Perfino in Burkina Faso. L’editoriale di Cristiano Seganfreddo

Cristiano Seganfreddo guarda al Burkina Faso come esempio di Paese che, nonostante le difficili condizioni economiche, individua nella cultura una risorsa preziosa.

Yuri Ancarani, Whipping Zombie, 2017, still da film
Yuri Ancarani, Whipping Zombie, 2017, still da film

È curioso essere a migliaia di chilometri di distanza dall’Italia e vedere un Paese disperato come il Burkina Faso porsi il problema della cultura come strumento di sviluppo. Qui il reddito pro capite sfiora i 700 euro all’anno. Le strade sono rosse di terra e fatte di buche che Roma sembra la pista dei cento metri delle Olimpiadi. Siamo in uno dei Paesi più poveri al mondo.
Ma da cinquant’anni, quando ancora si chiamava Alto Volta, per poi diventare Burkina Faso, “Paese degli uomini integri”, nel 1984, si tiene il Festpaco, il Festival Panafricano del Cinema di Ouagadougou. Arrivano da tutto il mondo, in un programma di una settimana che raccoglie intellettuali africani e cineasti globali tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo. A ottobre va in scena invece un festival che trasforma un quartiere intero della capitale in un progetto teatrale, dove ogni casa, spazio, piazza è contaminata da performance e azioni, con grandi installazioni a cui collaborano tutti gli abitanti.
Adesso a Bobo-Dioulasso, la capitale precedente, si sta aprendo un nuovo cinema, con progetto francese, finanziato dall’Unione Europea, come hub progettuale con doppia sala, bistrot, sala dedicata alle esposizioni dei giovani artisti locali. Un cinema per un milione di abitanti.

La cultura come strumento di lavoro contro i conflitti. Il contemporaneo come luogo di scambio, di crescita, di connessione”.

E così fa l’Ethical Fashion Initiative delle Nazioni Unite, guidata da un eroe contemporaneo come Simone Cipriani, che lavora fra tessile, artigianato e arte contemporanea. Yuri Ancarani ha fatto un lungo video, Whipping Zombie, prodotto dal progetto EFI, che coinvolge migliaia di persone e donne. La cultura che blocca i flussi migratori, che argina il terrorismo del Sahel. La cultura come strumento di lavoro contro i conflitti. Il contemporaneo come luogo di scambio, di crescita, di connessione. Un router culturale per design, arte, fashion, cinema.
Da questa distanza, vedere la situazione italiana fa sorridere. Come quando si mangia un limone, verde. Vedere l’entusiasmo negli occhi, sui temi dell’industria creativa, con persone che leggono Pier Luigi Sacco nel centro dell’Africa, e ministri che si pongono domande reali. Malgrado la finanza di una famiglia media italiana. E combattono per rendere vivo il loro Paese. Tra poche ore riprendo un aereo per l’Italia e mi leggerò il testo della finanziaria alla voce cultura. Welcome back.

Cristiano Seganfreddo

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #48

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