all’estero. Il Paese di destinazione viene scelto di volta in volta, anche se l’Italia è il Paese preferito dal governo nordcoreano per formare i propri futuri architetti. Acquisita la seconda laurea, gli architetti devono tornare in patria, dove avranno accesso alle più importanti posizioni lavorative nei vari istituti statali di progettazione.
Sono tre gli istituti di progettazione della Nord Corea in cui gli architetti troveranno impiego: l’Università di Architettura di Pyongyang, la Paektusan Academy e l’Università delle Costruzioni, di fatto gli unici tre soggetti che possono aggiudicarsi i lavori. In un Paese dove tutte le opere sono pubbliche, risulta particolare il processo di attribuzione delle commesse: per ogni progetto competono i tre istituti nazionali, ognuno dei quali presenta il progetto vincitore di una gara indetta internamente. I progetti dei tre istituti risultati vincitori vengono presentati al Leader, al quale spetta la scelta finale.

PADIGLIONE COREA. IL LEONE D’ORO ALLA BIENNALE DEL 2014

Il padiglione coreano presente ai Giardini della Biennale di Venezia è stato costruito nel 1994 ed era originariamente pensato per ospitare un’esposizione congiunta tra la Corea del Nord e la Corea del Sud, cosa accaduta solamente vent’anni dopo, nell’edizione 2014 della Biennale di Architettura. La mostra si ispirava a Crow’s Eye View, composizione poetica dell’architetto coreano Yi Sang (1910-1937). Pubblicata nel 1934 e influenzata dal movimento dadaista, Crow’s Eye View è l’emblema della visione frammentata e frammentaria di una Corea ancora unita, ma debilitata dal dominio coloniale giapponese. In forte contrasto con la prospettiva singolare e universalizzante rappresentata dalla vista a volo d’uccello, la frammentarietà della successiva storia coreana indica l’impossibilità di una comprensione univoca non solo dell’architettura di una Corea divisa, ma dell’idea stessa di architettura. Ironia della sorte, mentre la maggior parte del mondo è relativamente libera di visitare la Corea del Nord e la Corea del Sud, ai coreani raramente viene data l’opportunità di comunicare direttamente con l’esterno. Curata da Minsuk Cho, Crow’s Eye View è stata la prima mostra di architettura della penisola coreana che ha visto le partecipazioni congiunte del Nord e del Sud, vincendo il riconoscimento più prestigioso della Biennale di Venezia: il Leone d’oro.
La partecipazione della Corea del Nord è stata promossa da Nicholas Bonner, che ha proposto la mostra Utopian Tours candidando opere realizzate al Mansuade Art Studio, unitamente ad altre firmate da architetti e artisti rimasti anonimi. Altro promotore della presenza nordcoreana all’edizione 2014 della Biennale è stato Peter Noever, che ha riproposto le opere di Flowers for Kim II Sung – Art and Architecture from the DPRK, presentate al MAK di Vienna nel 2010.

Kim Guang Nam, stampe da incisione su linoleum per il progetto Underwater & Space. The Future is Bright © Koryo Studio
Kim Guang Nam, stampe da incisione su linoleum per il progetto Underwater & Space. The Future is Bright © Koryo Studio

ARTE, ARTISTI E PROGETTI. PAROLA A NICK BONNER

Laureato in Architettura del Paesaggio e lecturer presso la Leeds Metropolitan University, durante il suo primo viaggio studio in Cina Nicholas Bonner ha visitato la Corea del Nord, decidendo poi di trasferirsi a Pechino e fondare Koryo Tour, la compagnia di viaggi più autorevole e longeva che opera con la RPDC, da cui è nata poi Koryo Studio. Autore di numerose pubblicazioni, ha co-diretto diverse pellicole, tra cui i tre premiati documentari sul Paese: The Game of Their Lives (2002), A State of Mind (2004) e Crossing the Line (2006). Curatore di numerose mostre, commissiona e colleziona arte nordcoreana.

