Mentre, durante i mesi più bui della pandemia, in molti hanno lasciato New York, chi è rimasto ha avuto il coraggio di dare vita a nuovi esperimenti “dal basso” per tenere viva la scena culturale della Grande Mela. È il caso di The Locker Room, uno spazio ibrido per gli artisti a Williamsburg.

Nei mesi in cui New York e il mondo erano in pausa a causa della pandemia, in tanti hanno lasciato la città in attesa di tempi migliori. Ma c’è stato anche chi non ha aspettato la riapertura delle grandi istituzioni per tornare a fare cultura e si è invece ingegnato per dare altre strade alla creatività. Così, mentre media e politici gridavano alla morte della città che non dorme mai, c’era chi quella città la teneva in vita, ripartendo dall’underground. Mai come in questi mesi si è sentito dire “it feels like old New York”, con riferimento alla New York degli Anni Settanta e Ottanta, quando la città era in bancarotta, le case costavano niente e gli artisti arrivavano a frotte, facendo della metropoli il centro culturale dell’Occidente. Forse è presto per dire che la New York uscita dalla pandemia sarà migliore di quella di prima, ma noi di Artribune vogliamo esplorare quel fermento e raccontarvi le tante iniziative dal basso che stanno animando la città in questi mesi, cominciando dal collettivo di creativi The Locker Room.

THE LOCKER ROOM A WILLIAMSBURG

Lo scorso agosto, dopo mesi di silenzio sociale e culturale, l’organizzatrice di eventi Samara Bliss, convinta che non si potesse semplicemente tornare alla normalità pre-pandemica, ha deciso di fare una scommessa: accogliere le trasformazioni, investire nel cambiamento. Bliss ha lasciato il suo appartamento e ha preso in affitto il piano terra e il seminterrato di un vecchio edificio di Williamsburg, con l’idea di trasformare lo spazio in qualcosa di nuovo, un po’ galleria, un po’ laboratorio, un po’ casa. È nato così The Locker Room, dal coraggio, l’impegno e l’energia di Bliss e del suo socio Graham Fortgang. Ora, dopo 10 mesi di attività, una residenza artistica e decine di eventi, il gruppo inaugura una mostra a Midtown per raccontare quell’esperienza.
La mia è una classica storia pandemica” ‒ ci ha raccontato Bliss. “Quando la città è stata colpita dal Coronavirus, ho perso tutti i lavori che avevo in calendario, così come lo spazio che gestivo a Soho. Eppure sentivo che stava succedendo qualcosa di speciale in città, qualcosa che non avevo intenzione di perdere. C’era eccitazione nell’aria”. Così, mentre New York si svuotava e affrontava una delle sue estati più difficili, Bliss si è messa alla ricerca di uno spazio a buon prezzo. “Quando ho visto questo posto ho pensato subito che fosse perfetto. Per me era importante che avessimo la possibilità di creare anche uno studio di registrazione e una sala prove per musicisti e questo edificio, per via della sua forma e posizione, è ideale, perché si può far rumore senza disturbare nessuno”.
Il palazzo che accoglie The Locker Room è infatti a forma di ferro da stiro e occupa un triangolo ritagliato fra tre strade, isolato da altri edifici. Con la sua strana forma e l’aspetto decadente, l’edificio non passa inosservato. All’interno, la pianta triangolare dà allo spazio un’aria bizzarra. Bliss e Fortgang si sono dati da fare per renderlo più accogliente e flessibile al tempo stesso. “Abbiamo rifatto tutto, ridipinto le pareti, coperto il pavimento con un materiale che consentisse agli artisti la libertà di sporcare, arredato lo spazio, rifatto le luci. E poi abbiamo continuato a modificarlo a seconda dei diversi usi che ne abbiamo fatto”, racconta Fortgang, seduto su uno dei divani che compongono il salottino al centro della stanza, cuore sociale della piccola comunità di The Locker Room. Un grosso tavolo in legno intorno al quale si svolgono le cene quando non serve da piano di lavoro, un angolo cottura, un’area notte soppalcata, una pedana nella parte più stretta dell’edificio e una parete di armadietti da spogliatoio (i locker del nome) completano l’ambiente. Nel seminterrato hanno trovato spazio la sala prove, lo studio di registrazione e un bar.

