Tre artiste sbarcano per la prima volta al New Museum di New York, con altrettante mostre che garantiscono una immersione nell’assurdo.

Se cercate una pausa dal reale, un’immersione nell’assurdo, nell’eccesso e nell’iperstimolazione, lasciate perdere la virtual reality e i parchi divertimenti e fate tappa al 253 di Bowery, salite in ascensore e, ogni volta che le porte si aprono, tenetevi pronti a immergervi in un mondo di stupore. Al New Museum sono in corso tre imperdibili mostre di altrettante donne di età diverse, tutte alla prima esperienza in un museo newyorchese.
Facendo un po’ su e giù con l’ascensore, il nostro consiglio è di cominciare la visita dal terzo piano con Menesunda Reloaded, il complesso e divertente percorso immersivo concepito (e poi distrutto) da Marta Minujín e Ruben Santantonin nel 1965 e qui riproposto con molti dei materiali originali, in collaborazione con il Museum of Modern Art della capitale argentina che lo aveva già reinstallato nel 2015. Si tratta della prima opera d’arte totale della storia, un ambiente immersivo ante litteram, attualissimo anche oggi. Il nome evoca disordine, caos e mescolanza e il labirinto di ambienti che compone l’opera è fedele al titolo. La fonte più preziosa nella ricostruzione di un’installazione che fosse il più possibile fedele all’originale è stata la memoria di Marta Minujín, che nella sua opera più famosa, già nel ‘65, sfogava tutto quel personalissimo gusto per la provocazione e la sorpresa che negli anni ha contraddistinto il suo lavoro.

Marta Minujín, The Octogonal Mirror Room, da La Menesunda, 1965 (particolare). Installation view at Museo de Arte Moderno, Buenos Aires 2015. Courtesy Museo de Arte Moderno de Buenos Aires. Photo Agustina Vizcarra
Marta Minujín, The Octogonal Mirror Room, da La Menesunda, 1965 (particolare). Installation view at Museo de Arte Moderno, Buenos Aires 2015. Courtesy Museo de Arte Moderno de Buenos Aires. Photo Agustina Vizcarra

MARTA MINUJÍN

L’opera è composta da una serie di stanze collegate da un sistema di passaggi, ogni spazio offre un’esperienza multisensoriale totale. Si entra nel percorso passando da una parete di plexiglass arancione nella quale è intagliata un’apertura che richiama la sagoma umana. All’interno ci sono neon e insegne che evocano un contesto urbano, la metropoli. Attraverso una scala si sale al piano superiore, dove si entra in una stanza con televisori su cui passano telegiornali in bianco e nero. Da un pertugio si accede a una camera da letto dove una coppia conversa prima di andare a dormire. Scendendo qualche scalino all’interno di uno stretto tunnel rosa tappezzato di spugne colorate, ci si ritrova in uno spazio in cui, tra specchi, poltroncine e trousse di trucchi, due ragazze in camice si offrono di truccare e impomatare i visitatori di passaggio, che così possono rilassarsi in preparazione della seconda parte del percorso. Completato il rito, si può proseguire passando attraverso una stanza girevole la cui porta si apre su un corridoio dalle pareti tappezzate di un materiale spugnoso, per poi (o prima, a seconda del passaggio che si sceglie) passare in un tunnel costeggiato da tubi che ricordano un intestino. Andando ancora avanti ci si ritrova in una stanza bianca, per uscire dalla quale bisogna spingere lo sportello di un frigorifero. Dopo qualche altro passaggio, si entra in una stanza dalle pareti a specchio e un’illuminazione da discoteca. Al centro, una cabina vetrata: entrandovi, all’esterno si attivano dei ventilatori che creano una sorta di tempesta di coriandoli. Il percorso è claustrofobico ma allo stesso tempo giocoso e invita alla partecipazione ma anche all’isolamento e alla riflessione interiore. Introflesso ed estroflesso allo stesso tempo, il labirinto sembra evocare le tortuosità della società mediatica e consumistica. In un’epoca in cui l’arte immersiva si serve spesso di simulazioni digitali, immergersi in un ambiente “fatto a mano”, ma allo stesso tempo ricco di stimoli mediatici, è un’esperienza simile al guardare un film di fantascienza di sessant’anni fa, con tutto lo stupore e l’inquietudine del caso.