Quali sono stati i primi progetti culturali a cui hai collaborato?
Nel 1993 abbiamo fondato Koryo Tour con sede a Pechino. Mi sono trasferito qui dal Regno Unito perché Pechino rappresentava l’unico accesso diretto alla Corea del Nord. Aver fondato la compagnia di viaggi costituiva la prerogativa sia per ottenere un visto che per entrare e uscire dal Paese. Fin da subito ci siamo dedicati a progetti artistici, film, documentari e programmi di scambio culturale. I primi grandi progetti artistici sono stati delle pellicole: nel 1996 abbiamo girato il nostro primo documentario di viaggio in Corea del Nord. Dal 2002 al 2006, insieme a VMS Productions e alla BBC, abbiamo prodotto molti film e documentari, tra cui il lungometraggio Comrade Kim goes Flying, premiato al Toronto International Film Festival del 2012 e primo film nordcoreano a essere mostrato al pubblico sudcoreano. Un altro tra i primi docu-film a cui ho lavorato è The Game of Their Lives, una pellicola sulla squadra di calcio nordcoreana che nel 1966 ha battuto l’Italia in quello che divenne noto come il più grande shock nella storia della Coppa del Mondo.

Ricordi il primo incontro con un artista nordcoreano?
Accompagnando i turisti in visita nei vari studi ho fin da subito apprezzato l’espressione artistica del Paese. Ho quindi iniziato a farmi un’idea degli artisti che avrei voluto rintracciare per provare a lavorare con loro. Uno dei primi che ho incontrato è stato Son U Yong, che al tempo era già molto famoso, avendo ottenuto l’altissimo riconoscimento di Artista del Popolo. Un artista dotato di enorme talento, le cui doti si possono apprezzare soprattutto nei dipinti di paesaggi montani, in cui si riesce a distinguere il suo stile personale. Devo dire che ero piuttosto in soggezione all’idea di incontrarlo. Purtroppo è morto relativamente giovane, ma il suo ricordo e la sua fama sono già stati immortalati nei nuovi capitoli di storia dell’arte del Paese.

Com’è la scena artistica emergente in Corea del Nord? Ti viene in mente qualche nome in particolare?
Come ogni Paese, anche la Corea del Nord ha i suoi artisti emergenti, dotati di talento e audacia, palpabili anche oltre le rigide regole del regime. Tra questi, Choe Chang Ho si distingue per la sua incredibile capacità di rappresentare gli argomenti dettati dal protocollo, riuscendo a gestire la composizione e il tema in maniera personale. È cresciuto nel nord del Paese e mi è stato detto che il suo stile nel disegnare riflette tutta l’energia e il rumore della fabbrica in cui lavorava suo padre e nella quale praticava il disegno da ragazzo. È uno degli artisti più dotati e spero che vedremo presto il suo lavoro anche fuori dai confini nazionali.

Come è nata l’idea di commissionare, esporre e vendere opere di artisti della DPRK?
Verso la fine degli Anni Novanta ho iniziato a proporre agli artisti locali commissioni su piccola scala lavorando con i principali art studio di Pyongyang. Con il tempo sono riuscito a costruire rapporti di fiducia reciproca con i manager degli studi, tanto che oggi posso trattare commissioni direttamente con gli artisti. Piuttosto che acquistare dagli studi opere già fatte, la politica di Koryo è quella di cooperare con gli artisti e progettare commissioni ad hoc, con lo scopo di creare programmi che diano margini di libertà di espressione e sperimentazione per gli artisti.

Com’è lavorare con artisti provenienti da un background culturalmente così diverso?
La parte più interessante del mio lavoro consiste nello sviluppare progetti con gli artisti locali e vedere le loro interpretazioni a partire da un nostro input. I risultati non sono sempre assicurati, ma in molti casi, com’è accaduto per i progetti The Beautiful Future, Utopian Tours, Heroines and Villains, le opere hanno superato le aspettative, rivelando tutta la profondità dell’interpretazione degli artisti. I nostri programmi non contengono mai tematiche considerate politicamente sensibili, in ogni caso cerchiamo di creare progetti che spingano gli artisti a uscire, per quanto possibile, dai rigidi schemi entro cui sono soliti lavorare. Per i progetti più sensibili chiediamo all’artista di usare uno pseudonimo, tutelando la provenienza dell’opera d’arte con il timbro di Koryo Studio.

