Una storica fabbrica di munizioni, collocata in una zona industriale ai confini della città, è stata riconvertita in spazio dedicato alla cultura contemporanea. Lo abbiamo visitato in anteprima.

Ci allontaniamo dal centro di Amsterdam, sempre più asfissiato dal rumoroso turismo di massa, per dirigerci sotto una pioggia battente verso la calma e piatta periferia verde della città, ai confini di Zaandam, cittadina in espansione. Arriviamo in una zona industriale e ci troviamo di fronte a un enorme e austero parallelepipedo bianco lungo 200 metri dalle alte finestre che sembrano più delle lunghe e strette feritoie. Siamo ad Het HEM, nuovo spazio dedicato alla cultura contemporanea e alla commistione di più discipline: musica, linguaggio visivo, arte, design, film, sport. Gli interni sono stati perlopiù lasciati così com’erano, c’è ancora un forte odore di vernice e alcuni operai e allestitori lavorano senza sosta in vista dell’apertura. Dimenticatevi le algide pareti di uno spazio espositivo tradizionale, qui tutto è scrostato, sedimentato, lasciato un po’ andare, ma nel complesso volutamente cool e stilosamente bohémien. Al piano terra ci sono lunghi tavoli, zone lounge con comode poltrone, numerose colonne e piante sparse qua e là. È un luogo dove ti senti subito a tuo agio, dove vorresti trascorrere del tempo a leggere un libro, ascoltare musica, chiacchierare, vedere un film, berti un drink o mangiare.

L’AREA E LO SPAZIO

Nell’Hembrugterrein a Zaandam sono state prodotte munizioni e artiglieria per l’esercito olandese sin dal 1895. Nel 2003 le funzioni militari sono terminate e alcuni artisti e creativi hanno cominciato a spostarsi in zona. Un decennio dopo il Governo ha dato il via libera a un processo di sviluppo dell’area in zona residenziale. Het HEM si trova in una vecchia fabbrica costruita nel 1956 di 10mila metri quadrati dove, durante la Guerra fredda, si producevano e testavano nel seminterrato le munizioni distribuite alle truppe NATO in tutto il mondo, e per un periodo “squattata”. Dal 2017 l’edificio è di proprietà della società di gestione Amerborgh International. L’area è in forte espansione ‒ com’è successo di recente nella parte nord di Amsterdam ‒ e subirà sicuramente un processo di gentrificazione, sul modello della Bicocca a Milano, che vede come fulcro culturale l’HangarBicocca.
Lo spazio espositivo, alcuni salotti, una libreria, tavoli da lettura, una caffetteria con un giovane e brillante chef, un ristorante, una terrazza, un music bar nel seminterrato con un sound system pazzesco e studi per artisti fanno oggi di Het HEM una dinamica piattaforma multidisciplinare con un forte spirito comunitario. Una riconversione perfettamente riuscita che parte dal presupposto che l’arte si trovi in ogni cosa: cibo, moda, musica, letteratura e cinema.

L'installazione site specific con i neon di Navid Nuur dal titolo Tentacle Thought No. 23 (PUSH IT), 2006 19, Het HEM, Amsterdam. Photo Cassander Eeftinck Schattenkerk
L’installazione site specific con i neon di Navid Nuur dal titolo Tentacle Thought No. 23 (PUSH IT), 2006 19, Het HEM, Amsterdam. Photo Cassander Eeftinck Schattenkerk

LA DIRETTRICE

Al timone c’è Kim Tuin che, nonostante l’imminente inaugurazione, ci accoglie con una calma invidiabile. È di poche parole ma sa il fatto suo. Negli Anni Novanta aveva un’etichetta musicale chiamata NAME, dedicata esclusivamente alla musica elettronica, è stata direttrice di TrouwAmsterdam, ristorante, galleria e nightclub di musica elettronica e, prima di arrivare al comando dell’Het HEM, è stata direttrice generale della Fondazione NDSM-werf. La prima cosa che si è chiesta nel dar vita al nuovo spazio, considerando che l’area ha una popolazione molto giovane, è stata: “Chi conosco qui intorno o chi dovrei conoscere?”. È entrata in contatto con un ragazzo turco-olandese della zona, Ismail Ilgun, diventato vlogger perché insoddisfatto della sua vita e della situazione in cui viveva. Kim ha subito capito che era necessario creare un’infrastruttura culturale per i giovani, un luogo di condivisione dove ritrovarsi, dialogare e fare comunità. “Vogliamo che i visitatori” ‒ ci spiega ‒ “si sentano a casa, che si ispirino e aprano le proprie menti a nuove esperienze, intuizioni e idee creative. Usare l’arte per sollevare questioni importanti che riguardano la società contemporanea. Speriamo di dare alle persone una comprensione più attiva e inclusiva del nostro mondo”. E aggiunge: “Ci opponiamo al presupposto che l’arte non sia per tutti. L’arte è in ogni cosa: nel cibo, nella musica, nell’abbigliamento, nella conversazione. Non richiede conoscenza, ma solo un atteggiamento curioso e aperto”.

