La compagnia italiana Aterballetto apre la nuova stagione del Teatro Chaillot di Parigi. Il report

Il tempio francese della danza ha riaccolto il suo pubblico, dopo sei mesi di chiusura forzata, con “Don Juan”, la nuova opera del coreografo Johan Inger.

Aterballetto, Fondazione Nazionale della Danza Aterballetto, spettacolo
Aterballetto, Fondazione Nazionale della Danza Aterballetto, spettacolo "Don Juan" coreografia di Johan Inger, Teatro Valli, Reggio Emilia

Dodici blocchi, alti come totem, costituiscono la scenografia creata da Curt Allen Wilmer e ridisegnano continuamente la configurazione del palcoscenico. Come possenti mura, essi rappresentando i limiti fisici e psicologici che ci separano dagli altri. Barriere che, tracciando confini precisi, dovrebbero restare invalicabili, ma che nel Don Juan sono inesorabilmente destinate a cadere giù, una dopo l’altra come le tessere di un domino. L’opera, la cui preparazione è durata più di un anno, è il frutto del lavoro del coreografo svedese Johan Ingere dei sedici interpreti della Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto, considerata la più importante compagnia di danza contemporanea in Italia. L’ensemble di Reggio Emilia mancava dal teatro francese dal 2008 e quest’anno, dal 14 al 17 ottobre, ne ha aperto eccezionalmente la stagione.

TEATRO: L’ITALIA A PARIGI

Il pubblico è letteralmente trascinato dal racconto della pièce, opera del drammaturgo Gregor Acuna-Pohle tratto dalle commedie di Tirso de Molina, Molière e Bertold Brecht, solo per citarne alcune. Da tempo, Johan Inger desiderava confrontarsi con il mito di Don Giovanni, indagandolo attraverso una lente psicoanalitica, in modo da rintracciare le origini dei comportamenti abusanti che conducono il protagonista a sedurre, manipolare e abbandonare le numerose donne che inciampano nella sua vita. La danza, nei suoi gesti ampi e profondamente fisici è forse il linguaggio più adatto a esprimere il senso di penetrazione che un’azione intrusiva può avere sul corpo e sullo spirito di una vittima di molestia. L’opera è piena di scene corali dalla carica trascinante, come quella del ballo in maschera o del matrimonio, in cui Don Juan (Saul Daniele Ardillo)seduce la giovane sposa. Particolarmente intensi si presentano, sotto il profilo emotivo, i passi a due tra il seduttore e le sue vittime, così come gli scambi con il suo servo, Leporello (Philippe Kratz). La coreografia è ricca di fantasia, varietà e nuances espressive, i passi contemporanei sono caratterizzati da una gestualità marcata, quasi urlata, che rendono la narrazione fluida ed eloquente. Salti, rincorse, battiti di mani e piedi, al tempo di una musica fortemente cadenzata, realizzata da Marc Alvarez, che a tratti risulta essere fin troppo dura e stridente. In scena, il respiro dei protagonisti è molto spesso affannoso, mentre si porta a compimento, senza alcun senso di ritegno e di contenimento, la sequenza di atti violenti e abusanti presenti nella trama.

IL DON GIOVANNI DI ATERBALLETTO

Possiamo ritenere il Don Juan di Aterballetto un’opera nuova perché nuovo è il punto di vista sotto cui si analizzano la figura di Don Giovanni e la tematica delle relazioni di genere, così attuali nell’epoca #metoo. Centrale è, infatti, la figura della madre, che apre il racconto, lasciando prefigurare che i disturbi psicologici del protagonista nascano proprio da un abbandono in tenera età. Questa pièce vuole essere innanzitutto il racconto di un essere umano, che è stato vittima a sua volta di un passato ingestibile. Anche il personaggio del servo Leporello è investito di nuovi aspetti psicologici, stando a rappresentare la lotta tra il desiderio di libertà e il conseguente senso di colpa del suo padrone.  Ad una maggiore analisi psicologica, sensibile e sottile, si contrappone sul palco tutta la crudezza e la violenza che solo l’inconscio di una persona scissa è capace di generare. Donna Anna, Donna Elvira, Zerlina, solo per citarne alcune, sono le donne vittime, ieri come oggi, di uomini narcisisti, borderline, maniaci e psicopatici. Uomini che soltanto adesso iniziamo a vedere come altrettante vittime di un’infanzia dolorosa. A più riprese, sono portati in scena alcuni simboli, come una casa di cartone che finisce scaraventata a terra o un velo di sposa, tolto per consumare l’adulterio. Rappresentazioni di principi e di valori sociali, che dovrebbero presentarsi come ulteriori limiti e barriere a difesa della nostra integrità interiore. Ci si chiede, allora, se tutta la morale, su cui da sempre si fonda la società, possa essere un freno effettivo alla forza dell’istinto o se essa sia piuttosto uno stimolo, se non una sfida, a oltrepassare certi limiti. In quest’opera, consumata tutta in un unico atto, i cui tempi e spazi sono determinati da strutture mobili animate dagli stessi ballerini, sembra non esserci alcuna possibilità di arginare gli impulsi degenerati di una psiche compromessa. Il cadere assordante dell’ultimo blocco sul palco segna la resa di ogni regola e convenzione, che nulla possono dinanzi alla violenza scatenata da un inconscio malato. La rappresentazione del Don Giovanni di Johan Inger è un pugno nello stomaco, nel suo rendere tanto fisico il rapporto tra vittima e carnefice, lasciando nella mente dello spettatore infinite domande riguardanti le dinamiche degli abusi. Un invito a predisporsi con una profondità diversa nei confronti di queste tematiche, così complesse e caratterizzate da mille sfumature. Non è tutto bianco o nero e siamo molto lontani dalla superficialità e dalle varie strumentalizzazioni a cui di recente ci hanno abituato i mass-media.

– Arianna Piccolo

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Arianna Piccolo
Storico dell’arte e giornalista, vive tra Parigi, Napoli e Roma seguendo il ritmo dei vari impegni lavorativi e di studio. Dopo la laurea Magistrale in Storia dell’arte, intraprende il percorso giornalistico, attraverso TV, web e carta stampata, curando l’ufficio stampa e l’organizzazione di eventi culturali di rilevanza locale e nazionale. A seguito di numerose esperienze in ambito museale si specializza nel settore del marketing e della valorizzazione dei Beni Culturali. Si reca, poi, a Parigi dove consegue un Master 2 all’università Sorbonne in Museologia e Mediazione Culturale svolgendo, in quest’ambito, un’importante esperienza come assistente alla conservazione del Dipartimento degli Oggetti d’Arte del museo del Louvre.