Rispetto al fortunato progetto Underwater & Space: The Future is Bright, come hai incontrato l’artista Kim Guang Nam e qual è stata la sua reazione a questa commissione?
Nell’agosto del 2012 ho fatto visita a Kim Guang Nan, un artista specializzato nell’incisione su linoleum con cui avevo già lavorato in precedenza. Sulla sua scrivania c’era un fumetto, probabilmente di suo figlio, che parlava dello spazio. Questo input proiettò entrambi nel passato, a quando eravamo due bambini degli Anni Sessanta-Settanta e ci trovavamo ai due poli opposti della Guerra Fredda. Avevamo però qualcosa in comune: come tutti i bambini del tempo, eravamo affascinati dal tema del viaggio nello spazio. Abbiamo quindi creato assieme un portfolio di 17 incisioni su linoleum che reinterpretassero questi sentimenti di fascinazione nostalgica. Kim ha chiaramente evitato qualsiasi contenuto politico, raffigurando il tema nella più ampia cornice concettuale del lavoro umano in un ambiente vasto, ostile ma affascinante.

Come è nato il progetto The Beautiful Future e quale è stata la risposta degli artisti?
Questo lavoro è il risultato di una discussione nata tra me e il designer Dominic Johnson-Hill. Parlando dell’esponenziale crescita economica della Cina, e vivendola in prima persona quali residenti a Pechino dal 1993, ci siamo chiesti come gli artisti nordcoreani avrebbero interpretato lo sviluppo cinese e come lo avrebbero conciliato con i loro ideali comunisti. Partendo da input visivi da noi forniti, un gruppo di artisti nordcoreano, completamente estraneo al contesto cinese, ha lavorato alla realizzazione di una loro immagine della Cina, restituendo ai cinesi stessi uno sguardo nuovo suo loro Paese. The Beautiful Future si compone di otto lavori che ritraggono luoghi decontestualizzati dal tempo, in cui la celebrazione del socialismo stride con le comodità della vita moderna. La mostra è stata inaugurata durante la Beijing Design Week del 2013, per poi essere trasferita alla Art Labor Gallery di Shanghai e al Taipei Museum of Fine Arts di Taiwan. Le immagini delle opere sono diventate virali, riscuotendo un enorme successo soprattutto in Cina, dove sono state il contenuto di maggior tendenza sui social media per tre giorni consecutivi, registrando oltre 300 milioni di utenti interessati al tema.

Ci sono mai state difficoltà a lavorare in un contesto così particolare?
A dire la verità, non ci sono state difficoltà così diverse da quelle che si possono immaginare. Si deve partire dal presupposto che si lavora con artisti che non hanno quasi nessuna esperienza del mondo esterno e che si trovano a proprio agio solo con la propria sensibilità estetica. A questo si deve aggiungere una buona conoscenza dei limiti entro cui è possibile agire. Stabilito questo, si possono trovare le modalità per cercare di spingere gli artisti a lavorare fuori dalla loro comfort zone. Nonostante la mia lunga esperienza, sono incappato in due grossi problemi che hanno compromesso alcuni progetti. In entrambe le occasioni le criticità si sono manifestate all’ultimo minuto, dopo anni di lavoro e sono sorte sempre da parte degli studi, mai da singoli artisti. Il primo problema è nato su una questione di prezzi: un art studio ha improvvisamente alzato il prezzo delle opere che avevo già saldato, facendo fallire l’intero progetto della mostra. Qualche anno dopo questo insuccesso, mi è stato offerto di acquistare un certo numero di opere nonostante le opere fossero già mie, cosa che mi ha piuttosto irritato. L’altro “incidente” è un po’ più delicato e preferisco rimandare il racconto.

Electronics Industry Hall, Pyongyang. Photo Cristiano Bianchi
Electronics Industry Hall, Pyongyang. Photo Cristiano Bianchi

ARCHITETTI CHE GUARDANO ALLA COREA DEL NORD. INTERVISTA A CRISTIANO BIANCHI E KRISTINA DRAPIĆ

Cristiano Bianchi ha fondato lo Studio ZAG, con sede in Toscana e a Pechino. Pratica la fotografia di architettura come attività collaterale e metodo di studio, all’interno di un percorso di ricerca incentrato sulle trasformazioni sociali e urbane in atto in Asia. Kristina Drapić è un’architetta e graphic designer serba. Appassionata di comunicazione e rappresentazione grafica dell’architettura, da diversi anni svolge attività di “esploratrice urbana”, incentrata sul rapporto tra architettura, società e ideologia. Il suo lavoro è focalizzato sullo sviluppo delle periferie delle megalopoli cinesi e sulla morfologia della “città generica” asiatica.

