Il Musée d’art moderne et contemporain de Saint-Étienne Métropole di Saint-Priest-en-Jarez fa da cornice alla grande mostra dedicata a Robert Morris e concepita dallo stesso artista prima della morte.

Dopo la mostra sul lato performativo dell’Arte Povera, il museo francese di Saint Etienne invita a riscoprire l’opera del grande artista americano Robert Morris (Kansas City, 1931 – Kingstone, 2018), iniziatore dell’arte minimale e post-minimale, deceduto nel dicembre del 2018.
Questa nuova rassegna, dal titolo The perceiving body, continua a indagare il rapporto interattivo tra spettatore e opere, concentrandosi sui primi lavori di Morris, concepiti tra gli Anni Sessanta e Settanta. Una coproduzione con il museo lussemburghese Mudam, ideata in origine dal curatore indipendente americano Jeffrey Waiss, grande conoscitore dell’opera di Morris, in collaborazione con l’artista stesso, poco prima del suo decesso. Per Saint Etienne è Alexandre Quoi a riprendere la curatela, riadattando il percorso espositivo agli ampi spazi del museo francese.

OPERA E CORPO SECONDO ROBERT MORRIS

Se questa è la prima retrospettiva dedicata all’artista americano dalla sua morte, è anche un’importante occasione per mostrare opere mai esposte precedentemente in Francia (nonostante le grandi mostre dedicate all’artista americano al Centre Pompidou nel 1995 e al Museo d’arte Contemporanea di Lione nel 2000). Provengono da Tate, Art Institut of Chicago, Solomon R., Guggheneim di New York gli interventi che sono riusciti a giungere in Europa poco prima della chiusura delle frontiere a causa del Coronavirus.
La mostra si articola in sette spazi distinti, in ognuno dei quali è esposta un’opera monumentale o un insieme di sculture che affrontano una stessa tematica, privilegiando così lavori che insistono sul medesimo rapporto di scala rispetto al corpo di chi guarda, “percettivo” appunto, e che innesca una relazione fisica diretta. E se la relazione tra opera e corpo è il cuore della mostra, non è certo un caso: il Morris studioso, oltre che artista, in molti suoi scritti affronta il tema dell’influenza della percezione fisica sull’apprendimento visivo.
L’incontro tra oggetto e soggetto che caratterizza le sculture di Morris di questi anni è condizionato dal rapporto con il mondo della post-modern dance. Morris infatti non solo frequentò il gruppo della Judson Church, ma collaborò assiduamente agli spettacoli della coreografa Simone Forti, sua prima moglie. Secondo alcuni, le prime sculture minimali nascono inizialmente come oggetti scenografici semplici che funzionano come accessori da attivare (spingere, sollevare…) per gli spettacoli di Forti. È il caso, ad esempio, dell’opera immortalata all’inizio del percorso espositivo, un parallelepipedo di legno verticale in cui risiede il corpo dell’artista.

Robert Morris, Untitled, 1969, feutre, 255 x 453 cm, collection privée, vue de l’exposition Robert Morris. The Perceiving Body au Mudam Luxembourg, 08.02.2020 — 01.06.2020. Photo Rémi Villaggi | Mudam Luxembourg © Adagp, Paris 2020
Robert Morris, Untitled, 1969, feutre, 255 x 453 cm, collection privée, vue de l’exposition Robert Morris. The Perceiving Body au Mudam Luxembourg, 08.02.2020 — 01.06.2020. Photo Rémi Villaggi | Mudam Luxembourg © Adagp, Paris 2020

