L’epopea del lusso fra splendori e contraddizioni. Al Louvre Abu Dhabi

Status symbol, piacere per il bello, ma anche ostentazione di ricchezza: dall’alba della civiltà, il lusso accompagna l’immaginario collettivo, ammantato di un’aura di esclusività che ne amplifica il fascino. Al Louvre Abu Dhabi, la prima mostra esaustiva che in 350 pezzi, fra complementi d’arredo, gioielli, tappeti, abiti e calzature, sintetizza in un percorso organico e cronologico i momenti salienti del rapporto fra lusso e potere e l’evoluzione verso la società di massa. In collaborazione con il Musée d’Arts décoratifs di Parigi.

Sogno proibito per molti, realtà per pochi, in epoca antica il lusso non fu soltanto una discriminante di ricchezza, ma soprattutto il simbolo sociale del potere. Re, imperatori, papi, alti dignitari vi ricorsero continuamente per ribadire la loro superiorità politica e spirituale, dimostrando non raramente una certa cupidigia, di ricchezza come di potere. La mostra curata da Olivier Gabet fa luce su questo aspetto, tra raffinatezza estetica e rappresentazione del potere, raccontando la storia del lusso in un confronto fra civiltà dal Neolitico al III Millennio. Un allestimento caratterizzato da luci soffuse e atmosfere ovattate accompagna il visitatore lungo secoli di splendore.

IL CULTO ANTICO DEL POTERE

Fra i pezzi esclusivi in mostra, la cosiddetta “Perla di Abu Dhabi”, datata fra il 5800 e il 5600 a.C. e ritrovata nell’Emirato durante una campagna archeologica, nel 2017; un reperto che testimonia dell’esistenza nell’area di una civiltà antica ma già evoluta per la raffinata semplicità estetica e fra le prime a praticare la pesca delle perle, strettamente riservate all’Emiro. Una semplicità che dialoga con quelle dell’Egitto Antico e della Roma repubblicana, dove all’oro e all’argento si affiancano i più ordinari legno e bronzo, in una produzione artigianale che però raggiunge le altezze dell’arte. Non mancavano materiali naturali oggi estinti (per l’eccessivo sfruttamento) oppure proibiti, come l’avorio. La mostra è occasione per ammirare bacili siriani decorati con motivi geometrici secondo l’estetica islamica, velluti italiani, ceramiche moresche della Spagna medievale, messali tedeschi in pelle e pietre preziose, coppe istoriate in porcellana di Limoges. Si osserva un uso pratico del lusso, legato al culto religioso, all’impartizione del sapere, o all’esaltare l’autorevolezza di un sovrano, in un’epoca in cui l’assolutismo era l’unica forma conosciuta del potere, con l’eccezione dell’Inghilterra.

Luigi Valadier, Cameo con scene mitologiche, 1780. Photo RMN-Grand Palais (Musée du Louvre) - Les frères Chuzeville

Luigi Valadier, Cameo con scene mitologiche, 1780. Photo RMN-Grand Palais (Musée du Louvre) – Les frères Chuzeville

IL SETTECENTO E LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Trascorsi i rigori della Controriforma, la joie de vivre e il lusso tornano a sbocciare nella società europea, che è il cardine del percorso della mostra, una scelta curatoriale pensata per il pubblico locale, ma che però sacrifica l’identità dell’area mediorientale. La mostra analizza in particolare lo sfarzo delle corti europee nel Settecento, quando prende avvio la tradizione sartoriale di redingote, marsine e affini, nasce la produzione della porcellana d’autore (dalla Sassonia a Capodimonte), che regala esercizi di preziosismo come orologi e candelieri scultorei, decorati con figure bucoliche, cui fanno eco i preziosi vasi cinesi soffusi di polvere d’oro e delicate scene naturali. Le creazioni di Luigi Valadier, a metà fra il capriccio barocco e il Rococò, recuperano i fasti della classicità in bizzarri cammei la cui pesantezza contrasta con la leggiadria delle porcellane cinesi decorate con figure naturali.
Con l’avvento dell’Illuminismo nel secondo Settecento, cambia in Europa l’idea del potere e del fasto che lo accompagna; prende forma una nuova classe sociale intermedia, la borghesia, che sul modello della nobiltà di più antico lignaggio reclama i suoi simboli di lusso. Contestualmente, la Rivoluzione industriale appena affermatasi dà avvio alle prime produzioni su larga scala, in cui rientrano appunto anche i beni di lusso: porcellane da tavola e da arredo, posate, arazzi, vetri e cristalli; nasce il “lusso di serie” e viene meno quell’unicità che aveva nel metodo artigianale e nel “pezzo unico” la sua esclusività e la preziosità dell’opera d’arte.

