Separare e riunire. La mostra di Bani Abidi a Berlino

“They Died Laughing” porta, al Gropius Bau di Berlino, la vasta retrospettiva di Bani Abidi. Un ventennio di produzioni, tra installazioni e video, di un’attenta testimone del nostro tempo, attraverso le vicende del suo Paese, il Pakistan, ancora devastato da una drammatica situazione politica.

Bani Abidi, Karachi Series I, 2009 © Bani Abidi, Courtesy the artist & Experimenter, Kolkata
Bani Abidi, Karachi Series I, 2009 © Bani Abidi, Courtesy the artist & Experimenter, Kolkata

Il Gropius Bau dedica all’artista pakistana Bani Abidi (Karachi, 1971) un’ampia personale, They Died Laughing, dal titolo di una serie di acquerelli in cui una carrellata di ridanciani protagonisti, in realtà dissidenti, fronteggia le complesse incongruità del presente e l’oscura situazione politica del Paese, con smodata ilarità. Fino al 22 settembre, l’artista, residente a Berlino dal 2011, alterna installazioni e, soprattutto, video, linguaggio che mette a disposizione di storie personali intrecciate alle questioni geopolitiche del suo Paese, non da ultime la burrascosa prossimità tra India e Pakistan e le questioni irrisolte dell’Asia meridionale. Nella fattispecie, ha sviluppato il progetto The Lost Procession sulla persecuzione etnica e sull’esodo verso la Germania del popolo degli Hazara di Quetta, la capitale della provincia pakistana del Belucistan.
Un pretesto per analizzare culture diverse e temi ricorrenti anche in altri luoghi del pianeta, come l’espropriazione delle terre, l’esilio e la prigionia. Tuttavia, il progetto, commissionato dalla Sharjah Art Foundation, dove sarà ospitato nell’ottobre 2019, curato da Hoor Al-Qasimi, nella sede berlinese assume un significato di più ampio spettro. In un luogo, il Gropius Bau, situato a ridosso dell’ex muro, frontiera, confine anch’esso, e ormai integrato nel memoriale di una storia che ha segnato le sorti del Novecento.

Bani Abidi, Karachi Series I, 2009. Installation view at Gropius Bau, Berlino 2019. Photo © Mathias Völzke, courtesy the artist & Experimenter, Kolkata
Bani Abidi, Karachi Series I, 2009. Installation view at Gropius Bau, Berlino 2019. Photo © Mathias Völzke, courtesy the artist & Experimenter, Kolkata

LE OPERE

In questa cornice, la mostra curata da Natasha Ginwala offre un’antologica completa dell’artista, dai primi video in cui veste i panni di personaggi antagonisti, una pakistana e un’indiana preoccupate di rivendicare un nazionalismo dapprima innocuo e poi progressivamente più feroce (Mangoes, 1999); oppure di due giornalisti, sempre interpretati dall’artista, che divulgano report divergenti sullo stesso accadimento (The News, 2001).
Di diversa caratura ideologica risultano i lavori in cui il suo sguardo chiarisce, con spiccata ironia, gli effetti di un patriottismo claustrofobico con punte da teatro dell’assurdo (Reserved, 2006) o i lightbox dedicati alle minoranze cristiane e indù (Karachi Series II). Uomini e donne sorpresi in un metafisico crepuscolo svolgono, su sollecitazione di Abidi, banali mansioni domestiche, come leggere il giornale, sistemare fiori o stirare. Tutti nello spazio pubblico e, dunque, in una stravagante e distorta relazione con il contesto sociale, nell’innaturale sospensione temporale del ramadan, osservato dal resto dei pakistani musulmani.

Bani Abidi, Funland’ (Karachi Series II), 2014. Installation view at Gropius Bau, Berlino 2019. Photo © Mathias Völzke, courtesy the artist & Experimenter, Kolkata
Bani Abidi, Funland’ (Karachi Series II), 2014. Installation view at Gropius Bau, Berlino 2019. Photo © Mathias Völzke, courtesy the artist & Experimenter, Kolkata

SEPARAZIONI SENZA TEMPO

Esperienze individuali si mescolano a ricordi vissuti, a narrazioni solo immaginate per mettere a fuoco antichi e irrisolti rapporti di potere, dominio e subordinazione, relazioni geopolitiche tra India e Pakistan. Due Paesi ancora lacerati dal conflitto, mai sopito anche dopo la divisione del 1947, dove si ergono ancora steccati, si paventano scissioni, si alimentano odi religiosi, separazioni tra i popoli, come del resto ricorda l’installazione Security Barriers A-Z (2008-18). Una teoria di disparate barriere, dissuasori, new jersey, passaggi a livello, cancelli, una vasta gamma di articoli realmente utilizzati a Karachi negli ultimi dieci anni, riprodotti fedelmente in piccola scala, e trasformati in inoffensivi soggetti per gradevoli quadretti. Ripuliti, grazie alla miniaturizzazione, dell’esecrabile funzione di separé della società civile.

Marilena Di Tursi

Berlino // fino al 22 settembre 2019
Bani Abidi. They Died Laughing
GROPIUS BAU
Niederkirchnerstraße 7
www.berlinerfestspiele.de

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Marilena Di Tursi
Marilena Di Tursi, giornalista e critico d'arte del Corriere del Mezzogiorno / Corriere della Sera. Collabora con la rivista Segno arte contemporanea. All'interno del sistema dell'arte contemporanea locale e nazionale ha contribuito alla realizzazione di numerosi eventi espositivi, concentrandosi soprattutto sulla promozione dei giovani artisti pugliesi dal 1988 fino ad oggi. È autrice di numerose pubblicazioni e di testi critici di presentazione dell’opera di giovani artisti, contenuti in cataloghi redatti in occasione di mostre personali e collettive. Per conto della Fondazione Corriere della Sera, in qualità di membro del consiglio scientifico, ha curato cicli di incontri dedicati all’arte contemporanea nell’ambito dell’iniziativa “Da Est a Ovest Bari incontra il mondo” (2015/2016) e “Quanto è contemporanea l’arte contemporanea?” (2016, con Marco Scotini, Achille Bonito Oliva, Domenico Fontana, Marco Senaldi). Laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Bari, con una tesi in Storia dell’arte contemporanea, ha conseguito la specializzazione triennale in storia dell’arte medievale e moderna presso l’Università “La Sapienza” di Roma e il titolo di Dottore di ricerca in Documentazione, catalogazione, analisi e riuso dei beni culturali presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari. Insegna Storia dell’arte nel locale Liceo artistico.