Uno spazio espositivo ottocentesco chiamato Künstlerhaus si rinnova nella parte strutturale e si reinventa nei contenuti sotto l’egida del brand Albertina, facendo convergere strategicamente una pluralità di elementi come storia, politica, economia, religione, mecenatismo e tattiche relazionali per una competizione aperta sul palcoscenico internazionale dell’arte. Un’avventura in cui traspare l’etica corale di una città per le istituzioni culturali.

La principale esigenza che ha reso necessario trovare nuovo spazio al Museo Albertina di Vienna, al fine di poter competere globalmente sul piano museale, l’ha ben spiegata il suo direttore generale Klaus Albrecht Schröder in una conferenza a qualche settimana dal battesimo della creatura Albertina Modern: dedicata al contemporaneo, aprirà al pubblico il prossimo 13 marzo. L’attivissimo, biondo e longilineo personaggio, in sella da circa un ventennio, è in effetti colui che già dal suo insediamento ebbe carta bianca per un radicale cambiamento di rotta della illustre istituzione statale austriaca. La quale, a suo tempo, venne anche sottoposta a ristrutturazione con ampliamento, una operazione verso cui – vuoi anche per un certo effetto kitsch di superficie – molti storsero il naso. Fu criticato, in quanto non pertinente al contesto, anche l’intervento firmato dall’eroe nazionale Hans Hollein, riguardante l’installazione di una vistosa pensilina dalla linea dinamica che accompagna il visitatore fino al nuovo ingresso, posto a livello sopraelevato rispetto al piano stradale. Ma, in ultima analisi, il resto lo fece proprio il direttore Schröder: quella che era stata una ricca, ma quasi immobile istituzione artistica con la sua nobilitante patina di polvere antica, un luogo abitualmente accessibile solo per motivi di studio, lui, Schröder, l’ha resa una meta appetibile a un largo pubblico nel circuito espositivo internazionale. Ha agito mettendo in cartellone grossi nomi della storia dell’arte, i più in voga tra Otto e Novecento, ma sconfinando sia nel contemporaneo, sia – lodevolmente – in un territorio che le è più congeniale: il Rinascimento con Dürer, con Raffaello, e non solo. Il tutto utilizzando lo smisurato patrimonio insieme alle collezioni che custodisce, e potendo poi contare su prestiti d’eccezione. D’altronde lui, storico dell’arte, classe 1955, si era già fatto le ossa nel settore, realizzando dal nulla, a partire dal 1985, il Kunstforum di Vienna per conto della Bank Austria. E – va detto – con un notevole risultato.

CAPITANI E CAPITALI

Pertanto, l’operazione “Albertina Modern” è in linea con il temperamento intraprendente del personaggio Schröder, talmente influente da avere un ruolo dove neppure ci si immagina. Come, ad esempio, l’episodio pressoché occulto e dalle venature politiche – che qualcuno ha rivelato a posteriori – di una sua missione sull’Arno per convincere con un approccio vis-à-vis il direttore “tedesco” delle Gallerie degli Uffizi a partecipare al concorso per la direzione dell’altrettanto prestigioso Kunsthistorisches Museum di Vienna, nonostante quest’ultimo avesse stipulato da appena un anno un vincolo quadriennale, e rinnovabile, con l’istituzione fiorentina. Fatto sta che l’affaire viennese condotto dal “diplomatico” Schröder andò in porto in tutto e per tutto: partecipazione e vittoria nel concorso. Tuttavia la storia ebbe un finale a sorpresa, unico nel suo genere. Un finale che – si può essere certi – non avrà fatto fare salti di gioia al generoso mentore del candidato-vincitore. L’Albertina, insomma, ha affermato Schröder durante la conferenza, “non ha la possibilità di svilupparsi nel suo edificio storico o in prossimità di esso. Perciò ha cercato il modo di espandersi alla stessa maniera in cui lo hanno fatto la londinese Tate con la Tate Modern, il MoMA con il PS1, il Centre Pompidou con la sua sede a Metz, o il Belvedere con il Belvedere 21, e altri musei. La cosa era piuttosto problematica da realizzare nello storico tessuto urbano di Vienna, ma la soluzione ci è stata offerta da Hans Peter Haselsteiner mettendoci a disposizione la Künstlerhaus”. Se, dunque, il direttore Schröder è il grande manovratore, la chiave di volta dell’operazione Albertina Modern è certamente incarnata da Herr Haselsteiner. Ebbene, chi è costui e cos’è la Künstlerhaus?

