A cinque anni dalla riapertura dopo i lavori di restauro, il Kiasma Museum, fondato nel 1939, si conferma uno dei punti focali della scena artistica contemporanea di Helsinki, ospitando mostre di artisti che affrontano le tematiche più attuali e urgenti. Fino all’estate, Liisa Luonila e Ed Atkins animano il museo con due mostre di stretta attualità.

Un’affascinante, oscura atmosfera fiabesca avvolge le opere di Liisa Lounila (Helsinki, 1976), artista strettamente legata alla sperimentazione che negli ultimi anni ha lavorato molto sulla natura e il suo linguaggio come elementi di un’identità individuale e collettiva. Fino al 26 luglio sarà visitabile Shadow Zone, con cui attraverso installazioni, video e fotografie, l’artista cerca di sensibilizzare il pubblico sulla bellezza di paesaggi grandiosi (come i deserti dell’Arizona o la taiga finlandese), così come di quegli angoli seminascosti e quasi banali quali possono essere i giardini privati dei quartieri suburbani; tutti accomunati dal fatto di essere luoghi pieni di vita, di silenziosa bellezza dalla cui sopravvivenza dipende anche quella del genere umano. Ne scaturisce un racconto per immagini dove la staticità si sostituisce alla narrativa classica, e l’artista preferisce soffermarsi su quel momento di attesa che lascia la porta aperta su infinite possibilità. Osservando la mostra, si ha come l’impressione di ascoltare il racconto di un’antica saga popolare che ha come scenario il gelido Mare del Nord, la taiga sterminata coperta di abeti e conifere, il cielo limpido come un cristallo. In mezzo la “voce” della natura, i suoi odori, le sue luci incantate, che scaturiscono da opere dense d’intensa espressività, siano esse installazioni, video, o fotografie.
Pur non parlandone in maniera esplicita, da questo percorso immersivo fra suoni, forme e colori emerge la poesia che sta nell’anima primigenia di una cultura come quella finlandese, permeata di un’oscurità che non è da temere bensì da conoscere, rivelandosi come una porta aperta sul mondo naturale. Sul quale il tempo scorre inesorabile eppure gentile, in armonia con uno spazio che lo accoglie e lo metabolizza in una quotidianità dal sapore quasi mistico. Una mostra dal respiro antropologico, che suggerisce anche il profondo rapporto che i popoli nordici hanno con la natura: un rapporto fatto di rispetto che giunge alla venerazione, a una sorta di empatia che si riverbera appunto anche nell’arte. Al di là del lirismo, non mancano precisi riferimenti alle emergenze ambientali, in particolare un’installazione che utilizza i rifiuti lasciati dai newyorkesi dopo i loro picnic al Washington Park, ricoperti di vernice al palladio e ironicamente esaltati come icone della moderna inciviltà, autentici sfregi alla bellezza della natura.

Ed Atkins, Safe Conduct, 2016. Courtesy the Artist & Galerie Isabella Bortolozzi, Berlino
Ed Atkins, Safe Conduct, 2016. Courtesy the Artist & Galerie Isabella Bortolozzi, Berlino

LA SICUREZZA OSSESSIVA DI ED ATKINS

Un viaggio nel Purgatorio del III Millennio. Così si può definire l’allucinato viaggio di Ed Atkins (Oxford, 1982) nel tormentato e drammatico rapporto fra identità e tecnologia. Fino al 23 agosto Live White Slime propone una moderna versione dell’opera d’arte totale, fra musica, video, installazioni, richiami alla letteratura e all’attualità. Punto focale della mostra, il video Safe Conduct, sorta di infernale parodia dei protocolli di sicurezza aeroportuale: con indifferenza, una figura virtuale passa allo scanner un computer portatile, una pistola, coltelli da taglio e organi umani. Il tutto al suono ossessivo e lascivo del Bolero di Maurice Ravel. Ne consegue un alfabeto dei demoni interiori dell’individuo che l’ipercontrollata società contemporanea riesce a mettere a nudo, giudicandone lo squallore con un atteggiamento quasi morboso, ma anche poetico e sensibile. Nasce il paradossale misticismo della socialità, l’arrogante diritto di guardare, esaltare, deridere, giudicare pubblicamente il mondo interiore dell’individuo.
La mostra prosegue su questa china, e pone il pubblico nell’angosciante sensazione di avanzare verso un misterioso tribunale kafkiano, pronto a fare a pezzi, non soltanto in via metaforica, chiunque non sia all’altezza, o non sia abbastanza spavaldo da creare l’illusione di esserlo. C’è sempre però un sottofondo d’ironia, d’impossibilità, che mette in crisi la credibilità di quanto vediamo: la realtà che potrebbe non essere paradossalmente troppo reale, in un gioco di rimandi al teatro di Samuel Beckett e Pina Bausch. Un tocco di britannica, colta eccentricità ricorre nell’invenzione linguistica “white slime”, e la “purea umana” che evoca non solo è suggerita dai filmati della mostra, ma rivela anche certe inconsce contaminazioni con la “yellow matter custered” immaginata da John Lennon nel testo di I am the walrus.
L’atmosfera apocalittica e oppressiva della mostra viene stemperata dalla luminosità delle sale, inondate di luce naturale che, almeno nei giorni di sole, esalta la natura teatrale delle opere. Inoltre, il Bolero di Ravel suonato ad alto volume dà l’impressione di una grande festa mondana, un “falò delle vanità” da far invidia a Tom Wolfe.

Niccolò Lucarelli

Fino al 26 luglio 2020
Liisa Lounila – Shadow Zone
Fino al 23 agosto 2020
Ed AtkinsLive White Slime
KIASMA
Mannerheiminaukio 2
kiasma.fi

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AutoreEd Atkins
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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.