La guerra vista con gli occhi di cinque artisti italiani in Turchia

Ad Ankara, presso la galleria Güler Sanat, sono in mostra, fino al 29 novembre 2019, i lavori di cinque artisti italiani realizzati in occasione di un progetto di residenza. All’opening abbiamo raccolto le impressioni di chi ha vissuto direttamente quei giorni, che anticipavano i terribili atti di violenza che hanno sconvolto la vita del popolo curdo.

All’origine della crisi siriana, quando la situazione militare e politica di Ankara non era ancora esplosa, cinque giovani artisti italiani hanno partecipato al programma di residenza promosso dall’Ambasciata d’Italia in Turchia, in collaborazione con la Galleria Guler Sanat di Ankara. Kemal Orta, direttore artistico della galleria e curatore della mostra, ha sostenuto l’operazione e ospitato in residenza Federica Cogo (Thiene, 1985), Maria Luigia Gioffrè (Soverato, 1990), Flavia Tritto (Bari, 1994), Dione Roach (Firenze, 1989) e Nicola Guastamacchia (Bari, 1990) in concomitanza della Giornata del contemporaneo.
Dal 10 settembre all’11 ottobre, giorno dell’inaugurazione avvenuta alla presenza dell’Ambasciatore italiano in Turchia Massimo Gaiani, gli artisti invitati hanno avuto modo di sviluppare le loro pratiche in relazione non solo allo spazio in questione, ma anche al contesto sociale, culturale e naturale nel quale hanno vissuto.
Da sempre gli artisti hanno raccontato attraverso pratiche differenti gli orrori della guerra. Fra queste nel secolo scorso, proprio quando il continente europeo veniva sfregiato dai due conflitti mondiali, dalle rivoluzioni e dalle guerre civili, le arti visive e più in particolare la pittura hanno svelato e rappresentato formalmente e nei modi più veritieri, sperimentali e successivamente performativi, le scene più aberranti e le paure più significative nate dalla follia dell’uomo. Da quel periodo a oggi, immersi nelle riflessioni del postmodernismo, facciamo parte di un mondo orami frammentato, depauperato dalla sostanza dei riferimenti ideologici e sociali di una civiltà sempre più globalizzata e in continuo mutamento; dunque come denunciare e percepire i conflitti odierni, in che modo e perché quel tipo di tensione sociale, che anticipava i primi attacchi dell’esercito turco nei confronti della popolazione curda, ha potuto influire sul processo artistico di cinque artisti italiani che hanno avuto modo di confrontarsi con le difficoltà del momento? Sono ancora vivide le terribili immagini legate ai fatti del 2015, dopo la distruzione da parte dell’ISIS del sito archeologico di Palmira. Oggi qual è il pericolo più grande per l’opera d’arte in tempi di guerra e che futuro avrà il valore simbolico e culturale dell’immagine intesa anche come processo artistico contemporaneo?
Ai protagonisti in mostra abbiamo chiesto un commento sull’esperienza vissuta in residenza.

Giuseppe Amedeo Arnesano

1. FEDERICA COGO

Federica Cogo, Violant, 2019, acrilico e olio su tavola

Quattro settimane non sono sufficienti per entrare a pieno nel contesto sociale e culturale di un paese, soprattutto se si sta parlando di una cultura che fonde oriente e occidente, ma da quello che ho vissuto ho scelto di rappresentare il mio sacro attraverso i cuscini dell’Anatolia. Velando tutti i lavori con un filtro viola/magenta che ha immerso la serie in un atmosfera di imminente catastrofe, il lavoro si intitola Violant, che in latino è un verbo in terza persona plurale che significa “violano”, ovvero “fanno violenza”. Rispondo alla seconda domanda citando il libro L’estetica dell’oppresso di Augusto Boal, dove l’autore spiega che “la castrazione estetica rende i cittadini vulnerabili e li forza a obbedire ai messaggi imperiosi dei media e degli oppressori. Rifiutando l’idea che si pensi solo con le parole, ma anzi, si pensi anche con suoni e immagini, possiamo dire che arte e cultura sono essenziali alla liberazione degli oppressi perché accresce e approfondisce le capacità cognitive.” Il pericolo più grande dunque per l’opera d’arte in tempo di guerra è chiaramente la sua distruzione, in quanto uccidere un’espressione dell’essere umano è uccidere l’essere umano stesso.

2. MARIA LUIGIA GIOFFRÈ

Maria Luigia Gioffrè, Siir Oldu, 2019, mixed media

In un tempo in cui le condizioni poste dall’anthropocene si manifestano come indubbie priorità per il genere umano tutto, rintraccio come urgente domandarsi a cosa serva l’arte. Vi sono artisti che dell’estetica dell’azione politica hanno fatto opera, talvolta persino morendoci liricamente, altri artisti che abitano lo spazio poetico del di fuori della vita. Io abito lo spazio del di fuori, e spesso mi sento inutile per questo. Credo che, in qualche modo, il futuro del processo artistico sia l’avanguardia di quelle opere che riescano a contenere l’azione politica nella trasfigurazione lirico-poetica. A partire dal XXI secolo, o forse addirittura prima, il valore culturale dell’immagine si inserisce in un nuovo sistema di lettura disincarnato e saturo di informazione. Trovo importante, per un artista, individuare dove l’immaginario simbolico di una data cultura vive e darle forma nella propria opera. Forse il pericolo più grande dell’opera d’arte in tempo di guerra è proprio che essa si faccia specchio della guerra stessa.

