Matisse e il cinema. A Nizza

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Il dialogo tra Matisse e il cinema è alla base della mostra allestita al museo di Nizza intitolato al pittore.

La mostra Cinématisse. I dialoghi di un pittore con il cinema al Museo Matisse di Nizza consente di ripensare tutte le relazioni di Henri Matisse (Le Cateau-Cambrésis, 1869 – Nizza, 1954)   con il cinema: da spettatore appassionato agli incontri e alle relazioni con i registi, da Murnau a Flaherty e Jean Renoir, alle ripercussioni della visione cinematografica sulla sua pittura fino a ripercorrere le influenze che la pittura di Matisse esercita sulla Nouvelle Vague. Una sezione è dedicata anche ai primi film sulla pittura di Matisse ‒ François Campaux (1946) e Marcel Ophüls (1960). La settima arte è intesa come espressione integrante della storia della visione e questa mostra offre la possibilità di fare un percorso unico e complesso fra l’immagine cinematografica e l’opera di Matisse dalla pittura ai collage e alle vetrate (Henri Matisse, Les Abeilles) in relazione alle pellicole cinematografiche. Questa esposizione sarebbe sicuramente piaciuta a Ragghianti. La relazione della pittura con le immagini in movimento è ripercorsa dalle Cronofotografie alla Nouvelle Vague, e l’arte di Matisse accede e proietta un modello di forme, di figure e di modelli.

GLI STUDI CINEMATOGRAFICI DI NIZZA LA VICTORINE

Nel 1917 Nizza diventa la città di elezione di Henri Matisse, solo due anni dopo qui apriranno gli studi cinematografici La Victorine. Spettatore abituale di cineclub e cinema popolari, Matisse è interessato al cinema del suo tempo: da Jean Renoir a Flaherty, da René Clair a F.W. Murnau, dai film scientifici a Tarzan. Se è vero che Matisse, a differenza di Jean Cocteau o di Marcel Duchamp, non si cimenta mai direttamente con la settima arte e considera il cinema come intrattenimento, il suo lavoro ne riceve un’influenza decisiva, iconograficamente e strutturalmente. I suoi scritti lo testimoniano, e tutta la sua opera si percepisce come una cinematografia e anche nell’osservazione della sua pratica pittorica prende in prestito la lente d’ingrandimento temporale che è la macchina da presa. La sua pratica di fotografare il quadro in tutte le fasi di avanzamento e di esporlo con tutte le fotografie delle fasi di sviluppo risponde a un’esigenza di montaggio di fotogrammi cinematografici e rappresenta bene questa densificazione di tempi concentrati nell’immagine pittorica e sviluppati nel processo del cinema.
Matisse è interessato e impressionato anche dalla “macchina” del cinema, nella mostra sono esposti gli schizzi dei backstage delle riprese in place Massena nei carnets di Matisse e molti sono i riferimenti alle riprese nelle lettere alla moglie Amelie. Con questa mostra il museo Matisse esplora i legami tra il pittore e il cinema nell’ambito della biennale di Nizza “L’Odyssée“. Per celebrare e lanciare quest’anno dedicato alla commemorazione del centenario degli studi e alla loro rinascita, la Cinémathèque de Paris e la Cinémathèque de Nice hanno voluto sviluppare insieme la loro programmazione: 60 film emblematici girati a Nizza, capolavori come La baie des anges, Bonjour tristesse, Les enfants du paradis, Et dieu créa la femme, La main au collet, Mon oncle etc. Il museo Matisse ha colto la sfida per ripercorrere l’opera dell’artista e offrire un nuovo sguardo sul suo lavoro.

