Luci sul Medio Oriente: dalla galleria Arsheef nello Yemen al Middle East Institute di Washington

Una nuova galleria d’arte indipendente a Sana’a (capitale yemenita de iure) racconta l’arte locale emergente, fra diaspora e guerra civile. Un importante segnale per l’arte contemporanea mediorientale che si affianca alla recente apertura della Gallery for Contemporary Middle Eastern Art del Middle East Institute di Washington

Arabicity|Ourouba, 2020, exhibition view. Courtesy Gallery for Contemporary Middle Eastern Art
Arabicity|Ourouba, 2020, exhibition view. Courtesy Gallery for Contemporary Middle Eastern Art

Fra i Paesi più poveri al mondo, martoriato da un’intermittente guerra civile successiva alla riunificazione del 1990, lo Yemen cerca faticosamente di ricostruire nonostante tutto almeno una parvenza di normalità. Normalità che passa anche attraverso la cultura e l’arte. Per questo, come una stella nella notte più nera, sul finire del 2019 è stata fondata Arsheef, una galleria esclusivamente dedicata all’arte yemenita emergente, di quegli artisti che ancora lavorano nel Paese e di quelli che invece hanno scelto di emigrare per sfuggire alla guerra. Nata su iniziativa dell’artista Ibi Ibrahim e della curatrice britannica Lizzy Vartanian Collier, la galleria si sta affermando nel panorama nazionale, per raccontare una scena artistica sinora poco visibile, eppure viva, desiderosa di testimoniare una condizione e riscoprire radici culturali millenarie. Un sentire molto comune in Medio Oriente, del resto come hanno dimostrato i Padiglioni Nazionali alle ultime edizioni della Biennale di Venezia, sia d’arte che di architettura (dove lo Yemen ha partecipato per la prima volta nel 2016).

Abeer Aref, Would You Count My Pain Though I Shed No Tear?, 2020. Courtesy Arsheef Gallery
Abeer Aref, Would You Count My Pain Though I Shed No Tear?, 2020. Courtesy Arsheef Gallery

L’OPERATO DELLA GALLERIA ARSHEEF

Adesso però non si tratta di parlare a un contesto internazionale, bensì a un popolo che, come ha affermato Ibrahim, “è stanco di guerre e vuole riprendersi la propria vita”. È quindi necessario essere il più possibile permeabili verso l’esterno, cercare il contatto con persone che, in molti casi, non sono mai state in un museo o in una galleria. In poco più di sei mesi di attività sono stati ospitati fotografi, pittori, performer. Fra gli artisti sin qui esposti, Asim Abdulaziz, Shaima al-Tamimi, Ammar Baras. Ultimo in ordine di tempo, il 25enne Abeer Aref, che in Would You Count My Pain Though I Shed No Tear?, un racconto fotografico di archeologia di guerra, ha cercato di raccontare quella tragica quotidianità attraverso oggetti d’uso comune. Una testimonianza della vita che non si arrende nonostante tutto. Nei programmi della galleria, che non ha ancora un sito ma solo una pagina Instagram, c’è la partecipazione ad almeno due fiere d’arte internazionali, per promuovere ancora più a fondo la giovane arte yemenita.

Arabicity|Ourouba, 2020, exhibition view. Gallery for Contemporary Middle Eastern Art. Photo Eric Hope
Arabicity|Ourouba, 2020, exhibition view. Gallery for Contemporary Middle Eastern Art. Photo Eric Hope

IL MEDIO ORIENTE VISTO DAGLI USA

Un altro segnale d’attenzione all’arte mediorientale viene invece da Washington, la capitale federale degli USA. È infatti operativa dallo scorso settembre, Gallery for Contemporary Middle Eastern Art, “braccio artistico” del Middle East Institute. Attualmente chiusa per l’emergenza da covid-19, la galleria è comunque una piattaforma unica in città dedicata al Medio Oriente, presentato dal punto di vista artistico e non geopolitico. Pur molto presente sulla stampa americana, in quanto una delle aree dove gli interessi di Washington sono particolarmente delicati, la regione è poco conosciuta dall’opinione pubblica sotto il profilo culturale. Per questo, la galleria si è data l’obiettivo di cambiare le cose, e, perché no, aiutare la politica a considerare e comprendere l’impatto che l’arte e la cultura stano avendo nei cambiamenti sociali in atto da Riyad, a Beirut e Teheran, compresa l’area nordafricana. Del resto, la conoscenza della cultura delle altre regioni del mondo è una buona carta da giocare in chiave geopolitica, e proprio gli Stati Uniti ne hanno compresa indirettamente la validità quando negli anni Sessanta si cercava invano una chiave per dialogare con la Cina, ma non si trovavano esperti sinologi, perché dieci anni prima la “caccia alle streghe” di MacCarthy li aveva costretti quasi tutti a emigrare o a lasciare la professione con l’accusa di comunismo. Ci vollero ancora alcuni anni prima che una nuova generazione di studiosi prendesse il posto di quella epurata e aiutasse il Dipartimento di Stato a sviluppare la “politica del ping pong”. Con il Medio Oriente è andata diversamente.

Niccolò Lucarelli 

@ arsheef.yemen
www.mei.edu/art-gallery

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.