LA CURATRICE

Rieke Vos è la curatrice interna dello spazio. “Abbiamo una struttura speciale per quanto riguarda la programmazione” ‒ ci racconta ‒, “che vede quattro programmi l’anno inaugurati il primo giorno di ogni stagione. Le mostre si sviluppano in tutto lo spazio e sono sempre costruite in conversazione con curatori ospiti che non provengono necessariamente dal mondo della curatela e dell’arte visiva. Sono dei visionari, persone che, attraverso la loro professione e la loro visione, hanno storie da raccontare”. Una formula interessante che crea nuove, originali connessioni, inediti punti di vista che si affrancano dal sistema dell’arte e dalle sue sempre più pressanti dinamiche di mercato. “Sono figure” ‒ aggiunge ‒ “che attraverso il dialogo ci aiutano a comprendere i tempi in cui viviamo, a spiegare concetti complessi nel modo più semplice possibile. Un facile accesso per tutti verso i temi che esploriamo di volta in volta”.

L'opera del giovane sudafricano Neo Matloga, O Ska Ngkarametsa, 2018, Het HEM, Amsterdam. Photo Daniele Perra
L’opera del giovane sudafricano Neo Matloga, O Ska Ngkarametsa, 2018, Het HEM, Amsterdam. Photo Daniele Perra

LA MOSTRA INAUGURALE

Il primo capitolo è stato affidato al duo formato da Edson Sabajo & Guillaume Schmidt, fondatori del marchio streetwear Patta, che in surinamese significa scarpa. Durante l’ultima fashion week milanese il brand ha inaugurato un negozio a due passi dal Duomo. Patta è anche una casa di produzione musicale e una fondazione con base ad Amsterdam. Edson e Guillaume hanno una passione autentica per la creatività, una vasta cultura musicale e della moda e supportano artisti e musicisti. La mostra, in corso fino al 1° settembre, non ha un titolo ma un vero e proprio motto. Si tratta di una frase del “padrino del soul” James Brown: “Can’t be greedy… You gotta take some, and leave some”. Temi dell’esposizione, che la direttrice ama chiamare “associativa”: il ruolo delle comunità, l’imparare nel fare le cose, la cultura e l’identità black, l’influenza della musica hip hop su più generazioni di artisti e la controcultura urbana e musicale come forma alternativa a quella convenzionale e istituzionale. Molte le opere commissionate ad hoc, site specific e molti i giovani artisti invitati come il bravo pittore sudafricano Neo Matloga, classe 1993, vincitore nel 2018 del Dutch Royal Award for Modern Painting, che presenta un grande carboncino, inchiostro e collage su tela che raffigura una scena di gente all’interno di una taverna. Particolarmente forte e sorprendente la videoinstallazione dell’olandese Erik van Lieshout, vincitore del DR A.H. Heineken Prize for Art, che mette in discussione quanto oggi un artista sia libero e riesca a criticare senza compromessi una multinazionale che ti dà un premio di 100mila euro. Lui lo fa con un racconto video ironico, onesto, nevrotico-paranoico, diretto e criticamente spietato. A partire dalla scatola gigante che ospita il video e che riproduce i colori della multinazionale olandese con l’enorme scritta urine.

INSTALLAZIONE PERMANENTE

In occasione dell’inaugurazione, Het HEM, per conto dell’Amerborgh International, ha commissionato allo studio multidisciplinare RAAAF (Rietveld Architecture-Art-Affordances), formato nel 2006 dall’architetto Ronald Rietveld e dal filosofo Erik Rietveld, una monumentale e impressionante opera site specific permanente. Si tratta di quattro pannelli (5,30 x 3,30 metri) sospesi, realizzati col materiale dei proiettili (l’ottone), che si muovono ininterrottamente avanti e indietro nello spazio a un ritmo imprevedibile. L’opera, dal titolo Still Life, rappresenta perfettamente il passato ingombrante e il futuro creativo dello spazio, da fabbrica di munizioni riconvertita a centro culturale e artistico.

La videoinstallazione Beer (2019) di Erik van Lieshout, Het HEM, Amsterdam. Photo Cassander Eeftinck Schattenkerk
La videoinstallazione Beer (2019) di Erik van Lieshout, Het HEM, Amsterdam. Photo Cassander Eeftinck Schattenkerk

THE BOXING CLINIC

È il progetto temporaneo più sorprendente e inaspettato di Het HEM, voluto dalla direttrice che ha invitato l’artista visivo Gabriel Lester a creare un ring e una zona con alcuni sacchi da boxe per allenarsi. Per dieci settimane, quattro volte al giorno, trentacinque persone di Amsterdam e della zona, tra i 15 e i 40 anni, si alleneranno e parteciperanno a un programma motivazionale. A guidarli sarà Michele Aboro, più volte campionessa mondiale. Per Aboro, donna pugile omosessuale, nata nel sud di Londra ma di origini nigeriane, la boxe è stato un mezzo prezioso di emancipazione e rivalsa. Si è ritirata dalle competizioni e ha aperto, insieme a Ylan Yuen, una scuola professionale di boxe e una fondazione a Shanghai. Il 31 agosto il progetto terminerà con un Boxing Gala durante il quale i visitatori assisteranno a una vera e propria competizione fra i partecipanti e performance sonore.

IL PROSSIMO CAPITOLO

Sarà il produttore, DJ e compositore americano/cileno Nicolás Jaar, figlio del celebre artista Alfredo Jaar, il curatore ospite del secondo capitolo. Dal 21 settembre al 21 dicembre, Jaar trasformerà l’intero spazio in un centro di ricerca interdisciplinare e sperimentale.

Daniele Perra

Zaandam // fino al 1° settembre 2019
Edson Sabajo & Guillaume Schmidt ‘Can’t be greedy… You gotta take some, and leave some’
Het HEM
Warmperserij 1
www.hethem.nl

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Editorialista e responsabile della copertina di “ARTRIBUNE”, collabora con “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente di Contemporary Art and Visual Culture allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.