Il nuovo Humboldt Forum di Berlino segna una svolta importante nel mondo dei musei e nell’approccio allo spinoso tema del colonialismo. Schiudendo scenari tutti da esplorare per la formazione di una coscienza critica che superi i limiti del dominio umano sul pianeta.

Lo Humboldt Forum di Berlino è un esperimento aperto. Progettato per mettere in dialogo più vocazioni (ambientalista, etnologico, ecologico e storico), può essere definito il “primo museo dell’Antropocene” in Europa. La ragione principale è che lo Humboldt tenterà di esprimere una visione contemporanea delle contraddizioni che hanno permeato e permesso lo sbocciare della civiltà, compresi i crimini e i genocidi contro i popoli non occidentali (primariamente in Africa) e contro le faune e gli ecosistemi del Pianeta. La Humboldt è cioè un enorme cantiere, che non esclude ambizioni politiche, per la costruzione, nel cuore dell’Europa, di un linguaggio originale e appropriato sulla avventura della civiltà umana, geniale distruttrice della Terra.
Purtroppo, il dibattito che finora ha accompagnato il superbo cantiere dello Humboldt, la fase di progettazione e l’inaugurazione dello scorso 16 dicembre, ha un po’ offuscato molti dei significati che questo museo personifica. La discussione si è infatti polarizzata, in modo troppo arbitrario, sulla collezione etnografica che raccoglierà qui i tesori di arte africana, oceanica e asiatica della Repubblica Federale, tutti di violenta appropriazione coloniale. La polemica è, come facilmente intuibile, integrata nella questione della restituzione delle opere d’arte africana (la Rueckgabe), molto sentita a Berlino negli ultimi anni. Benedicte Savoy e Felwine Sarr, incaricati nel 2018 dal Presidente francese Emmanuel Macron di stilare un rapporto sulle implicazioni artistiche, politiche e culturali della permanenza in Europa di capolavori africani rapinati durante la fase acuta del periodo coloniale, hanno parlato più volte nella capitale tedesca e ai microfoni dei giornali tedeschi.
Seguendo questa lettura, lo Humboldt sarebbe di necessità l’ennesimo contenitore propagandistico del prestigio culturale tedesco, e soprattutto l’ennesima conferma dell’espropriazione coloniale. In realtà lo Humboldt, proprio grazie alla presenza delle collezioni africane, sarà invece luogo di commemorazione dei delitti coloniali, una agorà di denuncia dello schema di estinzione inscritto nel trionfo della modernità. E per estinzione qui si intende l’intero apparato di conquista, sfruttamento, impianto di produzione biopolitica che ha travolto, su scala planetaria, interi popoli non meno di ecosistemi, animali, foreste. Lo Humboldt è, in definitiva, una sintesi di queste spinte centrifughe della modernità, in cui la collezione artistica diventa un prisma cronologico e simbolico, oltre che estetico, per comprendere l’oscurità della civiltà. Questo significa “museo Antropocene”.
Da più parti, soprattutto nel mondo anglosassone, proviene la richiesta di includere l’arte e le collezioni in un discorso aggiornato sull’esperienza umana. La domanda del XXI secolo sui musei non è più dunque solo e soltanto “a cosa serve un museo”, ma, molto più profondamente, “che cosa ci può dire un museo sulla catastrofe ecologica e sul ruolo che noi umani abbiamo in essa?”.

L’HUMBOLDT FORUM E LA QUESTIONE ECOLOGICA

La questione ecologica è piombata nei musei. E infatti l’intera idea di museo sta cambiando in Europa. La trasfigurazione dei musei da cattedrali indiscutibili di una supremazia millenaria a templi di un ripensamento complessivo dell’avventura dei Sapiens sul Pianeta prende corpo in un dibattito assolutamente ecologista. Lo scorso 18 novembre il magazine scientifico THECONVERSATION ha pubblicato un saggio di Rodney Harrison e Colin Sterlin, autorevoli esperti in Heritage Studies della UCL di Londra, che ha fatto rumore mettendo in fila, uno per uno, gli argomenti forti della svolta ecologista dei musei. Come c’era da aspettarsi, colonialismo e storia delle scienze naturali si incontrano, quando si scava nella tradizione di una importante istituzione culturale:
Certo non tutti i musei portano il peso delle radici coloniali che permeano il British Museum, eppure la premessa centrale della raccolta di oggetti provenienti dalla natura e di oggetti di origine culturale allo scopo di raccontare un certo tipo di storia ha forgiato il modo in cui la società globale intende oggi la sua posizione nel mondo (…) Come molti studiosi hanno mostrato, le nozioni gerarchiche di razza e cultura, che i musei hanno contribuito a sviluppare e perpetuare, sono state il presupposto di pratiche violente (…) Queste idee rafforzarono anche la visione dell’Europa come felice eccezione, che aiutò a consolidare e giustificare una relazione nociva con il mondo naturale, incoraggiando a sua volta l’ideale del progresso   e la comprensione della natura esclusivamente come risorsa”.