Lo spazio interno di The Locker Room. Photo Mara Catalán
Lo spazio interno di The Locker Room. Photo Mara Catalán

L’IDENTITÀ DI THE LOCKER ROOM

Finiti i lavori di ristrutturazione, nei mesi successivi il luogo ha continuato a trasformarsi, assumendo continuamente nuove identità, grazie a una programmazione di eventi molto diversi fra loro. “All’inizio abbiamo ripreso un’idea a cui stavamo lavorando già prima della pandemia, quando avevamo iniziato una serie di salotti d’artista che avevamo chiamato broken salon”, racconta ancora Bliss. “Organizzavamo delle cene in cui invitavamo una quindicina di artisti di discipline diverse perché avessero occasione di condividere il proprio lavoro con gli altri. Da lì avevamo poi iniziato a chiederci cosa sarebbe successo se gli artisti, anziché condividere il proprio lavoro individuale, avessero avuto occasione di creare dei lavori insieme. Così, quando abbiamo preso questo spazio, abbiamo creato i broken shaker, delle serate in cui diversi artisti lavoravano su pezzi collaborativi: noi procuravamo il materiale e loro erano liberi di usarlo come volevano. In questo modo abbiamo creato alcuni grandi collage collaborativi, sono venuti fuori diversi pezzi musicali, ma soprattutto si è consolidato un gruppo che ha poi dato vita allo spazio nei mesi successivi”.

NEW YORK IS DEAD, DON’T COME BACK

L’idea era di creare un luogo ibrido che potesse funzionare come galleria, ma senza limitarsi a offrire i propri muri alle opere e diventando invece laboratorio di produzione artistica in cui rompere le barriere tra le diverse forme d’arte e in cui il processo creativo è collettivo, collaborativo in tutte le sue fasi. Dopo alcuni mesi da spazio eventi e laboratorio, nel periodo natalizio, The Locker Room ha assunto una nuova identità, aprendo le proprie porte come spazio espositivo. Bliss e Fortgang hanno infatti organizzato una mostra, dal titolo New Year New York, invitando 30 artisti a offrire il proprio punto di vista su quello che avrebbe potuto essere la nuova New York post-pandemica. La mostra è andata molto bene e i due sono riusciti a vendere metà dei lavori esposti, assicurandosi la possibilità di mettere in cantiere nuove idee.
Con l’anno nuovo, è arrivata l’idea che ha acceso i riflettori su The Locker Room. Sulla città si abbatteva l’inverno del distanziamento sociale e di una neve da record e i media internazionali continuavano a dipingere un’immagine tetra della metropoli. In molti avevano lasciato New York per le seconde case già durante la prima ondata della pandemia e ora l’inverno stava spingendo sempre più persone verso luoghi caldi e con meno restrizioni. La frase ricorrente era “New York is dead”. Ma dall’osservatorio di The Locker Room, la città non sembrava affatto morta, semmai in fase di transizione verso una nuova vita. Così i due hanno lanciato una provocazione rivolta a chi aveva lasciato la città: “New York is dead, don’t come back”, un messaggio che hanno fatto apparire su un enorme cartellone pubblicitario su Sunset Boulevard a Los Angeles e su uno striscione attaccato a un aereo che ha sorvolato le spiagge di Miami, due delle città in cui i newyorchesi in fuga si erano rifugiati.
A rinunciare a New York sono stati i più benestanti” ‒ ci ha detto Bliss ‒ “quelli che si erano potuti permettere di andare al caldo, voltando le spalle alla città nel momento del bisogno. Ma chi è rimasto qui è il vero cuore vibrante della città, gente che ha continuato a credere in New York, a investire nel suo potenziale e a tenere accesa la fiamma della cultura dietro le porte di ristoranti chiusi e nei seminterrati”.  L’iniziativa aveva anche una controparte newyorchese, con cartelloni che lanciavano un messaggio contrario, incoraggiando chi era rimasto: “No Broadway, still plenty of characters”, “It’s just you and me here now” e, nei tunnel della metropolitana, “New York is not dead, it’s just underground”. La campagna ha attirato l’attenzione dei media e fatto circolare il nome The Locker Room su social, giornali e TV: “L’idea che New York fosse morta era già stata messa in discussione da diverse iniziative culturali” ‒ ha spiegato Bliss ‒ “ma nessuno si era mai rivolto direttamente a chi l’aveva lasciata. L’idea tuttavia non era solo quella di mandare un messaggio a chi aveva scelto di andarsene, bensì impegnarsi qui per ricostruire comunità. Quelli che sono rimasti io li chiamo il club del raddoppio, quelli che combattono la battaglia giusta”.