LA MOSTRA DEDICATA A ROBERT MORRIS

Come vuole il titolo, analizzeremo le opere esposte secondo questa idea di “corpo percettivo”. A cominciare da Untitled (3Ls), costituita da tre sculture a “L”, che si differenziano soltanto per il posizionamento nello spazio. Qui il corpo è centrale. Sebbene queste forme geometriche e di colore neutro (grigio) non abbiano sembianze antropomorfiche, il loro stare nello spazio evoca le tre posizioni del corpo umano: in piedi, seduto, sdraiato, mentre il loro posizionamento affronta il corpo dello spettatore bloccandone il passaggio, ostruendone lo sguardo. L’opera esiste solo al cospetto di chi guarda.
Morris lavorò da giovane nei cantieri, trasferendo nella propria arte i materiali che utilizzava: dal compensato di Untitled (3Ls) al feltro spesso delle opere della seconda stanza. Feltri è il titolo di una serie di interventi nei quali Morris sperimenta il principio della gravità. Questo materiale pesante è infatti appeso al muro e talvolta tagliato in più punti. Ciò che ne determina l’“anti-forma”, come la definisce lo stesso Morris, è però un principio casuale guidato dalla forza di gravità. Un organo genitale, una figura animale o un sipario teatrale sono intuibili attraverso questa materia pesante e flessibile. Un principio casuale, anche se “guidato”, è ciò che determina pure la struttura dell’installazione Untitled (Scatter Piece), per la quale materie diverse (sei tipi di metalli e feltro industriale) sono disposte in ordine sparso nello spazio, seguendo protocolli e regole. John Cage fu da ispirazione per quest’opera, ritenuta tra le più importanti dell’artista e creata in occasione di una mostra presso la galleria Leo Castelli. Morris montò l’opera spostandone le parti quotidianamente e documentando il mutamento dell’opera con la fotografia. La documentazione fu poi raccolta in un libro che accompagnava l’opera stessa.
Dalla materia all’anti-materia, la luce è protagonista della stanza successiva, in cui sono esposti oggetti in grado di catturarla ed emanarla, opere da molti definite “minori” che fanno da preambolo all’azione di riflesso degli specchi, protagonista delle stanze successive. La prima ha la forma di un parallelepipedo cavo, il cui interno è ricoperto di specchi: va attraversata per assistere al passaggio del proprio corpo nello spazio e nel tempo, in quella quarta dimensione einsteniana che tanto ha affascinato un gran numero di artisti moderni e contemporanei.
Di tutto il ciclo, il lavoro più emblematico è Untitled (Portland Mirrors) del 1977: grandi specchi sono disposti in modo da creare ‒ per effetto di riflessione ‒ spazi fittizi all’interno della sala espositiva. L’artista li definiva addirittura “spazi fraudolenti” e “inquietanti”. Lo stesso tema è ripreso dal video (Morris non ha lasciato inesplorato alcun medium) Mirror del 1969, che gioca con lo specchio in quanto mezzo di indagine dello spazio e del paesaggio e allo stesso tempo strumento conturbante rispetto all’azione e al movimento.

Robert Morris, Mirror, 1969, film 16 mm, durée 8 min. 31 s., collection Estate of Robert Morris, Courtesy Castelli Gallery, New York © Adagp, Paris 2020
Robert Morris, Mirror, 1969, film 16 mm, durée 8 min. 31 s., collection Estate of Robert Morris, Courtesy Castelli Gallery, New York © Adagp, Paris 2020

NON SOLO SCULTURA PER ROBERT MORRIS

Ma Morris non fu sempre scultore, Annette Michelson definisce la sua un’“estetica della trasgressione”, essendo l’artista incline a rimettere in questione i principi o le forme del proprio lavoro. Legno, feltro, metalli, specchio, luce… ma prima di arrivare a New York, durante i dieci anni a San Francisco, Morris lavorò a opere perlopiù pittoriche. Liberandosi delle norme compositive dell’arte astratta e lasciandosi guidare dai principi della ripetizione, del caso e della permutazione, come scriverà in seguito in alcuni saggi, Morris segue gli insegnamenti di Pollock ma anche di Duchamp e Jasper Johns. Sono evidenti, in questi primi dipinti, le linee guida dell’arte minimale. Un motivo in più per sentire la mancanza, in questo percorso espositivo, di materiale pittorico e disegni, di cui, peraltro, il museo è in possesso.
Questa mostra, che non vuole essere un’antologica poiché concepita insieme all’artista, oggi, a morte avvenuta, avrebbe forse giovato di un approccio maggiormente storicizzante. Materiale documentativo (testi dell’autore, foto, video) ma anche opere minori, avrebbero permesso la contestualizzazione dell’opera di un artista che era già storia in vita. In parallelo al percorso espositivo di una mostra che si vuole “evento” saranno invece organizzati seminari, workshop, performance (si inizia l’11 ottobre con Linda Hayford) e attività per le famiglie, dedicati al grande pubblico oltre che ai professionisti.

Chiara Pirri

Saint-Priest-en-Jarez // fino al 1° novembre 2020
Robert Morris – The perceiving body
MUSÉE D’ART MODERNE ET CONTEMPORAIN DE SAINT-ÉTIENNE MÉTROPOLE
Rue Fernand Léger
https://mamc.saint-etienne.fr

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AutoreRobert Morris
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Chiara Pirri
Chiara Pirri (Roma, 1989), residente a Parigi, è studiosa, giornalista e curatrice, attiva nel campo dei linguaggi coreografici contemporanei e delle pratiche performative, in dialogo con le arti visive e multimediali. È capo redattrice Arti Performative per Artribune e dal 2016 collabora con Romaeuropa Festival. Ha curato progetti di comunicazione multimediale per festival e istituzioni come Drodesera - Centrale Fies, Museo MACRO di Roma, Istantanee festival. In Francia cura progetti artistici per aziende e istituzioni (Unesco, Dior, Renault, Loewe, Kering…) attraverso collaborazioni internazionali.