Musée d’art moderne et contemporain de Saint-Étienne Métropole, Saint-Priest-en-Jarez – fino al 3 maggio 2020. La componente performativa dell’Arte Povera è protagonista della mostra allestita nel museo francese.

Entrare nell’opera: azioni e processi nell’arte povera è la mostra curata da Alexandre Quoi per il museo francese di Saint-Etienne, in coproduzione con il Kunstmuseum Liechtenstein, e dedicata ai protagonisti dell’Arte Povera italiana. Un progetto d’eccezione poiché mette in luce, per la prima volta, l’aspetto performativo del movimento e dell’influenza che questo ebbe aldilà dei confini nazionali.
La mostra ripercorre il lavoro di quattordici artisti (Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Eliseo Mattiacci, Mario Merz, Marisa Merz, Giulio Paolini, Pino Pascali, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini, Gilberto Zorio) di cui sei ancora in vita, per raccontare non soltanto un fenomeno creativo, ma un contesto culturale, un’epoca in cui l’Italia, e in particolare Roma e Torino, erano all’avanguardia e in dialogo con le esperienze artistiche internazionali.
Il lavoro di ricerca, portato avanti dalla curatrice del museo del Liechtenstein, Christiane Meyer-Stoll, è stato svolto in stretto contatto con gli artisti, i loro eredi e galleristi, fotografi e studiosi vicini al movimento, motivo per cui molte delle opere sono prestiti diretti e documenti inediti. Il percorso espositivo non solo testimonia di quei lavori eminentemente performativi che caratterizzarono l’Arte Povera ‒ le performance di Marisa Merz o di Emilio Prini, incentrate su azioni del quotidiano, quelle di Luciano Fabro (Bekleidung, 1970, Monaco) o ancora le parate teatrali di Michelangelo Pistoletto con il gruppo lo Zoo, le opere di Jannis Kounellis attivate da ballerine o musicisti (Senza titolo da inventare sul posto ‒, 1972) ‒, ma sottolinea l’essere azione insito nelle opere stesse di quegli anni: sculture da attivare, opere che si relazionano con il tempo, lo spazio e soprattutto con lo sguardo dello spettatore in modo del tutto eccezionale, per cui è davvero possibile parlare di “opera aperta”.

Giulio Paolini, Apoteosi di Omero, 1970-71. Collezione privata. Courtesy Fondazione Marconi, Milano. Installation view at Kunstmuseum Liechtenstein, Vaduz 2019. Photo Stefan Altenburger © Kunstmuseum Liechtenstein
Giulio Paolini, Apoteosi di Omero, 1970-71. Collezione privata. Courtesy Fondazione Marconi, Milano. Installation view at Kunstmuseum Liechtenstein, Vaduz 2019. Photo Stefan Altenburger © Kunstmuseum Liechtenstein

LE SEZIONI DELLA MOSTRA SULL’ARTE POVERA

Tre le sezioni: “Teatro” la prima, non solo per far eco a quel teatro “povero” di Grotowski da cui il nome della corrente prese spunto, ma anche perché l’Arte Povera ebbe legami stretti con l’essenza del teatro (il mettersi in scena, il gioco di ruolo, il mascheramento) e i suoi protagonisti; “Tempo e Luogo” la seconda, che presenta opere in cui è evidente la volontà di oggettivazione dell’azione e temporalizzazione dell’opera, in netto contrasto con la pratica della performance in voga in quegli anni; “Azioni”, che approfondisce il rapporto spesso stretto tra l’opera e l’azione emanata da esso; e infine “Entrare nell’opera”, in cui lo spettatore diventa protagonista attraverso opere che oggi definiremo “relazionali” o “interattive”.
Durante la prima parte del percorso, le opere sono poste a confronto diretto con la documentazione fotografica che riguarda i processi di creazione, le azioni performative degli artisti italiani ma anche il lavoro delle coreografe americane che nutrirono il contesto culturale di quegli anni: Simone Forti, Trisha Brown, Yvonne Rainer, accolte in Italia da Fabio Sargentini nella sua galleria romana l’Attico. D‘altra parte poco rilievo è dato al ruolo di gallerie come l’Attico, appunto, tasselli fondamentali della storia dell’Arte Povera. Nell’ex garage che accoglieva l’Attico, uno spazio immenso, non adatto a quadri appesi alle pareti, Kounellis presentò l’installazione costituita da dodici cavalli vivi. L’opera del 1969, Senza Titolo, 12 cavalli, rappresentò uno spartiacque ma non fu mai rivendicata dall’artista come un’opera provocatoria, quanto piuttosto come un gesto vicino a quello di pittori quali Caravaggio o Fontana, ai loro tempi.
A testimonianza del rapporto con il contesto culturale del Paese, la mostra offre un approfondimento sulle performance che furono ospitate al Piper Club, nota discoteca di Torino ‒ la Beat Fashion Parade per la quale Alighiero Boetti concepì vestiti di plastica contenenti pesci vivi, o La fine di Pistoletto: questa sezione è stata realizzata in collaborazione con Clino Trini Castelli, storico collaboratore di Sottsass che si occupò della grafica dell’allora rinomata discoteca.

