Gent = Jan van Eyck? Assolutamente no! Il maestro dei Primitivi fiamminghi è una presenza costante e fondamentale per la città. Ma non ha impedito – anzi – lo sviluppo costante e serrato della cultura contemporanea. E allora, dopo un omaggio alla pala d’altare più celebre delle Fiandre, ecco cos’altro potete andare a vedere.

Gent è nota in particolare per i suoi legami con Jan van Eyck e per il suo ruolo durante l’epoca borgognona delle Fiandre. Il che rimanda anzitutto al polittico dell’Adorazione dell’Agnello mistico della Cattedrale di San Bavone e al ruolo che ebbe fra Quattro e Cinquecento il Prinsenhof. Ma Gent è “soltanto” questo?

IL BACIO DEL PRESENTE

A pochi passi dal MSK, museo enciclopedico che spazia dal Medio alla modernità, si trova il museo d’arte contemporanea, il cui acronimo SMAK (Stedelijk Museum voor Actuele Kunst) suona come un bacio anglofono. Com’è noto le rotte del contemporaneo talora sono bizzarre; grazie a ciò, proprio Gent, cittadina che non è una ricca capitale del mercato dell’arte, si è ritagliata un ruolo di primo piano in questo scenario. La storia dello SMAK inizia infatti nel 1957 – considerate che per vedere un progetto simile in Italia bisogna attendere la metà degli Anni Ottanta – grazie a Karel Geirlandt, il quale intendeva dare un seguito temporale ma soprattutto di visione al Museo di Belle Arti. Ed è proprio all’interno del MSK che nasce lo SMAK nel 1975: la direzione è affidata a Jan Hoet, figura mitologica della curatela, grazie al quale la collezione crescerà rapidamente e la reputazione internazionale del museo ancora di più. Per l’edificio attuale bisogna invece attendere il 1999 e nel 2003 – dopo quasi trent’anni di onorata carriera – Hoet passa il testimone prima a Peter Doroshenko e poi a Philippe Van Cauteren, l’attuale direttore.
Sempre in ambito arte contemporanea, merita una visita la Kunsthal, ospitata nel Monastero Caermersklooster, risalente al XIII secolo e situato in zona Patershol. Attenzione però: è aperta soltanto nel weekend.

Poème Brut. Installation view at Design Museum, Gent 2018
Poème Brut. Installation view at Design Museum, Gent 2018

VENGO ANCH’IO!

Siamo a pochi passi a est dello SMAK, dove fino al 1902 c’era lo zoo. Fu chiuso non per scrupoli animalisti, ma perché la città si stava ingrandendo e necessitava di case per gli operai. L’architetto incaricato di progettarle non si limitò tuttavia ad applicare il modulo dell’alveare; al contrario, Charles Van Rysselberghe diede vita a quel che in breve tempo venne soprannominato “Il Circo”.
Dopo quasi un secolo, con gli edifici ormai in stato di abbandono, è intervenuta la Liedts-Meesen Foundation e nel giro di un lustro il complesso è stato completamente rinnovato, diventando lo Zebrastraat Project, articolato in New Zebra e The Elephant. Come se non bastasse, è stato chiamato Nick Ervinck per realizzare due opere fra l’arte contemporanea, il design e l’architettura: lo Swiss Cheese sul tetto e un velo giallo sulla facciata retrostante. Oltre a venire in pellegrinaggio qui per capire come si può – e si deve – coniugare eredità anche recente con la contemporaneità più stretta, l’occasione è perfetta per visitare la collezione della Liedts-Meesen Foundation, le mostre temporanee organizzate dalla stessa e magari prendere un buon drink nella XYX Lounge decorata da Didier Faustino.

OCCHIO AL DESIGN

Del Design Museum vi abbiamo parlato un paio di giorni fa, visto che anch’esso partecipa alle celebrazioni in onore di van Eyck. Ma un occhio alla collezione va dato. Si tratta infatti di una raccolta privata iniziata nel lontano 1903 sotto il nome di Vereniging van Nijverheid en Decoratieve Kunst (ovvero Associazione di Arti Industriali e Decorative). Nel 1930 aveva già raggiunto la ragguardevole cifra di 4mila oggetti, grazie soprattutto alle massicce acquisizioni effettuate da Leo Leirens. Dopo un lungo periodo di stasi, a metà degli Anni Settanta il neocuratore Lieven Daenens iniziò a ordinare la collezione, stabilendo una serie di criteri più stringenti – fra l’altro dando vita a una sotto-collezione dedicata al Postmodernismo italiano di Studio Alchimia e Memphis. E così si arriva a oggi, con il nuovo nome adottato dal 2002 e una collezione che è giunta agli oltre 22mila pezzi.

Piscina van Eyck, Gent. Photo © Stad Gent Dienst Toerisme
Piscina van Eyck, Gent. Photo © Stad Gent Dienst Toerisme

E PER GLI SPORTIVI…

Due chicche infine per gli amanti dello sport. Se siete più il tipo passivo, andate a vedere una partita della squadra di calcio di Gent, i Buffalos, nella Ghelamco Arena inaugurata a luglio 2013. A chi invece preferisce praticare in prima persona l’esercizio fisico consigliamo la piscina intitolata a van Eyck: è la struttura indoor più antica del Belgio, con i suoi magnifici interni Art Déco, ma anche la più recente, visto che nel 2001 è stata completamente restaurata. E al primo piano c’è anche il lounge bar Au Bain, con vista sulla stessa piscina e sulla marina.

RIPASSO. QUANDO LA BORGOGNA ERA NELLE FIANDRE

Dalla metà del Trecento fin quasi alla fine del secolo successivo, i Duchi di Borgogna portarono grande prosperità economica nelle Fiandre. Economia ma anche cultura: erano infatti amanti dell’arte, della musica e della letteratura, e grazie a loro lo sviluppo di scienze e belle arti subì una notevole accelerazione.
La corte borgognona non aveva una reggia fissa, bensì si spostava fra le città di Bruges, Gent, Mechelen e Bruxelles – e in questi e altri centri si possono facilmente rinvenire le vestigia di una casata alla quale si devono quasi due secoli d’oro delle Fiandre.
Luoghi di politica e ricerca, i palazzi ducali hanno visto passare le menti più geniali dell’epoca: in uno di questi edifici a Lovanio, ad esempio, Tommaso Moro scrisse la sua Utopia, mentre il cartografo Gerardus Mercator e il fondatore della botanica Rembert Dodoens erano abituali frequentatori delle sale nobiliari). E per quanto riguarda le arti visive, questo peculiare Rinascimento fiammingo vede sfilare nomi capitali per la storia della disciplina, da Jan van Eyck a Hans Memling, da Dieric Bouts a Quinten Metsys fino a Pieter Bruegel.
Dunque, economia e cultura. Ma anche buon vivere: è per questo che, ancora oggi, i fiamminghi sono noti per essere “bon vivants” o, appunto, “borgognoni”.

Marco Enrico Giacomelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #51 – Speciale Fiandre

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.