Günter Brus, Self Painting II (1965), The ALBERTINA Museum, ViennaThe ESSL Collection © Günter Brus
Günter Brus, Self Painting II (1965), The ALBERTINA Museum, ViennaThe ESSL Collection © Günter Brus

MAGNATE, FILANTROPO, MECENATE

Con la holding che porta per intero il suo nome, Hans Peter Haselsteiner è stato il fondatore della Strabag SE, e oggi, insieme a colossi finanziari, ne è uno dei partner di peso. La compagnia è tra le più grandi d’Europa nel settore delle costruzioni edili e ingegneristiche, attiva in ogni continente. Nel settore dei trasporti, poi, con la sua Westbahn, il magnate – origine tirolese e viennese d’adozione fin dai tempi dell’università – è in diretta concorrenza con le ferrovie austriache sulla linea Vienna-Salisburgo; figurarsi che un quarto delle azioni di tale società le ha in cassaforte nientemeno la SNCF, l’ente ferroviario dello Stato francese. Uomo certamente facoltoso, quindi, c’è da dire che Haselsteiner si è molto impegnato anche in attività filantropiche, così come nel mecenatismo e nel collezionismo in campo artistico. Non per nulla lui stesso possiede una invidiabile collezione, degna di essere esposta, cosa che da tempo è nei suoi desideri. Al dunque, è costui ad aver architettato un piano d’azione formidabile. Con la sua fondazione ha acquistato la collezione del Museo Essl, quest’ultimo una istituzione privata, posizionata fuori Vienna, divenuta con gli anni un buon punto di riferimento per l’arte contemporanea in Austria, e tuttavia gravata da un problema.
Il proprietario, l’ispirato imprenditore “calvinista” Karlheinz Essl, era stato costretto a chiudere definitivamente l’attività espositiva già nel 2016 a causa delle pesanti condizioni economiche in cui erano piombate le sue aziende. Di conseguenza, per la sua pregevole collezione doveva trovare un compratore: non uno qualunque, naturalmente. Per un certo periodo sul destino della raccolta c’è stata incertezza, causa l’entità del valore per l’acquirente, fosse anche un ente pubblico, e la difficoltà di trovare uno spazio espositivo adeguato. Lo stallo si è risolto, per l’appunto, con l’intervento del facoltoso Haselsteiner, il quale, prospettando taluni concreti sviluppi programmatici, ha giocato con altri soggetti una partita d’affari in cui ognuno di loro aveva molto da guadagnare. Il gioco è consistito in ciò: ha coordinato l’acquisizione della Collezione Essl chiamando simultaneamente in causa il Museo Albertina, che nei piani di Schröder ambiva a espandere il proprio dominio, con mire palesi – ma direttamente non praticabili – sulla stessa collezione; infine, relazionandosi con una terza parte, ovvero l’associazione della Künstlerhaus, storico sodalizio artistico con sede al numero 5 della centralissima Karlplatz, la cui attività era da tempo paralizzata perché priva di fondi per far fronte al restauro dell’immobile. Quanto a quest’ultimo aspetto, Haselsteiner, oltre a farsi carico di tutti i costi per rimettere l’edificio in carreggiata secondo uno standard di alto livello, ha pure garantito il finanziamento della manutenzione per i prossimi trent’anni.

IL FATTORE UMANO

C’è un aspetto sentimentale in questa storia da uomini di potere. Prendendo la parola durante la suddetta conferenza, il magnate non ha fatto mistero della sua ricchezza, dichiarando perciò di sentirsi in dovere di restituire al pubblico e alla città di Vienna una fetta della propria fortuna. Il dono della Collezione Essl d’arte contemporanea alla Albertina, museo radicato nel vivo della Capitale austriaca, e oggi, grazie a lui, con una significativa estensione ambientale (2500 metri quadrati), ne è il più tangibile riscontro. Di per sé, tale raccolta dai grossi numeri di artisti e opere farebbe gola a qualsiasi istituzione di alto livello: ci sono dentro tutte le tendenze e le individualità artistiche di rilievo, dal dopoguerra agli Anni Duemila.

Gottfried Helnwein, The Sneering Physician (1973), The ALBERTINA Museum, Vienna/Private Collection © Bildrecht, Vienna, 2020
Gottfried Helnwein, The Sneering Physician (1973), The ALBERTINA Museum, Vienna/Private Collection © Bildrecht, Vienna, 2020

