La nuova sede della Brant Foundation inaugura con l’imponente mostra dedicata a Jean-Michel Basquiat. Rendendo omaggio all’artista newyorkese nei luoghi che hanno fatto da sfondo alla sua vita.

È particolarmente appropriato che la nuova sede della Brant Foundation, aperta a marzo in una ex centrale elettrica nell’East Village di Manhattan, inauguri con una mostra dedicata a Jean-Michel Basquiat (New York, 1960-1988), che in questo quartiere era di casa. Nel 1979, l’allora diciannovenne promessa dell’arte contemporanea viveva infatti in una palazzina abbandonata, a pochi isolati dall’edificio in cui oggi è ospitata questa grande retrospettiva, e iniziava a farsi notare come street artist sotto lo pseudonimo di SAMO. Curata da Dieter Buchhart e precedentemente esposta alla Fondation Louis Vuitton di Parigi, la mostra, intitolata semplicemente Jean-Michel Basquiat, attinge dalla ricca collezione di opere di Basquiat di proprietà della fondazione Brant, oltre che da collezioni private e istituzioni internazionali.
Questo è il secondo spazio per la Brant Foundation, la cui sede principale si trova nella cittadina di Greenwich, in Connecticut. Con oltre 650 metri quadrati di spazio espositivo disposti su quattro piani, due giardini e un terrazzo panoramico, l’edificio datato 1920 non è nuovo all’arte contemporanea: è stato infatti lo studio e l’abitazione di Walter De Maria, dagli Anni Ottanta fino alla sua morte nel 2013. Ristrutturato da Richard Gluckman di Gluckman Tang Architects, che ha saputo valorizzarne gli spazi e la luce, il palazzo è una bella aggiunta al panorama delle istituzioni culturali di un quartiere che ha l’arte nel suo DNA.

The Brant Foundation, New York. Photos Sean Keenan. Courtesy The Brant Foundation
The Brant Foundation, New York. Photos Sean Keenan. Courtesy The Brant Foundation

LA BRANT FOUNDATION E BASQUIAT

La mostra inaugurale rende omaggio a uno degli artisti a cui Peter M. Brant ha da sempre legato il proprio nome, collezionandone le opere fin dagli esordi. “Basquiat è stato per decenni una pietra miliare della scena artistica dell’East Village e riportare il suo lavoro nel quartiere che lo ha ispirato è un grande privilegio”, ha commentato Brant. “La nostra famiglia è entusiasta di lanciare lo spazio newyorchese della Brant Foundation con un artista che è centrale nella nostra collezione e soprattutto di condividere la sua eredità con la comunità che è stata fondamentale nel plasmarlo“.
Ricco di opere importanti, tra cui un Untitled del 1982 venduto al prezzo record di 110.5 milioni di dollari nel 2017, il percorso espositivo inizia dall’ultimo piano dell’edificio, dove opere dei primi Anni Ottanta introducono i temi ricorrenti nel lavoro di Basquiat, in particolare le tensioni razziali, la diaspora africana, l’emarginazione sociale e la vita di strada: ne sono un esempio le opere Arroz con Pollo (1981), Warrior (1982), Per Capita (1981). Tra le opere qui esposte, tante le teste o teschi, tipici della produzione di Basquiat, i cui tratti disegnati con pastelli a olio portano sulla tela tutta l’essenzialità della Street Art e di un simbolo primitivo quanto universale. Appare già in queste opere anche il metodo di un artista che attinge alla tradizione della poesia concreta e della scrittura automatica, in particolare in tele come Untitled (Man with Microphone) (1982), dove appaiono lettere, simboli, parole.
Al terzo piano iniziano a comparire nuovi materiali: in opere come Anthony Clarke (1985) o Gold Griot (1984), assi di legno sostituiscono la tela e oltre ai pastelli e agli acrilici troviamo collage, matite, evidenziatori. La critica sociale è ancora evidente, a volte strillata, come in Irony of a Negro Policeman (1981), altra opera realizzata su legno.

LE OPERE DI BASQUIAT IN MOSTRA

Scendendo ancora, al secondo piano, ci troviamo di fronte a una grande parete su cui sono esposte sedici opere su quattro file sovrapposte, tra cui Dos Cabezas (1982), autoritratto dell’artista con Andy Warhol, e Mecca (1982), omaggio del giovane Basquiat all’energia di New York. Nello spazio antistante la parete, una serie di opere che mostrano la ricerca dell’artista di uno spazio oltre la tela e la bidimensionalità del quadro. Esposte l’una vicina all’altra, See Plate 3 (1982) e Now’s the Time (1985) sono rispettivamente una scatola di tela nera appoggiata su un supporto di legno bianco e una superficie di compensato circolare, dipinta di nero, su cui appaiono scritte bianche, come gesso su una lavagna. Altro esperimento oltre la tela è Pork (1981), una porta di legno e vetro ricoperta di vernici acriliche, oli e disegni a pastello, reminiscenza degli esordi da writer dell’artista. Sempre al secondo piano, tra la stanza principale e quella sul retro, troviamo le opere in cui Basquiat rende omaggio ai suoi miti: Charlie Parker, Cassius Clay, Sugar Ray Robinson, icone della cultura nera americana.
Arrivati al piano terra, infine, troviamo cinque opere più recenti, due delle quali datate 1987 (Unbreakable e Untitled), l’anno prima della morte di Basquiat per overdose da eroina, nel suo studio non lontano dall’East Village. In queste, come anche nel grosso collage su pannelli di legno, Grillo (1984) e nell’opera su carta, Untitled (1986), emerge tutta l’inquietudine degli ultimi anni dell’artista, incapace di gestire la pressione della fama che il suo lavoro gli stava rapidamente procurando, esponendolo a un sistema spesso spersonalizzante di commercializzazione dell’arte e dell’artista stesso.

Jean-Michel Basquiat, Boy and Dog in a Johnnypump, 1982. Courtesy The Brant Foundation, Greenwich, CT © Estate of Jean Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York
Jean-Michel Basquiat, Boy and Dog in a Johnnypump, 1982. Courtesy The Brant Foundation, Greenwich, CT © Estate of Jean Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York

INIMITABILE BASQUIAT

L’intera parabola della breve e folgorante carriera di Jean-Michel Basquiat è raccontata in questa densa mostra, mettendo in luce la visione del mondo di un artista radicale, capace di muoversi con pari intensità tra arti figurative, musica, poesia e performance. Attingendo dal mondo intorno a sé, Basquiat ha saputo rappresentare un momento storico e culturale di transizione, in cui la cultura americana scopriva la strada, attraverso hip hop, graffiti art e movimenti sociali radicali.
Il suo tratto inimitabile”, ha commentato il curatore Buchhart, “è pronto alla lotta; affilatissimo, è ferito e sa ferire e diventa linea esistenziale tra impotenza e auto-potenziamento, tra l’esistenza umana e le urgenti pressioni quotidiane, il razzismo istituzionalizzato, la repressione, la violenza e la morte”.

Maurita Cardone

New York // fino al 15 maggio 2019
Jean-Michel Basquiat
THE BRANT FOUNDATION
421 East 6th Street
https://brantfoundation.org

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AutoreJean-Michel Basquiat
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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.