Doppia intervista ai direttori Christophe Leribault, del Petit Palais, e Sylvain Bellenger, del Museo di Capodimonte, sulle mostre parigine dedicate alla stagione napoletana di Vincenzo Gemito e Luca Giordano.

Il Petit Palais è uno dei gioielli dell’architettura Liberty di Parigi. Le ampie vetrate, la luce che vi penetra e le imponenti gallerie ne fanno un’architettura simbolo delle prime Esposizioni Universali. Questa premessa è indispensabile per capire lo straordinario allestimento realizzato da Véronique Dollfus, scenografa del sito espositivo, che ha trasformato gli spazi dedicati a Luca Giordano (Napoli 1634-1705) in una chiesa della Napoli barocca. Un lavoro impeccabile e sbalorditivo, fatto di luci, volte, colori atmosferici, che accompagnano così bene le opere da spingere naturalmente a uno stato di devozione cristiana, quella ferrea della Controriforma. Al piano di sotto, invece, il percorso riservato a Vincenzo Gemito (Napoli, 1852-1929) ci riporta nella più classica “Napoli da cartolina”, con scenografie e filmati che ricreano quell’atmosfera di fine Ottocento che ha reso la città partenopea celebre e amata in tutto il mondo.
Dallo scorso 15 ottobre, con l’apertura dell’esposizione sullo scultore Vincenzo Gemito, è ufficialmente iniziata al Petit Palais la stagione napoletana, che terminerà il 23 febbraio 2020. Un’iniziativa unica, in partenariato con il Museo di Capodimonte, che porta la città di Napoli, con il suo carico di arte e di storia, nel cuore della capitale parigina. Ai due direttori francesi, Christophe Leribault, del Petit Palais, e Sylvain Bellenger, del Museo di Capodimonte, spetta dunque il compito di diffondere, promuovere e incentivare la conoscenza in Francia di due capitoli fondamentali legati alla storia dell’arte della città. “L’idea di questa stagione napoletana nasce da un colpo di fulmine che io ho avuto durante la mia vacanza a Napoli”, spiega Christophe Leribault. “Una mostra resa possibile grazie alla mia conoscenza con il direttore del Museo di Capodimonte, un collega francese che ha subito concretizzato la possibilità di poter avere dei prestiti di opere importanti appartenenti alla sua collezione e che ci ha aiutato a negoziare il prestito con le chiese, i curati e i cardinali di Napoli, cosa tutt’altro che facile”.

PAROLA A CHRISTOPHE LERIBAULT

La stagione napoletana rappresenta un evento eccezionale perché per la prima volta Luca Giordano e Vincenzo Gemito sono mostrati in Francia, e in generale all’estero, con delle mostre complete, i cui cataloghi costituiscono, in questo caso, le prime due monografie in lingua francese. “Il pubblico ha reagito molto bene, fatto straordinario soprattutto per quanto riguarda Gemito, visto che non è presente nelle collezioni parigine. Cosa diversa per Giordano, presente qui in varie collezioni museali”, spiega il direttore del Petit Palais. “Abbiamo ricevuto un’ottima accoglienza anche dalla stampa, e testate come ‘Le Monde’ e ‘Le Figaro’, per citare quelle più importanti, ci hanno dedicato un ampio spazio. Creare un’esposizione su Gemito ha rappresentato una sfida, ma che rientra nella politica del Petit Palais di voler promuovere quegli artisti che sono molto conosciuti nei loro Paesi di origine e pochissimo in Francia”, conclude Leribault.
L’iniziativa parigina si compone anche di un ciclo di conferenze sulla storia dell’arte napoletana tra Seicento e Ottocento, concerti di musica classica, che ben contestualizzano tali periodi storici, e varie proiezioni cinematografiche che raccontano la città. Tra i titoli proposti anche il controverso Gomorra e a tal proposito Leribault dichiara: “Non è possibile donare una sola immagine di Napoli, è una citta troppo complessa e troppo ricca per poter essere presentata da un unico punto di vista. L’invito è chiaramente quello di esortare il nostro pubblico a visitarla.  I film che abbiamo proposto sono delle pellicole d’autore che ci mostrano anche un aspetto più violento della città, che comunque è ben presente in questi due artisti e nelle opere che proponiamo in mostra. L’arte di Luca Giordano non è affatto calma e serena, non si tratta di certo di Vermeer. Basti pensare ai suoi esordi, nel Caravaggismo e con Ribera, e successivamente al modo crudo in cui egli ci mostra la peste a Napoli. In generale, la vita degli artisti in questa città era comunque molto complessa e lo stesso Gemito ha dovuto combattere per potersi affermare, il suo realismo è stato in un certo modo violento. La mia personale visione di Napoli è quella di una città piena di vita che non smette di rinascere dalle sue ceneri, dai tempi di Pompei fino ai giorni d’oggi. Nel venire a Napoli, nel conoscere la sua storia, io sono rimasto stupefatto di come una terra così difficile e complessa dal punto di vista storico e geografico possa avere questo dono di continua rinascita e di fecondità creativa”, conclude.