Un aereo vola su Miami per la campagna New York Is Dead
Un aereo vola su Miami per la campagna New York Is Dead

LOCKDOWN A THE LOCKER ROOM

E per continuare a combattere quella battaglia, per costruire o ricostruire comunità e supportare chi aveva scelto di restare, nel pieno del più cupo degli inverni, The Locker Room si è trasformato di nuovo ed è diventato una residenza. “Febbraio è un mese normalmente già piuttosto morto a New York, figuriamoci con una pandemia in corso. Così abbiamo pensato di fare un lockdown, metterci in una sorta di quarantena artistica. Di fatto è stato un programma di residenza: gli artisti sono stati pagati e tutti avevano le chiavi e accesso allo spazio 24 ore su 24. La sera cenavamo insieme, poi, ogni notte per un mese, si mettevano a lavorare”, ha raccontato Fortgang. Ai partecipanti veniva chiesto di fare il tampone Covid ogni settimana e di evitare contatti con l’esterno.
Dieci gli artisti coinvolti, tra pittori, musicisti, fotografi e filmmaker. Tutti hanno sfruttato al massimo l’opportunità e, durante il mese di residenza, hanno prodotto centinaia di lavori. La band resident, Duefunk, ha messo insieme un intero album, la fotografa Mara Catalán (autrice anche delle immagini a corredo di questo articolo) ha prodotto centinaia di scatti, il filmmaker Oliver Shahery ha confezionato un documentario che racconta la residenza, gli artisti visivi Antonio Serna-Roselini (in arte Les Punk), Jasper Socia e Steelo hanno prodotto decine di tele.

Le tele dipinte con le dita di Les Punk in mostra nello spazio di Midtown
Le tele dipinte con le dita di Les Punk in mostra nello spazio di Midtown

LA MOSTRA DI THE LOCKER ROOM

Tutto questo oggi è parte della mostra curata da Bliss e Fortgang, New York is Dead, in corso fino al 20 giugno in uno spazio preso per l’occasione a Midtown Manhattan. E anche questo è uno spazio speciale che The Locker Room ha riempito di eventi, concerti e performance per tutta la durata della mostra, tra cui due esibizioni della band Duefunk, composta da cinque musicisti che spaziano dal funk, al soul, hip hop e R&B. Alle pareti, le tele dipinte con le dita di Les Punk ci trasportano, con tocco surreale, nella scena dei club e delle discoteche frequentate dall’artista di origini italo-messicane, cresciuto a Miami;  le composizioni di Jasper Socia si muovono tra action painting e arte tribale, creando una mappa di personaggi che si leggono come geroglifici ed evocano la cultura nativo-americana delle zone dell’Idaho in cui l’artista è cresciuto; i volti scarabocchiati di Steelo attingono dal mondo dei graffiti con reminiscenze di Pop Art, Art Brut e cultura nera. Un’intera stanza è dedicata al foto-racconto di Mara Catalán attraverso cui lo spettatore può avere un assaggio di quello che è stato l’inverno della pandemia per questo vibrante gruppo di giovani artisti. Chiusa la mostra, il collettivo tornerà a casa, a Williamsburg, dove c’è già in programma una serie di eventi per i prossimi mesi.
Vista da The Locker Room, New York sembra tutt’altro che morta: è viva e vegeta e pronta per una calda estate di cultura e comunità.

Maurita Cardone

New York // fino al 20 giugno
New York is Dead ‒ Lockdown at The Locker Room
222 East 46th St
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https://thelockerroomnyc.com/

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.