Mika Rottenberg, Spaghetti Blockchain, 2019, still da video © Mika Rottenberg. Courtesy the artist & Hauser & Wirth
Mika Rottenberg, Spaghetti Blockchain, 2019, still da video © Mika Rottenberg. Courtesy the artist & Hauser & Wirth

MIKA ROTTENBERG

Scendendo al secondo piano del museo il divertimento continua, con la godibilissima mostra Easypieces, di Mika Rottenberg, artista israelo-argentina di base a New York, ma alla sua prima personale in un museo della Grande Mela. Se per arrivarci si usano le scale, l’ingresso alla mostra avviene attraverso una fitta tenda di ghirlande di fiori finti che ricorda un bordello di bassa lega. Da qui si entra in una stanza dedicata alla proiezione del video Cosmic Generator, che connette idealmente due estremi del globo terrestre, immaginando un tunnel che va da un ristorante cinese in una città al confine tra USA e Messico a un immenso negozio all’ingrosso a Yiwu, in Cina. Il lavoro riflette sullo spostamento delle merci e delle persone, esplorando un concetto di distanze che si accorciano e allungano, che svaniscono e si rinforzano. Per quanto l’opera non sia stata concepita con uno specifico intento politico e sia stata realizzata prima dell’elezione di Trump, la sua attualità nel contesto geopolitico odierno colpisce come un manifesto. Passando attraverso una buia galleria ci si ritrova nella stanza da cui si accede alla mostra nel caso si prenda l’ascensore. Come in una sorta di luna park minimal, il visitatore si muove fra giochi, attrazioni e stranezze. Da una delle ampie pareti bianche sventolano con movimento ipnotico dei capelli raccolti in una coda. In un angolo, su due parallelepipedi bianchi, sono appoggiate altrettante piastre elettriche, ognuna con sopra una padella. A intervalli regolari dal soffitto gocciola dell’acqua che, toccando la padella, esplode in una sfrigolante nuvoletta di vapore. Da un’altra parete sporge un bel paio di labbra rosse a cuoricino che lasciano intravedere immagini video provenienti dall’interno della bocca. Proseguendo nel percorso espositivo, si attraversa un corridoio su cui si aprono tagli di luce, da cui si intravedono immagini di altri ambienti. Si finisce in una stanza in cui si resta ipnotizzati dalle geometrie e dai ritmi del video Spaghetti Blockchain, che compone un colorato caleidoscopio di immagini di paesaggi, volti e alimenti, all’interno di una sorta di scatola a scomparti esagonale, in cui ogni sportello cela una sorpresa. Come nel lavoro di Minujín, le opere di Rottenberg si nutrono di giocosa provocazione e di una fascinazione quasi compiaciuta per ciò che è organico, corporale.

LUBAINA HIMID

Bisogna salire al quarto piano per incontrare i personaggi e i simboli di Lubaina Himid. Anche questa è una prima volta: Work from Underneath è la prima personale dell’artista inglese di origini tanzaniane in un museo americano. Associata al Black Arts Movement britannico negli Anni Ottanta e Novanta e vincitrice del Turner Prize, Himid ha realizzato le opere in mostra specificamente per questa occasione, componendo un corpus di lavori dal forte contenuto politico. Entrando nello spazio che ospita l’esposizione, il visitatore è accolto dal suono di onde che si infrangono. Sulla parete di fondo, una fila di assi di legno disposte a comporre una forma ondulata, come un mare solcato da una barca o come lo scafo della barca stessa. Il titolo dell’opera, Old Boat / New Money, non lascia dubbi sul riferimento alla tratta degli schiavi e al colonialismo. Su un’altra parete troviamo la serie Metal Handkerchiefs, dipinti su piccole lastre di metallo quadrate su cui l’artista raffigura attrezzi e componenti, accompagnati da scritte che ricordano un manuale di istruzioni, ma che lasciano l’impressione di celare un significato nascosto, profondo ed esistenziale. Il titolo stesso della mostra prende spunto dai manuali di sicurezza, ma allo stesso tempo quel “sotto” da cui l’artista ci invita a lavorare non può che avere una connotazione sociale e culturale che si esplicita con maggiore chiarezza quando si osservano i ritratti su un’altra delle pareti della galleria. Uomini e donne di pelle nera e dagli abiti coloratissimi si stagliano su sfondi netti e pieni, formando composizioni di stile naïf in cui i corpi comunicano con la forza del linguaggio non verbale, in un sistema prossemico che ricorda la ritrattistica classica. L’artista punta il dito contro l’invisibilità delle persone di colore nell’arte e nei media. Momenti di vita quotidiana, fissati su tela in colori carichi e tratti netti, vengono storicizzati e allo stesso tempo semplificati, come in delle vignette cui sia affidato il compito di raccontare una storia ben più complessa e seria della leggerezza del tratto. Le immagini sono piene di silenzi, a tratti riempiti da testi, estrapolati con la stessa libertà da autori come James Baldwin o da istruzioni di sicurezza, perentori e delicati insieme.
Ti afferrano, ti sbatacchiano e ti rigurgitano queste tre mostre in corso al New Museum. Si torna in strada storditi, grondanti sensazioni e con la certezza di aver incontrato dell’arte nuova, nel senso migliore del termine.

Maurita Cardone

New York // fino al 29 settembre 2019
Marta Minujín: Menesunda Reloaded
New York // fino al 15 settembre 2019
Mika Rottenberg: Easypieces
New York // fino al 6 ottobre 2019
Lubaina Himid: Work from Underneath
NEW MUSEUM
235 Bowery
www.newmuseum.org

Dati correlati
AutoriMika Rottenberg, Marta Minujín
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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.