Vincenzo Gemito, Medaglione con testa di Medusa, 1911. Getty Museum, Los Angeles. Photo Getty Museum
Vincenzo Gemito, Medaglione con testa di Medusa, 1911. Getty Museum, Los Angeles. Photo Getty Museum

LE CONSIDERAZIONI DI SYLVAIN BELLENGER

L’importante iniziativa francese è stata resa possibile grazie all’impegno del direttore del sito di Capodimonte, Sylvain Bellenger, al suo secondo mandato presso l’istituzione napoletana, che da anni attua una politica di internazionalizzazione. “Da tempo anch’io io avevo l’idea di una mostra simile, dato che artisti come Gemito e Giordano soffrono da anni di un certo campanilismo che li ha allontanati dal contesto internazionale. Soprattutto Gemito è stato un artista diventato, in giovinezza, importante a livello europeo per poi, a partire dal secondo dopoguerra, essere limitato a un contesto locale, com’è accaduto poi per tutto l’Ottocento napoletano”, spiega. Anche altri artisti importantissimi come Massimo Stanzione, Antonio de Bellis e Battistello Caracciolo, ad esempio, sono totalmente ignorati fuori dalla loro città. Questo è forse il risultato di una politica decennale legata al territorio, che ha avuto a suo tempo effetti anche importanti per quanto riguarda l’identificazione delle scuole regionali. Tuttavia, oggi, benché l’arte italiana sia esposta nei musei di tutto il mondo, le scuole famose restano ancora quella fiorentina, senese, romana e bolognese, lasciando in disparte il resto del Paese”.
In merito alla volontà di ottenere una maggiore visibilità internazionale, fino a febbraio 2020 sarà in corso a Seattle una mostra sul Barocco napoletano dal titolo Flesh and Blood, che a marzo si trasferirà in Texas al Kimbell Art Museum. “Sappiamo che se la mostra viene presentata al Kimbell ci sarà una pagina dedicata sul ‘New York Times’ con una risonanza nel Paese immediata”, afferma Bellanger. “Non abbiamo mandato opere secondarie, ma quaranta pitture di primaria importanza, tra le quali diversi capolavori, in modo che il grande pubblico possa poter riconoscere la qualità di Capodimonte e non solo gli specialisti e gli addetti al settore.
È in programmazione, inoltre, con il museo Pushkin di Mosca, un’ulteriore esposizione, sempre relativa al Barocco napoletano, che sarà ricambiata con l’invio a Napoli di trentacinque capolavori della collezione Ščukin, comprendente alcuni tra i più bei Matisse, Picasso e Gauguin. “Il Barocco napoletano, così diverso e particolare rispetto a quello romano o francese, deve emergere in tutta la sua importanza. La cultura barocca, la fantasia, la teatralità, lo sguardo sentimentale sono ancora incredibilmente presenti nella quotidianità di questa città. Napoli avrà sempre un cuore popolare, che ci permette ancora oggi di capire il mondo antico, quello che ha preceduto la meccanizzazione del nostro tempo”, spiega il direttore del Museo di Capodimonte.

LE MOSTRE AL PETIT PALAIS

Ritornando alle due mostre del Petit Palais, esse s’impongono non solamente per la novità degli artisti in ambito internazionale, ma anche per la loro qualità scientifica in termini di ricerca, soprattutto intorno alla figura di Gemito. Il curatore Jean-Loup  Champion, specialista della scultura romantica dell’Ottocento francese, è riuscito, infatti, a inserire l’opera di Gemito nell’ambito della scultura europea del suo tempo. Champion ha saputo rilevare quanto, ad esempio, il successo dell’iconica figura de Il Pescatore non fu decretato dai napoletani, ma dai francesi di passaggio a Napoli. Lo studioso ha potuto stabilire, inoltre, il rapporto di Gemito non solo con Meissonier, ma anche con Degas e con Rodin, senza mai parlare di un’influenza diretta ma piuttosto di una conoscenza dell’artista partenopeo.
E proprio per Degas è prevista a Capodimonte nel 2023 una mostra dal titolo Degas e Napoli, tesa a fare chiarezza su questi e molti altri aspetti.
Per quanto riguarda la vecchiaia di Gemito e il periodo legato alla sua “follia”, si è potuto dimostrare, invece, quanto questa fase fu importante per la sua produzione artistica, che si rivela essere di grande qualità e modernità, rintracciando dei legami con Alberto Savinio e la pittura metafisica. “La mostra ha svelato tutti questi aspetti nuovi, invece di ripetere sempre gli stessi concetti”, spiega Bellenger. Il problema del rapporto con il territorio è la ripetizione, la fossilizzazione dei pensieri e della sensibilità. A mio avviso, il Gemito del 2020 non può essere visto come lo si poteva vedere nel 1980. È un racconto che va completamente riattualizzato.