Com’è nata l’idea di visitare la Corea del Nord?
In quel periodo vivevamo entrambi a Pechino e stavamo indagando lo sviluppo e le grandi trasformazioni delle metropoli asiatiche. Pyongyang rappresentava un unicum di grande interesse in questo panorama. Subivamo, inoltre, una certa fascinazione per l’idea di “pianificazione totale”, una specie di sogno proibito per gli architetti di tutte le epoche.

Qual è stata la risposta nordcoreana al vostro libro Model City Pyongyang?
Purtroppo, a ora, non c’è stata in Corea del Nord alcuna forma di diffusione del nostro libro. Sia la mostra che i workshop che avevamo progettato di organizzare a Pyongyang in collaborazione con l’Università di Architettura locale sono saltati a causa della pandemia. In ogni caso, gli architetti coreani con cui abbiamo avuto modo di interagire si sono dimostrati molto interessati al nostro lavoro. Quanto alla risposta delle autorità nordcoreane, ottenere l’approvazione del progetto editoriale non si è rivelato troppo difficile. L’architettura, infatti, non è considerata argomento sensibile. La parte più complicata è stata ottenere le autorizzazioni per accedere agli edifici normalmente chiusi al pubblico.

Ci sono state limitazioni al vostro lavoro di studio e indagine?
Abbiamo dovuto attenerci a regole ferree che hanno enormemente condizionato la nostra indagine fotografica: non si possono ritagliare le immagini dei leader o dei loro slogan, che devono sempre comparire nella loro interezza, né fotografare i complessi residenziali da vicino. Dovevamo chiedere il permesso prima di fotografare le persone, mentre è proibito fotografare i militari. A volte ci veniva addirittura impedito, senza motivo apparente, di attraversare la strada per ottenere un angolo di ripresa migliore. È stato molto importante rispettare queste restrizioni, in quanto le nostre guide sarebbero state ritenute responsabili di eventuali violazioni. Comprendere e accettare le regole come parte dell’esperienza di questa diversa realtà ci ha portato a guadagnare la fiducia delle nostre guide, gli unici coreani con cui abbiamo avuto l’opportunità di interagire.

C’è stata l’interazione con la comunità locale?
La reciproca fiducia stabilita con le nostre guide ci ha dato un certo margine di libertà nello scattare fotografie e ci ha permesso di instaurare un rapporto umano più stretto con loro. Abbiamo avuto modo di parlare più liberamente e siamo rimasti stupiti da alcune conversazioni che abbiamo avuto con loro, come quella in cui ci è stato chiesto, con molta circospezione, se Michael Jackson fosse davvero morto. Altra indimenticabile occasione si è presentata a novembre 2016. Eravamo a Pyongyang durante le elezioni americane, senza accesso alle notizie, quando le nostre guide sorprendentemente ci hanno informati dell’elezione di Donald Trump, cui è seguita un’inaspettata conversazione sulla politica americana.

Qual è stata, invece, la risposta occidentale al vostro libro e l’atteggiamento degli addetti ai lavori nei confronti dell’architettura nordcoreana?
L’architettura nordcoreana suscita interesse in quanto è ancora molto poco conosciuta. Nonostante si tratti di un libro decisamente di nicchia, la risposta del pubblico è stata molto buona anche dal punto di vista commerciale e questo ci fa pensare che abbia coinvolto una audience più ampia. Il nostro intento era proprio quello di aprire una finestra di conoscenza su una realtà sociale e architettonica ancora in larga parte sconosciuta e spesso fraintesa. Abbiamo dovuto però lottare con molte realtà occidentali in cui a volte prevalevano comportamenti e logiche di boicottaggio verso qualsiasi tipo di contenuto tangenziale alla Corea del Nord. Durante le presentazioni del libro abbiamo subito forti critiche, mentre per noi questo progetto editoriale vuole solo essere un’occasione di scambio culturale e di conoscenza reciproca.

