La pandemia ci ha forzati a fermarci, a “vivere come piante” – ci ricorda il direttore Martin Clark nella prefazione del catalogo della mostra in corso al Camden Art Centre di Londra da lui curata insieme a Gina Buenfeld. Dopo che la città è stata, per così dire, salvata dai suoi numerosi parchi presi d’assalto durante i vari mesi di lockdown, il museo non poteva che riaprire con una mostra dedicata al mondo naturale.

Il titolo, The Botanical Mind: Art, Mysticism and The Cosmic Tree, preannuncia che ci troviamo di fronte a una mostra complessa, che si affaccia su molti mondi, passando dallo spiritualismo all’arte contemporanea. La mostra comprende le opere di più di cinquanta artisti, artigiani indigeni, outsider e attraversa circa cinque secoli. L’apertura, ritardata per via del lockdown, ha necessariamente subito delle modifiche e la più rilevante è stata l’impossibilità, da parte di un gruppo di artisti della comunità amazzonica Yawanawá, di installare personalmente il proprio lavoro nelle gallerie del museo, poiché costretto a rimanere in isolamento nel proprio villaggio. Nonostante questo abbia sicuramente creato forte disappunto, l’episodio offre un ulteriore spunto di riflessione sullo scontro/incontro tra popolazioni indigene e il mondo occidentale e industriale post illuminista in quanto, paradossalmente, l’inclusione di un popolo indigeno è oggi ostacolata dalla devastante pandemia causata, a quanto pare, dall’uomo e, secondo molti, dalla distruzione umana degli habitat naturali.

IL LIBER NOVUS DI JUNG

Il percorso espositivo è diviso in capitoli e si apre con le sorprendenti illustrazioni dello psicanalista (ma anche scrittore e artista) Carl Gustav Jung: è anche esposto il suo Liber Novus ‒ informalmente conosciuto come Libro Rosso ‒, manoscritto che raccoglie le potenti immagini simboliche da lui recuperate nel profondo della propria mente. Tra queste immagini vi sono l’Axis Mundi e il Mandala. L’Axis Mundi, o Albero della Vita, è uno dei simboli universali e trasversali che si ritrova in varie aree geografiche, epoche, culture e religioni, usato da Jung per rappresentare la connessione tra il mondo invisibile e il visibile; con le sue radici raggiunge il mondo sotterraneo e con i suoi rami tende ascensionalmente verso i Regni Celesti. Le opere di Jung inducono subito uno spaesamento, uno sprofondamento: proprio come le radici dell’albero, è possibile avviarsi verso regioni sotterranee, così da scansare il qui e l’ora per dirigersi, auspicabilmente, verso antiche cosmogonie.

Carl Gustav Jung, The Philosophical Tree, 1921 22, illustrazione da The Red Book. Courtesy The Foundation of the Works of C.G. Jung & W.W Norton & Co.
Carl Gustav Jung, The Philosophical Tree, 1921 22, illustrazione da The Red Book. Courtesy The Foundation of the Works of C.G. Jung & W.W Norton & Co.

LA NATURA, L’UOMO, GLI ARTISTI

Attraverso la mostra ritroviamo spesso l’albero come simbolo di unione e ponte tra materiale e immanente, oltre che mappatura della creazione. Seguendo il percorso si sfogliano piano piano gli altri capitoli e i lavori di vari artisti, tra cui gli “outsider” Scottie Wilson e Adolf Wölfli. Fred Tomaselli, con i suoi studi di “uomini botanici”, la cui anatomia è una combinazione di parti umane, piante (tra cui foglie di marihuana) e pillole inglobate nella colata di resina, ci ricorda che da un lato le piante hanno da sempre avuto un utilizzo in medicina, e dall’altro che le qualità enteogeniche di alcune di queste sono state utilizzate per raggiungere stati di alterazione che facilitano, genericamente parlando, un viaggio spirituale. Diversi i surrealisti qui esposti che per primi hanno contribuito a riportare alla luce idee sotterrate da secoli a causa degli sviluppi scientifici più materialistici, spostando l’attenzione sull’impulso creativo della natura che, nel suo perpetuo divenire, è similare a quello dell’arte. Il film di Tamara Henderson, Womb Life (2018-19), racconta invece il processo della gravidanza e di mettere al mondo un figlio, collegandosi alla genesi di Adamo ed Eva. Le opere dell’americano Philip Taaffe, ricoperte di forme botaniche, coesistono felicemente con i tessuti indigeni ai quali sono accostate nello stesso spazio. Questi manufatti della foresta pluviale amazzonica sono decorati con geometrie sacre (kené) derivate da pattern riscontrabili in piante e fiori. Avviandosi verso l’ultima sala espositiva, passiamo davanti alle grandi tele appese di Giorgio Griffa della serie Shaman (2019), le cui superfici grezze sono segnate da elementi essenziali, segni quasi arcaici, in una sorta di metalinguaggio sciamanico.