Humboldt Forum
Humboldt Forum

NATURA E ARTE ALL’HUMBOLDT FORUM

Al di là dunque delle sue imperfezioni, lo Humboldt di Berlino esprime un tentativo di sutura in questa direzione, perché unisce due istanze finora separate, ossia il racconto sulla natura e il discorso artistico. Le sue collezioni etnologiche non sono solo la prova di ingiustizie atroci, su cui urge un confronto pubblico, ma anche di ferite e di crimini storici che non potranno mai più essere sanati. Ognuno di noi li porta ormai dentro di sé, come eredità materiale e spirituale. L’arte insiste su questo, con un effetto di dirompente catarsi.
Noi viviamo del resto in una epoca in cui ci è ormai chiaro che il nostro Illuminismo ereditato (progresso, tecnologia, materialismo e positivismo tecnologico, l’Illuminismo dei fratelli von Humboldt a cui è intitolato non a caso il museo) non sono più sufficienti per garantirci un futuro di prosperità, anzi, sono controproducenti. Estinzione e cambiamento climatico sono, al pari della pandemia, sintomi del collasso interno della intera struttura razionale della nostra civiltà orientata a una espansione illimitata. Questa prospettiva francofortese sembra coagularsi nello sforzo progettuale dello Humboldt, come ancora non si era visto in un museo appena sbocciato: una sorta di passage alla Walter Benjamin, in cui diverse epoche sfumano in un tempo sospeso, il XXI secolo, un tempo di transizione e di rischio, in cui c’è rimasto il privilegio di guardare al nostro passato di potenza con spirito critico.
Anche la posizione dello Humboldt offre una chiave ermeneutica. Lo Humboldt è all’interno di quell’impressionante “acropoli della memoria e del futuro” che è, oggi, l’Isola dei Musei di Berlino. Ma le rifrazioni cronologiche sono in realtà molto più ampie. Il palazzo sorge di fronte al Lustgarten, dirimpetto alla Altes, che contiene le collezioni antiche (greche e romane); e dietro alla Altes c’è la Alte National Galerie, con la pittura del Settecento e dell’Ottocento e poco più in là, verso la cupola del Bode Museum, attende la fine dei restauri il Pergamonmuseum, dimora eterna dell’altare di Pergamo, incarnazione dell’angoscia ellenistica di uomini-dei che combattono il caos brandendo le tenebre del potere (Herrschaft, per dirla di nuovo con Adorno). La sensazione è dunque che lo Humboldt segni il commiato dell’Europa dalla civiltà olocenica, preparandosi a consegnarsi a un futuro radicalmente ignoto.

Humboldt Forum
Humboldt Forum

BERLINO E L’HUMBOLDT FORUM

Difficile immaginare un luogo migliore di Berlino per un passaggio così doloroso, ma indispensabile. Una necessità urgente soprattutto nei confronti del continente africano e delle sue genti, come ha spiegato in modo magistrale proprio Felwine Sarr a DIE ZEIT: “Si tratta di rifondare una relazione tra Africa ed Europa (…) La terza parte del nostro Rapporto [per Emmanuel Macron, N.d.R.] è, a onor del vero, la più importante, ma anche la meno discussa. Di solito nessuno la legge. Eppure qui noi abbiamo parlato di nuovi legami etnici e della loro chance di divenire effettivi. Poiché gli oggetti, è questo, sono ormai parte tanto dell’Africa quanto dell’Europa. Sono oggetti rituali, ma sono anche pezzi da museo. Se prendiamo sul serio questa forma di ‘creolizzazione’, allora questi oggetti possono essere interpretati come dei mediatori, degli strumenti, per ricostruire la storia e avvicinare l’una all’altra Africa ed Europa. Soltanto a quel punto saremo in grado di trovare un terreno comune di cooperazione e rispetto”.
Oggi le regioni da cui provengono i capolavori africani (Africa occidentale e bacino del Congo per lo più) conservano una porzione consistente di quel che è rimasto della sfolgorante biodiversità del continente. Ma queste sono anche regioni in cui la defaunazione avanza inarrestabile. Ogni oggetto artistico africano racchiude una storia di uomini, foreste, savane e animali. Risvegliare queste storie per immaginare un futuro di giustizia è lo scopo dello Humboldt Forum di Berlino, capitale europea dell’Antropocene.

Elisabetta Corrà

www.humboldtforum.org

ACQUISTA QUI il libro dell’Humboldt Forum sul postcolonialismo

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Mi chiamo Elisabetta Corrà, sono una giornalista ambientale e studio l’estinzione. Ho scritto per la gloriosa redazione ambiente de La Stampa dal 2013 al 2020. Nei prossimi decenni l’estinzione di massa delle specie animali segnerà il nostro modo di osservare e interpretare la realtà. Ecco perché cerco le tracce della sesta estinzione dappertutto, nelle savane africane, nei musei, nel cinema, nelle caffetterie delle città europee, nella pittura del Cinquecento. Questo è quindi un magazine di viaggio e di esplorazioni. Un magazine di umanesimo scientifico. Penso che il collasso ecologico meriti un giornalismo schietto e coraggioso, oltre che una retribuzione onesta. Per questo ho rifiutato la proposta di entrare nel team della nuova sezione Ambiente dell’HUFFINGTON POST, Gruppo GEDI. Nel 2015 ho partecipato come relatrice al VI Convegno Nazionale per la Ricerca nei Parchi del Parco NATURA VIVA di Bussolengo (Verona); sono stata più volte ospite ai microfoni di Radio Popolare; ho raccontato il mio punto di vista sul leone africano a BookCity 2018 e sono stata intervista da OPEN. Sogni nel cassetto: camminare sulle colline del Bateke Plateau in Gabon e pranzare alla Torre del Saracino di Gennaro Esposito.