Alexej von Jawlensky e Marianne von Werefkin. Storia di un sodalizio nel segno dell’Espressionismo

Prosegue il percorso di approfondimento del Lenbachhaus Museum sul Modernismo europeo del primo Novecento con una mostra dedicata a due artisti russi che trovarono nella Monaco d’inizio Novecento l’ambiente ideale per sviluppare la loro propensione all’Espressionismo. Circa 190 opere raccontano il percorso comune e la divergenza dell’età matura. Con citazioni e anticipazioni da e dell’arte europea.

Alexej von Jawlensky, Campagna attorno a Murnau, ca. 1910. Hilti Art Foundation, Schaan, Liechtenstein
Alexej von Jawlensky, Campagna attorno a Murnau, ca. 1910. Hilti Art Foundation, Schaan, Liechtenstein

Poco noti nel resto d’Europa, relegati in secondo piano dietro Kubin, Gerstl, Münter e Kokoschka, in realtà Jawlensky e Werefkin hanno sviluppato un’interessante, personalissima versione dell’Espressionismo, nato in Germania come reazione alla Secessione, “colpevole” di fornire un’immagine idealizzata della società, lontana dalle problematiche e dal sentire dell’epoca, ovvero gli anni della decadenza imperiale. Formatisi artisticamente nella natia Russia zarista, ripudiarono ben presto l’accademismo realista e, appunto, dopo aver stretto sodalizio sentimentale e artistico, si trasferirono nel 1896 a Monaco di Baviera, dove Munch e van Gogh già facevano scuola. Con Parigi una delle città culturalmente più vive d’Europa, Monaco ispirò e incoraggiò la loro carriera artistica fino alla separazione nel 1921.

DALL’ESPRESSIONISMO ALL’ASTRATTISMO

Nella sua prima fase di approccio all’Espressionismo, Alexej von Jawlensky (Toržok, 1864 – Wiesbaden, 1941) porta con sé la Russia della tradizione, con le isbe, i villaggi di campagna, i paesaggi montagnosi fra il Caucaso e gli Urali, il senso mistico della realtà. Ne scaturisce, anche per mezzo di una tavolozza generalmente luminosa, una pittura intima e calda, che restituisce tutto il senso di appartenenza della Mir (la comunità contadina di villaggio), la commovente bellezza di interni e oggetti popolari, quasi come li descriverebbero Tolstoj o Gogol’. Una pittura profonda, che tocca corde struggenti e reali insieme, e, seppure in stile espressionista, non affronta le angosce esistenziali di tedeschi e austriaci, ma, alla stregua di Natalia Gončarova, entra nell’anima di una cultura che i rivolgimenti storici interni rischiavano di modificare radicalmente. A partire dal 1909, come documenta il percorso filologico della mostra, Jawlensky si avvicina all’astrattismo, in parte seguendo i canoni del Blaue Reiter di Kandinsky, in parte tracciando le forme con le campiture larghe e piatte tipiche di Matisse. In parallelo, porta avanti l’interesse per il primitivismo, e la maschera africana o asiatica sarà un costante riferimento nella sua ritrattistica più matura, dall’affascinante afflato di maschera teatrale, solenne e ascetica. Separatosi da Werefkin nel 1921, si trasferisce a Wiesbaden, dove inaugura una fase completamente incentrata sull’astrattismo geometrico, personale rielaborazione di Picasso e della tradizione pittorica russa delle icone. Sarà il suo canto del cigno prima che l’artrite, a fine Anni Trenta, gli impedisca di dipingere.

Marianne von Werefkin, Di notte, 1910. Lenbachhaus Munich. Photo Lenbachhaus
Marianne von Werefkin, Di notte, 1910. Lenbachhaus Munich. Photo Lenbachhaus

DALL’ESPRESSIONISMO AL REALISMO MAGICO

Costretta a lasciare la pittura nel 1888, a causa di una ferita alla mano durante una battuta di caccia, Marianne von Werefkin (Tula, 1860 – Ascona, 1938) tornò ai suoi amori artistici soltanto nel 1907, dopo oltre dieci anni a Monaco. Qui, dopo la formazione accademica in patria presso il pittore realista Ilya Repin, insieme a Gabriele Münter portò avanti il nascente movimento pittorico femminile che fra Germania e Austria andava acquistando sempre più autorevolezza. Pur imbevuta della cultura degli avi, il suo approccio pittorico è diverso rispetto a Jawlensky: in primo luogo la tavolozza è più cupa, e secondariamente resta legata al figurativo per tutta la sua carriera. Ma soprattutto, è più disincantato lo sguardo che posa sulla Russia, riportandone costantemente l’immagine di una società divisa in sole due classi: i ricchi e i poveri. Un Medioevo sociale che dipinge quasi con dostoevskiano fatalismo, senza la rabbia sociale che, ad esempio, contraddistinse Larionov. La sua ricerca pittorica, di stampo europeo quanto quella di Jawlensky, si indirizzò a un affascinante mélange di Espressionismo e Realismo magico, quest’ultimo concepito in due differenti maniere: da un lato, l’afflato nordico mutuato da Konrad Mägi: paesaggi naturali contemplativi, grandiosi negli sfondi alpestri e boscosi, caratterizzati da sfumature di blu, di verde e di giallo che ricordano l’aurora boreale, capaci di svelare atmosfere di fiaba scaturite dall’atavica armonia fra individuo e natura. Da un altro lato, in particolare a partire dai primi Anni Venti, dopo il trasferimento ad Ascona, l’interesse per l’ambiente urbano, che diventa un luogo di fiaba con edifici snelli dalle finestre appena accennate e le facciate in severi ocra scuri, stradine in salita dalla prospettiva diagonale: e non è difficile ipotizzare, stanti anche i suoi soggiorni in Italia e a Firenze, che abbia influenzato anche Ottone Rosai nelle sue pitture di ambiente fiorentino, Via Toscanella su tutte.

UNA RICERCA NON SOLTANTO FORMALE

Attenti agli sviluppi dell’arte in Europa, interessati alla sperimentazione su forme e colori, così come furono legati alla cultura della loro patria, Jawlensky e Werefkin ne fecero, nelle loro pitture, un ideale luogo dell’anima, in una ricerca del rifugiarsi nel passato e tentare di perpetuarlo per mezzo dell’arte, in un periodo storico tragico per le sorti dei popoli.

Niccolò Lucarelli

Monaco di Baviera // fino al 16 febbraio 2020
Soulmates
LENBACHHAUS
Luisenstrasse 33
www.lenbachhaus.de

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.