3. FLAVIA TRITTO

Flavia Tritto, The Scandal of Particularity, 2019, proiezione di pennarelli su vetro su muro, cm 180×70 ca.

L’esperienza in Turchia è stata un’occasione importante per confrontarmi ancora una volta con la complessità delle idee di cultura e di identità nazionale, e del soggettivo rapportarsi a esse. Infatti per la mostra finale ho presentato lavori che interpellassero il fruitore a livello personale, puntando alla sua sfera emotiva così da andare oltre le differenze culturali. Da lì, creando lavori site specific in senso stretto – innestati nell’impianto di illuminazione della galleria – ho proposto opere che, rievocando i dipinti rupestri presenti nel Museo delle Civiltà Anatoliche di Ankara, richiamassero l’attenzione sulla nostra origine collettiva condivisa: un’umanità comune che, in questi tempi di tensioni xenofobe e di divisioni, è utile enfatizzare. Quanto al processo artistico, credo che le residenze estere rivelino le complessità dell’agire etico dell’artista, per produzioni il più possibile consapevoli, che rivendichino la libertà di espressione ma siano sensibili ai contesti di realizzazione. Sono tensioni stimolanti, che riportano l’attenzione alla dimensione della “fruizione reale” nonostante la corrente ubiquità dell’immagine a livello virtuale.

4. DIONE ROACH

Dione Roach, Standby (orange), 2019, olio su tela, cm 90×70

Direi che in qualsiasi processo artistico il tempo sia un elemento molto importante e in un periodo molto corto quale è stato il mese di residenza sarebbe difficile riuscire a processare e farsi una opinione abbastanza formata della tensione sociale di un paese molto grande e di cui non si parla la lingua. Ho percepito piuttosto la complessità culturale e sociale di un paese che indaga sul proprio senso di identità ricorrendo a metodi anche estremi. Sono stata sicuramente influenzata da elementi di questa complessità sociale, per esempio l’urbanizzazione sfrenata dall’aspetto quasi insensato e surreale e l’idea della rappresentazione e dell’autorappresentazione, in particolare della donna, creando una serie di dipinti che esplorano realtà distopiche tramite composizioni tra scene di vita ordinaria.

5. NICOLA GUASTAMACCHIA

Nicola Guastamacchia, Can you sea, 2019, designed self adhesive wallpaper

Trovarmi ad Ankara in un momento così acuto della crisi lungo il confine siriano è stata un’opportunità rara per esplorare le contraddizioni di un luogo a noi tanto vicino quanto lontano. La Turchia è un Paese ai margini, la cui grandezza è schiacciata da un lato dalla xenofobia europea e dalla politica estera americana, dall’altro dall’instabilità radicale dei Paesi che la toccano a meridione. Questo è ciò che ho provato a raccontare con i miei lavori. Nel corso della residenza, sia l’Ambasciata che la galleria mi hanno chiesto di non esibire alcuni collage ritraenti Erdogan. Ho inizialmente rifiutato, poi ho capito questa richiesta. Penso che il pericolo più grande per un’opera d’arte sia non essere mai vista o non essere vista più. Non credo però che alcuna immagine possa oggi esperire una funzione critica radicale. Ciò non significa che non sia possibile produrre immagini forti, ma che non sia possibile produrre immagini forti abbastanza. Il valore simbolico e culturale dell’immagine è diluito nella sua infinita riproducibilità digitale che ne anestetizza ogni possibilità politica. Il processo artistico contemporaneo non può ridursi alla funzione di produzione di immagini, ma va sempre maggiormente compreso nei termini dell’importanza linguistica e politica di produrre nuove storie in grado di immaginare e rappresentare diversamente la realtà che ci circonda.

Ankara // fino al 29 novembre 2019
From a Distant Proximity
GÜLER SANAT
1933 Cd. No: 53
Hekimköy Sitesi ‒ Ümitköy
http://gulersanat.com/

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Giuseppe Arnesano
Storico dell'arte e curatore indipendente. Laureato in Conservazione dei Beni Culturali all'Università del Salento e in Storia dell'Arte Moderna presso l'Università La Sapienza di Roma. Ha conseguito un master universitario di I livello alla LUISS Master of Art di Roma. Giornalista pubblicista, iscritto all'ordine nazionale dei giornalisti dal 2011, collabora come critico d’arte con Artribune dal 2011. Nel settore della comunicazione culturale, dal 2013 a oggi, ha lavorato con la Soprintendenza Speciale del Polo Museale Romano, con la Fondazione Torino Musei e la Fondazione Carriero a Milano. Tra le mostre recenti è co-curatore del progetto “Studio e Bottega - Tradizione e Creatività nel segno dell’Arte”, ideato da Ilaria Gianni e realizzato negli spazi della Fondazione Pastificio Cerere di Roma.