Dedicata a Lou Reed e John Cage, “Laurie Anderson: The Weather” è una mostra-viaggio attraverso la carriera dell’artista americana che ha saputo unire arti visive, musica, performance e nuove tecnologie

La più ampia mostra mai intitolata a Laurie Anderson negli Stati Uniti ha da poco aperto nella cornice dello Smithsonian Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washington, D.C., guidando i visitatori all’interno di un processo artistico lungo cinque decadi e al quale si aggiungono dieci nuove opere realizzate per l’occasione. Laurie Anderson (Chicago, 1947), artista poliedrica che negli anni ha sperimentato una vasta gamma di mezzi elettronici, meccanici e digitali, in combinazione con musica, scrittura e performance, si rivela in questa mostra monografica in tutta la sua straordinaria qualità di narratrice, che riesce a infondere nelle proprie visioni multimediali e fantastiche aspetti fortemente legati all’interiorità, ai ricordi d’infanzia, al rapporto tra noi e il mondo che ci circonda.

Laurie Anderson, Sidewalk, 2012. Installation view at the Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithsonian Institution, Washington, DC, 2021. Courtesy of the artist. Photo Ron Blunt
Laurie Anderson, Sidewalk, 2012. Installation view at the Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithsonian Institution, Washington, DC, 2021. Courtesy of the artist. Photo Ron Blunt

LA MOSTRA DI LAURIE ANDERSON

Chi entra in questo ambiente multisensoriale, onirico e, allo stesso tempo, ben ancorato alla realtà, si trova a passeggiare tra enormi stanze dalle pareti completamente dipinte di nero, dalle quali le opere emergono come apparizioni evanescenti e luminescenti, dal suono a volte labile a volte travolgente, dove le parole scorrono veloci viaggiando lungo binari LED, ma solo apparentemente prive di ordine. La mostra, che può essere vissuta come una enorme e continua installazione attraverso il percorso circolare del museo Hirshhorn, caratterizzato proprio da una forma cilindrica i cui corridoi ruotano intorno a un chiostro, innesca domande sul mondo e sull’immaginazione, interrogandosi su cosa sia la realtà, cosa sia la memoria, cosa sia reale e da dove provengano i significati delle cose così come le conosciamo.
Allo stesso tempo, come afferma l’artista stessa, non è insolito che il soggetto delle sue opere sia la società statunitense, con le sue contraddizioni e le sue crisi umanitarie. Verso la metà del percorso ci si trova infatti davanti a una proiezione fuori scala di un video di un ex prigioniero di Guantanamo, Mohammed el Gharani, catturato da piccolo, al quale ancora oggi non è stato rivelato il perché del suo arresto e della sua detenzione se non per una sospetta attività terroristica, mai provata. Stretto in un angolo, come in un interrogatorio, Mohammed el Gharani non è più un cittadino indifeso, ma con la sua sovrastante statura, resa ancora più imponente dalla sedia-podio su cui si materializza il suo corpo, si racconta in cerca di verità, giustizia e sogni. L’istallazione intitolata Habeas Corpus (2015) è una riflessione sulla detenzione per mezzo della legge e sulle forzature di quest’ultima per mezzo dello stato.

Laurie Anderson, The Handphone Table, 1978 (recreated 2017). Installation view at the Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithsonian Institution, Washington, DC, 2021. Exploratorium, San Francisco. Courtesy of the artist. Photo Ron Blunt
Laurie Anderson, The Handphone Table, 1978 (recreated 2017). Installation view at the Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithsonian Institution, Washington, DC, 2021. Exploratorium, San Francisco. Courtesy of the artist. Photo Ron Blunt

LE OPERE DI LAURIE ANDERSON

Misure dettate dalla pandemia hanno impedito di mettere in mostra le installazioni in realtà virtuale che sono state esposte ad esempio al Mass MoCA. Tuttavia, l’adattamento di Four Talks, pezzo centrale del percorso espositivo, è assolutamente funzionante. Ancora una volta le pareti della sala, interamente dipinte di nero, si trasformano in una gigantesca lavagna sulla quale per settimane la Anderson ha riversato graffiti del suo immaginario. All’improvviso, dunque, appena lasciata l’installazione Salute (2021), nella quale enormi bandiere rosse roteanti in una sala altrimenti vuota ipnotizzano spettatori e spettatrici, ci si trova catapultati in uno spazio che rompe le logiche cartesiane, nel quale il pavimento e il pubblico sono parte dell’installazione.
I cinque decenni di carriera artistica, esposti in un tragitto non sempre cronologico, riportano alla luce memorabili performance, come quella compiuta nelle strade di Genova da una giovanissima Anderson, davanti gli occhi di spettatori curiosi e incerti alla vista di una donna su dei pattini da ghiaccio che cerca di rimanere in bilico mentre il ghiaccio stesso si scioglie e il suo violino elettronico – uno dei tanti costruiti dall’artista ‒ trasforma le frizioni tra le lame e il blocco di ghiaccio in suoni. Estremamente coinvolgenti e commoventi i racconti autobiografici della propria adolescenza, in parte trascorsa in ospedale per via di una frattura alla spina dorsale. L’insieme delle parole e delle immagini con le quali Anderson avvolge poeticamente, ma anche con ironia, il racconto del suo incidente nell’opera Sidewalk (2012) è un omaggio ai ricordi, anche quelli spiacevoli, ma soprattutto quelli che con il tempo siamo noi stessi a cambiare e adattare alla meglio alla nostra versione della vita e del mondo.

Laurie Anderson, 2018. Photo Ebru Yildiz
Laurie Anderson, 2018. Photo Ebru Yildiz

LA PIONIERA LAURIE ANDERSON

Un termine spesso abusato quando si parla di artisti è quello di pioniere, ma nel caso di Laurie Anderson non si può non utilizzarlo, se non altro per riconoscerle di aver avuto il coraggio di spingersi sempre oltre le barriere della rappresentazione abbracciando la sfera sensoriale e, a volte, sorpassandola. Nonostante l’uso costante di tecnologie “cutting edge” e l’aspetto effimero delle opere legate soprattutto alla fugacità del suono, il lavoro della Anderson è ancorato profondamente al corpo e alla fisicità, non solo umani, ma anche dei materiali. Il percorso si conclude infatti con un’ulteriore esperienza percettiva grazie a Handphone Table (1978). Sedendosi alle estremità di un tavolo, la pressione dei nostri gomiti sullo stesso raccoglie delle vibrazioni che si possono udire coprendosi le orecchie con le mani. È un segno che i corpi, i volumi e lo spazio che ci circonda sono sempre in conversazione gli uni con gli altri e che basta fermarsi un attimo e prestare attenzione per accorgersi delle vibrazioni che a volte ci scuotono e a volte ci accarezzano. Per farsi accompagnare lungo questa esperienza multi-percettiva, chi visita la mostra può dotarsi della colonna sonora accessibile via QR code all’ingresso.

Valeria Federici

Washington, D.C. // fino al 31 luglio 2022
Laurie Anderson: The Weather
THE SMITHSONIAN HIRSHHORN MUSEUM AND SCULPTURE GARDEN
Independence Ave and 7th St
https://hirshhorn.si.edu/

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AutoreLaurie Anderson
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