Cinématisse. Exhibition view at Musée Matisse, Nizza 2019 © Succession H. Matisse pour l’œuvre de l’artiste © Institut Lumière pour le film. Photo Ville de Nice – Musée Matisse
Cinématisse. Exhibition view at Musée Matisse, Nizza 2019 © Succession H. Matisse pour l’œuvre de l’artiste © Institut Lumière pour le film. Photo Ville de Nice – Musée Matisse

CINÉMATISSE

Coordinata di Claudine Grammont, direttrice del museo Matisse di Nizza, storica dell’arte, specialista del Fauvisme e dell’opera di Matisse, e Dominique Païni, direttore della Cinémathèque francese, la mostra è divisa in sue grandi sezioni. La prima, interessante per la diversità di approcci, analizza lo sguardo di Matisse sul cinema. A Nizza inizia a frequentare la sala sulla Jetée-Promenade: “Je ne vais pas au cinéma chaque soir, comme cela a été dit, je pense, par Maurice Sachs. Ce serait trop. J’y vais quelques fois pour étudier ce que le cinéma apporte à l’art de peindre et réciproquement” ‒ Non vado al cinema ogni sera, come si è detto di Maurice Sachs. Sarebbe troppo. Vado a volte per studiare ciò che il cinema apporta all’arte della pittura e viceversa ‒ (intervista al New York Herald Tribune, maggio 1933).
Per quanto riguarda Matisse il rapporto con le immagini in movimento era reale, attingendo sia dall’erudita cinefilia che dall’attenzione estetica e dalle possibilità offerte dal nuovo mezzo artistico e di una costante tensione di superamento delle pratiche pittoriche (il suo libro Jazz concilia astrazioni cromatiche al gesto calligrafico).
La mostra parte da un souvenir del soggiorno a Tahiti, dall’incontro con Murnau in occasione di un tournage di Tabou (1931) e dall’incontro con Flaherty il regista di Nanuk l’eschimese (1922). Il percorso espositivo si estende su oltre 500 metri quadrati, riunendo circa 83 opere di Henri Matisse con estratti dei primi film dei fratelli Lumière e Jean Comandon; la plasticità del cinema muto lo affascina, quella di Friedrich Wilhelm Murnau, Jean Epstein, Jean Mitry o Germaine Dulac; il classico cinema sonoro di Jean Renoir e René Clair. Sono esposti anche due film importanti che mostrano Matisse al lavoro, in particolare quello di François Campaux (1946) e, per l’occasione, ritrovato e restaurato, quello di Marcel Ophüls (1960) e alcune immagini che mostrano Matisse intento a dipingere e ritagliare la carta colorata.

François Campaux, Henri Matisse, 1946, film still. Courtey M. Cavaglione Valio. Photogramma Ville de Nice
François Campaux, Henri Matisse, 1946, film still. Courtey M. Cavaglione Valio. Photogramma Ville de Nice

LA NOUVELLE VAGUE E MATISSE

In cambio dell’attenzione che Matisse ha per l’immagine cinematografica, il cinema gli ha mostrato una sorta di gratitudine, in particolare la Nouvelle Vague francese (Jacques Rivette, Éric Rohmer, Jean-Luc Godard, Jacques Demy, Agnès Varda …). Questa generazione innovativa ha eletto Henri Matisse come uno dei suoi “capi”, al fianco di Roberto Rossellini e Jean Renoir. La Nouvelle Vague cita alcune delle sue opere o si ispira a ciò che era presumibilmente leggendario della sua arte dell’improvvisazione, La Nouvelle Vague trova proprio in Matisse uno dei grandi riferimenti figurativi.

GODARD E LA BLOUSE ROUMAINE

Godard, in un film dell’INA – Institut National de l’Audiovisuel del 1965, dopo aver attraversato il Museo d’Arte Moderna, quasi correndo come in Une bande à part (1964), si ferma davanti al quadro di Matisse La blouse roumaine, un quadro che sembra semplice e puramente decorativo, ma Godard spiega come in fondo più si guarda quest’opera più si scopre quanto c’è di umano e si individuano dietro le forme i pensieri, i caratteri e i sentimenti della donna. Più tardi sarà Rohmer con Pauline   à la   plage a eleggere La blouse roumaine a vera protagonista del suo film, dall’affiche a tutta la composizione della pellicola. Nella scena della colazione, in cucina, il muro e la tenda costituiscono uno sfondo bianco (come il fondo della camicetta della tela di Matisse), che rende molto visibile il gioco di colori associato alla ragazza (il blu della sua tazza e il blu della sua maglietta) e all’uomo (il rosso della macchina da scrivere e il rosso della sua maglietta).
Anche Demy e Varda sono messi a confronto con l’opera di Matisse sul piano del colore.
Les Parapluies de Cherbourg è del 1964. Cinque anni dopo, Demy disse: “Per ‘Les Parapluies’, je n’arrêtais pas de dire: c’est un Matisse qui chante. Il faudrait trouver des harmonies comme cela, complètement transposées” ‒ Per Les Parapluies de Cherbourg   continuavo a dire: è un Matisse che canta. Dovremmo trovare armonie del genere, completamente trasposte). Nella scena con Catherine Deneuve e la lettera, per esempio, Demy cita direttamente il quadro la Femme à la fenêtre, un dipinto del 1920 di Matisse.