Jannis Kounellis. Photo Claudio Abate
Jannis Kounellis. Photo Claudio Abate

GLI ARTISTI E I TEMI

È stato spesso sottolineato l’aspetto materico dell’Arte Povera, mentre la matrice del gesto artistico risiedeva piuttosto in un dato concettuale e l’idea ha spesso addirittura preso il sopravvento sulla realizzazione. È il caso di Ipotesi per una mostra (1963) di Giulio Paolini, il progetto per un dispositivo illusionista, composto da un muro di vetro che faccia dei visitatori l’opera stessa, e l’unica, in mostra. La rassegna non fu realizzata, ma resta il progetto, esposto in guisa d’opera d’arte. Restando in tema di opere non realizzate, una raccolta di lettere che evocano l’invito di Pier Paolo Calzolari rivolto ad amici e parenti a prendere un treno per raggiungerlo a Nocera. Kounellis sarà il solo a rispondere alla chiamata, ma l’opera risiede ancora una volta nell’idea e a essere esposte sono le tabelle orarie e le lettere, quest’ultime spesso in forma poetica, scritte dall’artista. Un altro esempio della primordialità del dato concettuale è l’opera di Boetti che apre la mostra, Mettere al mondo il mondo, che si presenta come un codice segreto da decifrare grazie a un alfabeto, la cui soluzione è già data dal titolo.
Un dato di valore dell’intera mostra è il rapporto stretto con la documentazione che storicizza e permette di entrare nel quotidiano del movimento, presente nelle prime due sezioni e completamente assente nella seconda parte del percorso, dove sono esposte le opere da attivare e quelle relazionali. Dai famosi Igloo di Mario Merz, che spesso hanno accolto le performance di Marisa Merz ed Emilio Prini, a In Cubo, il cubo di tela dentro il quale ci si può riparare di Luciano Fabro, e ancora Microfoni, l’opera di Gilberto Zorio che invita gli spettatori a prendere la parola, fino alla più concettuale Essere – Respirare di Eliseo Mattiacci, una placca di metallo su cui imprimere con una martellata la parola “essere” e un dispositivo attraverso cui ascoltare il respiro di Mattiacci stesso.
Alcune delle opere in mostra, è il caso di Untitled di Kounellis, che prevede l’intervento di un musicista e di una ballerina, saranno attivate nel corso dell’esposizione, in date precise.

Chiara Pirri

Saint-Priest-en-Jarez // fino al 3 maggio 2020
Entrare nell’opera: azioni e processi nell’arte povera
MUSÉE D’ART MODERNE ET CONTEMPORAIN DE SAINT-ÉTIENNE MÉTROPOLE
Rue Fernand Léger
https://mamc.saint-etienne.fr

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Chiara Pirri
Chiara Pirri (Roma, 1989), residente a Parigi, è studiosa, giornalista e curatrice, attiva nel campo dei linguaggi coreografici contemporanei e delle pratiche performative, in dialogo con le arti visive e multimediali. È capo redattrice Arti Performative per Artribune e dal 2016 collabora con Romaeuropa Festival. Ha curato progetti di comunicazione multimediale per festival e istituzioni come Drodesera - Centrale Fies, Museo MACRO di Roma, Istantanee festival. In Francia cura progetti artistici per aziende e istituzioni (Unesco, Dior, Renault, Loewe, Kering…) attraverso collaborazioni internazionali.