PIANTE E ARIA

All’ultima sala, il capitolo di chiusura, è stato dato il titolo Being Sessile. Le piante sono organismi sessili, hanno radici e, dunque, stanno sempre nello stesso posto. A differenza di noi umani o degli animali, non posseggono un centro neurologico e sono definite da una condizione di perpetuo sviluppo e divenire, in maniera similare all’arte. L’opera di Cerith Wyn Evans, Composition of 12 flutes (2015), è una complessa struttura musicale aerea composta da una serie di flauti di vetro disposti a spirale e programmati per inalare aria, funzione che accomuna tutti gli esseri viventi del nostro pianeta, oltre a essere aria prodotta dalle piante e condizione per la vita stessa. Ultima possibilità di riflessione è offerta da Stones with Moss (2020) di Andrea Büttner: un mucchio di rocce con muschio e terra che ci riporta allo stato presente. O è forse un memento mori, che ci ricorda l‘urgenza di intervenire prima che tutto svanisca?

Ugo Rondinone, cold moon, 2011, installation view at Hayward Gallery, Londra 2020 © Ugo Rondinone 2020. Courtesy of Hayward Gallery. Photo Linda Nylind
Ugo Rondinone, cold moon, 2011, installation view at Hayward Gallery, Londra 2020 © Ugo Rondinone 2020. Courtesy of Hayward Gallery. Photo Linda Nylind

ARTE E AMBIENTE

Risulta interessante notare come una sorta di filo invisibile allacci questa esposizione a quella della Hayward Gallery, dove è in corso la mostra Among the Trees che, in un periodo in cui la distruzione delle foreste ha subito un’accelerazione preoccupante e lungi dal presentare il paesaggio nella sua accezione più classica, raccoglie opere degli ultimi cinquant’anni che ruotano specificatamente attorno al tema dell’albero e di come a esso ci approcciamo nella vita e a livello di immaginazione. Nella mostra, che si articola come una sorta di foresta, ci aggiriamo tra fotografie, video, sculture e installazioni di Jimmie Durham, Rodney Graham, Ugo Rondinone, Giuseppe Penone, Thomas Struth e Pascale Marthine Tayou – per menzionare qualche nome tra i molti noti. Contemporaneamente nei cinema inglesi viene proiettato il documentario autobiografico A Life on Our Planet di David Attenborough, famoso naturalista e documentarista britannico, che a 94 anni lascia una testimonianza diretta degli effetti devastanti dell’impatto dell’attività umana sul pianeta, riflettendo propositivamente sul tema fondamentale della sostenibilità. Forse una coincidenza, ma la totalità e simultaneità di questi diversi eventi offre una boccata di ossigeno fresco ‒ volendo rimanere in tema.
Dunque il Camden Art Centre non poteva che riaprire, dopo una lunga chiusura forzata, con una mostra così adatta ai tempi nei quali viviamo, in cui è forte l’esigenza di trovare la forza e il coraggio di guardare a ieri, oggi e domani con una rinnovata e più potente visione di cambiamento.

Rubina Romanelli

Londra // fino al 23 dicembre 2020
The Botanical Mind: Art, Mysticism and The Cosmic Tree
CAMDEN ART CENTRE
Arkwright Road
https://camdenartcentre.org

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Rubina Romanelli
Rubina Romanelli (Fiesole, 1981) discende dalla dinastia di scultori fiorentini Romanelli. Completati gli studi, nel 2004 si trasferisce a Londra dove per quattro anni è Gallery Manager della galleria Sprovieri e lavora tra gli altri con Ilya e Emilia Kabakov, Jannis Kounellis e Nan Goldin. Tornata in Italia si occupa della gestione della galleria di famiglia e in parallelo partecipa a vari progetti tra cui un ciclo di aste d’arte contemporanea di beneficenza in collaborazione con Christie’s. Dopo aver diretto la Galleria Bagnai a Firenze, dal 2017 sviluppa e cura propri progetti d’arte contemporanea tra cui una mostra diffusa nella città di Firenze dell’artista Maurizio Cannavacciuolo. Nel 2018-19 ha curato le mostre di Francesco Carone e Sandra Vásquez de la Horra al Museo Novecento di Firenze. Attualmente vive a Londra dove si occupa principalmente di consulenze d'arte.