Il Museum Rietberg di Zurigo ospita una mostra focus interamente dedicata alla superficie specchiante. Un viaggio tra le pieghe della storia, con un occhio di riguardo per la creatività.

Oggetto “magico” per antonomasia, lo specchio è da sempre catalizzatore di desideri che toccano le corde dell’identità e di una ricerca che scandaglia i limiti dell’Io, proiettandolo su uno sfondo nel quale prende forma l’altro-da-sé. Il Museum Rietberg affronta un argomento denso e sempre attuale con una mostra che intreccia storia, archeologia e indagine artistica, echeggiando lo spirito della sede museale svizzera, custode di una invidiabile raccolta di manufatti provenienti dall’Asia, dall’Oceania, dalle Americhe e dall’Africa.
Una decisa linea del tempo solca il cuore dell’esposizione, offrendo al pubblico l’opportunità di osservare una galleria di specchi legati alle epoche e alle culture più diverse. Si va dal prezioso specchio egiziano in bronzo, risalente a 4.000 anni fa, regalo di un padre a sua figlia “per l’osservazione del viso”, come recita l’iscrizione tuttora visibile, agli splendidi esemplari provenienti dalle tombe etrusche, dall’Antica Roma e dalla Grecia, ma anche dall’India e dalla Cina, interlocutrici di Venezia lungo le rotte commerciali fra Oriente e Occidente, quando la Serenissima cominciò a realizzare gli ambiti specchi in vetro.

Paul Delvaux, Femme au miroir, 1936. Museo Nacional Thyssen-Bornemisza, Madrid © Estate of Paul Delvaux - 2019, ProLitteris, Zurich
Paul Delvaux, Femme au miroir, 1936. Museo Nacional Thyssen-Bornemisza, Madrid © Estate of Paul Delvaux – 2019, ProLitteris, Zurich

DALLA SAGGEZZA ALLA VANITÀ

Una storia, quella dello specchio, che muta forma con il tempo, proprio come il suo protagonista, via via più lucido ed “efficiente” nel restituire allo sguardo il simulacro del sé, un doppio mansueto solo in apparenza, ma capace di generare interrogativi affilati, che chiamano in causa dinamiche quasi opposte, o perlomeno duplici: dalla sete di saggezza al bisogno di vanità, dall’urgenza di moltiplicare il proprio io a quella di immortalarlo. Come esplicitato dalle sezioni che compongono la mostra – e che sfilano in parallelo all’excursus storico –, il limite tra la consapevolezza di sé e il naufragio nella vanitas ‒ intesa anche e soprattutto come memento mori ‒ è sottile, e include il rischio di lasciarsi inghiottire da un riflesso beffardo, che si nasconde sulla pelle dell’acqua. Narciso diventa emblema di un abbaglio amplificato dalla superficie specchiante – e in mostra rivive nella scultura ottocentesca di John Gibson –, che trova nell’acqua il suo doppio – ottima fonte di ispirazione per l’opera video-installativa di Bill Viola.
Specularità utilizzata dalla fotografia come strumento per sviluppare il proprio potenziale, dal dagherrotipo all’autoritratto. È proprio questo il capitolo più riuscito della mostra zurighese, che chiama a raccolta gli scatti di artiste del calibro di Cindy Sherman, Zanele Muholi, Nan Goldin, Francesca Woodman, Vivian Maier e Nadia Mounier, approfondendo la resa del sé femminile – da sempre connesso all’immagine dello specchio, al di qua e al di là degli stereotipi ‒ attraverso la lente di un obiettivo.

Florence Henri, Autoportrait, 1928. Sprengel Museum, Hannover © Galleria Martini & Ronchetti. Courtesy Archives Florence Henri
Florence Henri, Autoportrait, 1928. Sprengel Museum, Hannover © Galleria Martini & Ronchetti. Courtesy Archives Florence Henri

OPPOSTI E DOPPIO

Il sé diventa misura dell’altro, in un gioco dicotomico che accompagna la vita umana senza soluzione di continuità. Gli opposti convivono, nello specchio, al pari delle due ballerine, una bianca e una nera, che animano il video di Yinka Shonibare, dove per un attimo gli opposti sembrano raggiungere un equilibrio perfetto. La malia dello specchio, però, non conosce tregua né geografie, diventando simbolo dell’anima nell’induismo, nel buddhismo, nell’islamismo e nel cristianesimo e fungendo da punto di contatto fra dimensioni rituali apparentemente lontane. O, ancora, si trasforma in una superficie liquida, attraversabile, come fa Alice in Through the Looking Glass di Carroll e Jean Marais nell’Orphée di Cocteau, indossando un semplice paio di guanti di gomma per proteggersi dal mercurio. Vince l’illusione di ricongiungersi al proprio doppio, di afferrare la sua mano, la medesima illusione che ci spinge a cercare il nostro riflesso, istintivamente, in qualsiasi superficie specchiante e a giocare con Hi, l’installazione interattiva di Li Wei al termine della mostra: uno specchio che dovrebbe migliorare il nostro aspetto, dilatando gli occhi e levigando le rughe. Modificando le nostre fattezze, insomma. Eppure la sensazione derivante dal non riconoscimento di sé nello specchio è ben lontana dalla piacevolezza. Rammentando l’importanza di quel confine, levigato e freddo, che divide noi stessi dal nostro doppio.

Arianna Testino

Zurigo // fino al 22 settembre 2019
Specchio – Il riflesso dell’io
MUSEUM RIETBERG
Gablerstrasse 15
rietberg.ch

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Arianna Testino
Arianna Testino è nata nel 1983. Ha studiato storia dell’arte medievale-moderna a Bologna e si è specializzata nelle arti contemporanee a Venezia. Appassionata di scrittura e curatela, è interessata all'approfondimento e all'ideazione di attività artistiche a carattere pubblico e sociale.