L’OTTOCENTO, LA MODA, IL CONSUMISMO

Con l’Ottocento, il lusso è ormai un “bene di consumo”, nascono a Parigi i primi grandi magazzini specializzati in oggetti esclusivi, che però sono alla portata di larga parte del ceto borghese. Paradossi di una società in cui si fa strada la massificazione, e l’idea del lusso si associa in maniera preponderante anche alla moda: dalle raffinate creazioni in seta, broccato, piume, velluto, di Vionnet, Worth e Paquin, couturier che riscuotevano l’apprezzamento di Gabriele D’Annunzio, si passa, nel Novecento, alla catena del prêt-à-porter, anche se di alta classe, di Chanel, Givenchy, Lanvin, Dior, che rinverdiscono saltuariamente gli antichi fasti con creazioni uniche ispirate, ad esempio, ai costumi delle corti cinese e giapponese. In un secolo il lusso perde la sua esclusività sociale, con la Belle Époque si associa al concetto di design, anche nel campo dell’arredamento con i mobili di Edward Godwin o Jean-Michel Frank, caratterizzati da linee essenziali e materiali semplici, quasi poveri, in decisa controtendenza con la pesantezza dello stile decadente che ispirò l’oggettistica di Henri Vever.
Con il Novecento “lusso” non significa più soltanto ostentazione e stravaganza, bensì contempla anche l’idea della novità tecnica o tecnologica, si sviluppano nuovi materiali come il carbonio e il borosilicato di vetro, aprendo nuove frontiere nel campo del design che, come accade nei complementi d’arredo di Gloria Cortina, incontra l’arte contemporanea. L’unicità dell’oggetto torna saltuariamente, associata a un alto valore commerciale, destinata al miglior offerente; mentre le grandi case di moda e di design sfornano quotidianamente ogni sorta di bene, dall’abito all’accessorio, pensato per brillare, essere notato, mostrare un’aria costosa e conferire importanza al proprietario. Da attributo sociale del potere, dopo tanti secoli il lusso sembra essersi svilito a banale manifestazione dell’ego.

Christian Dior, Abito da ballo Adelaide, 1969. Parigi, Musée des Arts Décoratifs. Photo MAD, Paris Jean Tholance

Christian Dior, Abito da ballo Adelaide, 1969. Parigi, Musée des Arts Décoratifs. Photo MAD, Paris Jean Tholance

VANITAS VANITATIS

Con filosofico realismo, la mostra si chiude con una clessidra in borosilicato di vetro, disegnata da Marc Newson, al cui interno scorre polvere d’oro: un modo raffinato per ricordarci come, nella nostra società dove le giornate scorrono fra impegni di ogni genere, il nuovo lusso sia l’avere tempo libero a disposizione. Da un altro punto di vista, la clessidra misura il tempo che scorre, a ricordarci la transitorietà dell’esistenza, a prescindere dalla ricchezza che si può accumulare.

‒ Niccolò Lucarelli

Abu Dhabi // fino al 18 febbraio 2020
10,000 Years of Luxury
LOUVRE ABU DHABI
Saadiyat Cultural District, Saadiyat Island
www.louvreabudhabi.ae

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Niccolò Lucarelli

Niccolò Lucarelli

Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.

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