Haroutioun Bezdjian, D’après Lucien Bull, 2019 © hbezdjian. Photogramma © hbezdjian
Haroutioun Bezdjian, D’après Lucien Bull, 2019 © hbezdjian. Photogramma © hbezdjian

FILMARE L’ARTE

Una sala è dedicata ai film di François Campaux e di Marcel Ophüls, che mostrano Matisse al lavoro. In un breve ma illuminante scritto intitolato Film al secondo grado, pubblicato nel 1950 in un doppio numero monografico della rivista Bianco e Nero, una delle prime letture interdisciplinari del rapporto tra le arti figurative, il film e il ruolo della musica, il celebre regista francese del cinema muto Marcel L’Herbier scriveva, con spirito ottimistico e con un tono trionfale: “L’arte del film trova, nel film sull’Arte, una consacrazione tanto attesa quanto ammirevole. Già si producono in tutto il mondo dei film del genere, film “al secondo grado”, che per la loro perfezione serviranno eccellentemente a costituire non solo quel museo immaginario di cui parla André Malraux, ma, ciò che è ancora meglio, una vera e propria cineteca immaginaria d’immagini dell’Arte”. Le Musée imaginaire di Malraux è tradotto in italiano solo nel 1957: libro anomalo, pose al centro dell’attenzione il ruolo delle trasformazioni provocate dall’immagine fotografica sull’arte e la sua storia, tema fino ad allora non ancora completamente accettato né di conseguenza indagato, eccezion fatta per il celebre saggio di Walter Benjamin del 1936 sulla riproducibilità tecnica delle opere d’arte, da cui Malraux aveva tratto uno spunto più significativo di quanto egli stesso non ammettesse.
Chiude questo percorso espositivo appassionante e complesso una sala dedicata agli artisti contemporanei sul tema dell’image-mouvement: Jean Michel Alberola, Pierre Buraglio, Henri Foucault, Madeleine Roger-Lacan, Raymond Hains, Jacques Villeglé, Ange Leccia, Alain Fleischer.

Elisabetta Villari

Nizza // fino al 5 gennaio 2020
Cinématisse. Dialogues d’un peintre avec le cinéma
MUSÉE MATISSE DE NICE
164, avenue des Arènes de Cimiez
http://www.musee-matisse-nice.org/

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AutoreHenri Matisse
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Elisabetta Villari
Elisabetta Villari, docente all’Università di Genova (DIRAAS), dove insegna Antropologia dell’immagine del mondo greco e antropologia del mondo antico. È stata invitata all’ENS a Parigi e all’UCSC in California come visiting professor. Ha tenuto seminari anche all’EPHE, all’INHA a Parigi e all’EHESS e ha svolto conferenze in molte università straniere. Dal 2005 ha organizzato a Genova una serie di incontri internazionali: le Giornate Warburghiane in collaborazione con istituzioni italiane e straniere. Ha collaborato con il Manifesto. Ha curato e scritto articoli per riviste straniere e libri, fra i quali “Walter Benjamin, Il viaggiatore solitario e il flâneur” (Melangolo 1998), “Musica corporis” (Brepols Turnhaut 2008), “Aby Warburg antropologo dell’immagine” (Carocci 2014), “Il paesaggio e il sacro” (De Ferrari 2013), “Politeismi antichi” Gup 2019.