LA PRIMA MOSTRA

Così, intanto, la mostra del debutto viennese è uno sguardo ampio – 75 artisti, o più – sul proprio recente passato, con un titolo ad hoc: The Beginning-Art in Austria, 1945-1980. Tematica che ha il tenore di una funzione catartica, portando in sé il senso di una riconfigurazione dello spirito di tutta una comunità dopo la devastazione umana e materiale della Seconda Guerra Mondiale. Il linguaggio dell’arte sa essere spietato, ma anche liberatorio. Bene in vista, i massimi protagonisti dell’Azionismo viennese, fenomeno d’avanguardia degli Anni Sessanta che all’epoca si scontrò con molti tabù sociali. Per cui in esposizione ci sono opere di Günter Brus, VALIE EXPORT, Christian Ludwig Attersee, Hermann Nitsch, Rudolf Schwarzkogler, Otto Mühl; ma viene testimoniato pure l’imporsi di poetiche e linguaggi individuali con Arnulf Rainer, Franz West, Erwin Wurm, Gottfried Helnwein, Kiki Kogelnik, Maria Lassnig, Friedensreich Hundertwasser etc. È stata ideata e curata dallo stesso “direttor” Schröder insieme al suo gruppo curatoriale.

IL RECUPERO DI UN EDIFICIO NEO RINASCIMENTALE

D’ora in poi, quali le pertinenze degli spazi interni e i ruoli in questa joint venture condominiale all’interno della Künstlerhaus? La quale è stata risistemata negli spazi distribuiti su due livelli, tra pianterreno e primo piano, riportando tutto a nuovo, comprese le fitte decorazioni. Ma – questa la novità – l’edificio è stato ampliato creando spazi sotterranei adeguatamente attrezzati e accessoriati per svolgere attività espositive.
Dunque, in linea di principio, al pianterreno e negli spazi sotterranei, la Künstlerhaus sarà “abitata” dalla Albertina Modern che curerà in fasi successive delle mostre tematiche selezionando di volta in volta lavori dalla Collezione Essl e da altre precedenti acquisizioni del quartier generale Albertina; avrà anche l’onere di curare l’esposizione della raccolta personale di Haselsteiner. Il primo piano, invece, resta sotto l’autonomo dominio organizzativo della associazione Künstlerhaus. Sempre al primo piano, la sala centrale, ora denominata Factory, è dotata di tutta la tecnologia e l’acustica necessarie per potervi organizzare eventi di rilievo, spettacoli, performance, mostre, conferenze e, in definitiva, per svolgervi programmi interdisciplinari. Nota a margine: come era prevedibile, alcuni soci della Künstlerhaus, quelli più solidali con la tradizione della “casa” – una minoranza ovviamente – si sono mostrati contrari allo statuto della co-abitazione.

UNA LUNGA STORIA

Ripercorrendo le origini, il nome Künstlerhaus ha significato due cose che si legano assieme: ha dato identità all‘associazione di artisti che nel 1861 l’ha creata e quindi animata nel tempo; poi, dal 1868, divenne anche il nome dell’edificio, sede del gruppo, progettato dall’architetto August Weber, che si è ispirato apertamente al Rinascimento italiano. La costruzione è posta su uno dei lati della vasta Karlsplatz, giusto accanto all’elegante Musikverein, risalente al 1870, tempio mondiale della musica concertistica e sede dei Wiener Philarmoniker, che quest’anno sta celebrando il suo 150esimo anniversario.
Di orientamento accademico, l’associazione Künstlerhaus non colse mai appieno il grande rinnovamento delle arti succedutesi proprio a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Uno dei primi a uscirne fu l’allora trentenne Gustav Klimt per fondare insieme ad altri una nuova formazione, la Wiener Secession, che ebbe ben altro successo. Poco dopo anche questa avrà una sede propria, lungo un altro lato della stessa piazza, ma a distanza non proprio ravvicinata. La posizione ideologica del gruppo Künstlerhaus ben si rifletteva sullo stile storicamente superato dell’edificio, che infatti, in vari momenti del Novecento – come ci racconta Christian Benedik, curatore del restauro – ha rischiato di essere demolito. Di fatto, superati molti pregiudizi, il palais nella nostra epoca viene visto con occhi differenti, e a trovarlo letteralmente “fantastico” è stato, ad esempio, il direttore del parigino Centre Pompidou, a cui Schröder tempo addietro chiese di proposito un parere.

Franco Veremondi

Vienna // dal 13 marzo 2020
Albertina Modern
Karlsplatz 5
https://www.albertina-modern.at

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Franco Veremondi
Nato a Perugia, residente a Roma; da alcuni anni vive prevalentemente a Vienna. Ha studiato giurisprudenza, quindi filosofia con indirizzo estetico e ha poi conseguito un perfezionamento in Teoretica (filosofia del tempo) presso l’Università Roma Tre. È giornalista pubblicista dal 1994 occupandosi di arti visive, di architettura e di estetica dei nuovi media. Nell’ambito delle arti ha svolto periodicamente attività curatoriale e didattica. Collabora con quotidiani e riviste di area europea.