Luca Giordano, Madonna del Rosario al baldacchino, 1680. Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte © Photo Ministero per i beni e le attivita culturali
Luca Giordano, Madonna del Rosario al baldacchino, 1680. Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte © Photo Ministero per i beni e le attivita culturali

LE DIFFICOLTÀ DEL MUSEO DI CAPODIMONTE

Tuttavia, il grande successo che queste mostre incontrano all’estero sottolinea, una situazione di particolare difficoltà, di crisi, per l’istituzione museale partenopea. Ogni volta che portiamo un’opera di Capodimonte in prestito altrove, questa si rivela sempre il capolavoro della mostra, la riportiamo al museo ed essa sparisce nella marea noiosa delle pitture, in sale che si presentano obsolete sotto il profilo museologico e museografico e che già quando furono realizzate non si presentavano al passo con la sensibilità contemporanea”, denuncia il direttore. “Noi abbiamo i fondi per modificare tutto questo, apportando i cambiamenti necessari anche per quanto riguarda il racconto del percorso espositivo. Tuttavia, il problema non è di natura concettuale, perché io so esattamente cosa fare. Abbiamo le opere, gli architetti e i tecnici ma non abbiamo una struttura amministrativa di supporto e quindi restiamo bloccati. Siamo a rischio di rimandare indietro i fondi europei proprio perché manchiamo di un’efficace organizzazione amministrativa e ogni governo dura sempre troppo poco per attuare concretamente i progetti pianificati. Questa è la tragedia italiana: l’assenza e l’incompetenza dell’amministrazione”.
Sylvain Bellenger, dopo una carriera internazionale, tra la Francia e gli Stati Uniti, è a Napoli dal 2015, un compito non facile vista la situazione in cui versa il museo napoletano. La situazione organizzativa di Capodimonte rasenta il ridicolo. All’estero nessuno potrebbe mai immaginare in quali condizioni si trovi, in realtà, un museo di tale importanza. A gennaio resteremo solo con due curatori per tutta la collezione, che si compone di 47000 opere d’arte e 124 gallerie. Una vera assurdità per un’istituzione che illustra ai massimi livelli la storia dell’arte italiana, dalla fine del XII secolo fino a oggi. Si tratta spazialmente del più grande museo d’Italia, senza considerare il bosco di 134 ettari, con altre 17 palazzine borboniche al suo interno, dimenticato per anni dai poteri politici. Non avere un direttore amministrativo, un direttore della sicurezza, un direttore del personale, un direttore della ragioneria è drammatico. Rimangono solo tre o quattro persone che alla fine si occupano di tutto in condizioni estremamente difficili”, afferma.

I RISCHI DEL MARKETING

A Capodimonte, inoltre, manca l’opera simbolo del museo, seguendo la moda più recente dettata dal marketing culturale internazionale. Eppure, per quanto riguarda i capolavori che potrebbero prestarsi a tale scopo c’è solo l’imbarazzo della scelta; tra questi ricordiamo l’Antea di Parmigianino, il San Ludovico di Tolosa di Simone Martini e soprattutto la Flagellazione di Cristo di Caravaggio, pittura splendida e ambigua che ha tutti gli elementi per attrarre le speculazioni del marketing. “È una moda legata al consumismo, lontana da quella che deve essere la missione dei musei. Qui abbiamo dei problemi di natura ben più pratica, connessi alle infrastrutture che non esistono, come i parcheggi, e all’accesso, che non dipendono da noi ma dal Comune. In un Paese organizzato Capodimonte farebbe milioni di visitatori, mentre ne raggiunge appena i trecentomila, una cosa incredibile data l’importanza della sua collezione. Anche se il marketing va fatto, non può essere la priorità del Museo, la cui vocazione non è di imporre un’opera o un’immagine, ma di educare lo sguardo facendo in modo che le persone si sentano libere di esplorare non avendo paura di non riconoscere un’opera o la sua importanza. Apprezzo molto di più un visitatore appassionato di un artista minore che uno in cerca di capolavori. La nostra missione è quella di insegnare a guardare attraverso l’educazione alla libertà e spesso il marketing finisce per essere la sua negazione”, conclude il direttore.

Arianna Piccolo

Parigi // fino al 26 gennaio 2020
Vincenzo Gemito (1852-1929). Le sculpteur de l’âme napolitaine
Parigi // fino al 23 febbraio 2020
Luca Giordano (1634-1705). Le triomphe de la peinture napolitaine
PETIT PALAIS
Avenue Winston Churchill
http://www.petitpalais.paris.fr

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AutoriVincenzo Gemito, Luca Giordano
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Arianna Piccolo
Storico dell’arte e giornalista, vive tra Parigi, Napoli e Roma seguendo il ritmo dei vari impegni lavorativi e di studio. Dopo la laurea Magistrale in Storia dell’arte, intraprende il percorso giornalistico, attraverso TV, web e carta stampata, curando l’ufficio stampa e l’organizzazione di eventi culturali di rilevanza locale e nazionale. A seguito di numerose esperienze in ambito museale si specializza nel settore del marketing e della valorizzazione dei Beni Culturali. Si reca, poi, a Parigi dove consegue un Master 2 all’università Sorbonne in Museologia e Mediazione Culturale svolgendo, in quest’ambito, un’importante esperienza come assistente alla conservazione del Dipartimento degli Oggetti d’Arte del museo del Louvre.