Avete avuto modo di rapportarvi con architetti locali?
Abbiamo incontrato due architetti che avevano entrambi studiato a Roma. Con loro abbiamo avuto una interessantissima discussione sulla difficoltà di applicare in patria concetti legati alla conservazione e al restauro, nozioni acquisite in Italia ma considerate incompatibili con i dettami dell’architettura locale. A Pyongyang è in corso una imponente campagna di ristrutturazione del patrimonio architettonico che vede l’adozione di un approccio opposto a quello europeo. Materiali ed elementi originali, spesso di grande pregio, vengono smantellati e sostituiti in favore di un rinnovamento totale. Nel nostro ultimo viaggio, abbiamo intervistato un architetto impegnato in una grande progetto di ricostruzione a nord del Paese, a seguito di una grave alluvione. È emerso come le recenti direttive di Kim Jong Un, in materia di ristrutturazione, spingano il Paese verso una “rivoluzione verde” (necessità dettate più da ragioni di autosufficienza energetica che da ragioni di ordine ecologico). La cosa più curiosa che ricordiamo di quell’intervista era l’atteggiamento dell’architetto nordcoreano, il quale era molto più interessato a porci domande che a rispondere ai nostri quesiti. La sua era una grande curiosità per il mondo esterno, in quella che era per lui una rara occasione di interazione con occidentali.

Kim Il Sung Square, Pyongyang. Photo Cristiano Bianchi
Kim Il Sung Square, Pyongyang. Photo Cristiano Bianchi

MANSUDAE ART STUDIO: IL CAMPUS D’ARTE PIÙ GRANDE AL MONDO

Fondato nel 1959, il Mansudae Art Studio è il più importante centro espositivo e di produzione artistica del Paese. Il sito presenta dimensioni simili a quelle di un piccolo campus universitario e al suo interno ospita un negozio di souvenir, una sauna, una clinica medica, un asilo nido e un campo da calcio. Il complesso sembra rispettare gli standard di una grande multinazionale; si tratta invece dello studio d’arte più grande del mondo, con una superficie complessiva di circa 120mila metri quadrati e una struttura che coinvolge ben 4mila dipendenti, di cui più di un migliaio sono artisti. Il Mansudae Studio produce la maggior parte delle opere d’arte pubblica della Corea del Nord; inutile dirlo, è il laboratorio più prestigioso in cui un artista coreano può ambire di lavorare.
Il complesso è strutturato in tredici dipartimenti creativi, ognuno dei quali specializzato in una determinata disciplina o tecnica artistica; i dipartimenti sono a loro volta organizzati internamente in vari team creativi, ulteriormente suddivisi in gruppi di lavoro, ognuno guidato da un artista qualificato da alti titoli onorifici. A eccezione dei più illustri, la maggior parte degli artisti non ha un proprio studio ma spartisce una postazione personale all’interno di grandi spazi condivisi.
Tra i diversi settori, il gruppo che gode di grande prestigio è quello dedicato alla pittura coreana tradizionale chosonhwa, che conta circa cento artisti, al quale, in termini di importanza, segue il dipartimento di pittura a olio, composto da circa ottanta artisti. Un intero piano del dipartimento di pittura a olio e a inchiostro è dedicato alla rappresentazione dei Leader. Le opere degli artisti che lavorano in queste sezioni sono costantemente monitorate.
A livello più generale, il lavoro degli studi è sottoposto a un rigido protocollo di verifica e consigliato da un apposito comitato di studio che giudica la qualità delle opere e il rispetto delle linee guida. Ogni opera è sottoposta a due livelli di verifica, quello del consiglio interno allo studio e quello di un consiglio superiore ed esterno. Ottenuto il nulla osta, il pezzo può raggiungere la mostra o la destinazione per cui è stato creato.

Giorgia Cestaro

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Articolo pubblicato su Artribune Magazine #61
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Giorgia Cestaro
Giorgia Cestaro (Padova, 1988) è una Storica dell’Arte e dell’Architettura che dal 2015 vive a Pechino. Dopo anni di esperienza nell’ambito della didattica museale in Italia, lavora come Art Educator presso lo Ullence Center for Contemporary Art nel 798 Art District della capitale cinese. Decide poi di trasferire le sue competenze artistiche in ambito educativo e ricopre il ruolo di Coordinatore Didattico della Scuola Paritaria Italiana d’Ambasciata di Pechino fino al 2018. Il suo vivo interesse per la metropoli che la circonda e le continue domande che questo contesto quotidianamente le suscita, la spinge a entrare nel mondo della ricerca. Da ottobre 2018 è PhD Candidate in Architettura. Storia e Progetto tra il Politecnico di Torino e la Tsinghua University di Pechino, spostando così, semestralmente, la residenza nei suoi due Paesi: l’Italia e la Cina. Nel tempo libero coltiva il suo interesse per le arti visive, vivendo attivamente il panorama artistico cinese che dal 2015 racconta sulle pagine di Artribune.