Il New Museum di New York ospita una piccola ma preziosa mostra dedicata alla Net Art. Dagli Anni Ottanta a oggi.

Ha quasi quarant’anni ma ancora tutto l’entusiasmo e l’insofferenza alle regole tipici della gioventù. Non sono in molti a conoscerla e ancora meno a riconoscerle dignità, eppure, fin dagli albori di Internet e della scienza delle reti, c’è stato chi, riconoscendo il potenziale rivoluzionario delle nuove tecnologie e dei modelli di comunicazione che queste portavano con sé, ha esplorato creativamente le implicazioni di questo storico cambiamento di parametro e contesto. Gli eterogenei lavori nati da queste esplorazioni ricadono sotto il nome di Net Art, un filone o una pratica artistica dai contorni liquidi e dalla definizione ampia.
Di fare ordine in questo contesto artistico dai connotati un poco anarchici si occupa, dal 1996, la non profit Rhizome, fondata dall’artista Mark Tribe con lo scopo di sostenere l’arte digitale e online attraverso la creazione di una piattaforma che dia visibilità e sistematicità alla Net Art. Negli anni, Rhizome ha portato avanti la propria missione attraverso mostre e performance, commissioni agli artisti e sviluppo di software e piattaforme per preservare questo tipo di arte, finendo per giocare un ruolo decisivo nella diffusione dell’uso delle tecnologie digitali e Internet nell’arte contemporanea.
Nel 2016 Rhizome ha lanciato Net Art Anthology, una mostra online, della durata di due anni, che ha selezionato cento dei lavori di Net Art più importanti, riproponendone uno a settimana sulla propria piattaforma. Dopo due anni di ricerche e iniziative per preservare questo patrimonio artistico, il progetto culmina ora con una mostra in corso fino al 26 maggio al New Museum di New York, che collabora con Rhizome già dal 2003. Curata da Michael Connor e Aria Dean, rispettivamente direttore artistico e assistente curatore di Rhizome, The Art Happens Here: Net Art’s Archival Poetics seleziona sedici dei cento lavori che compongono l’archivio di Rhizome, coprendo un arco temporale che va dal 1985 ai giorni nostri.
Le opere in mostra, disposte negli spazi al pianoterra del museo sulla Bowery, si muovono nel panorama di una vasta gamma di mezzi, tra cui siti web, software, scultura, grafica, libri e merchandise, andando a comporre una storia non scritta dell’ampia parabola delle pratiche di Net Art e documentando come gli artisti abbiano risposto in maniera diversa agli stimoli offerti da una cultura di rete dinamica e in continua e rapida trasformazione.
Nell’atrio del museo, di fianco al bookstore, la prima opera in mostra stabilisce il tono di questa esposizione. Garlic=RichAir (2002) di Shu Lea Cheang è un pickup elettrico a tre ruote carico di teste d’aglio ed equipaggiato con monitor attraverso cui il visitatore può interagire con l’opera, partecipando a un gioco online in cui l’aglio è usato come moneta, nel contesto di un immaginario futuro post-capitalista. Nella sua versione originale, realizzata nel 2002, il furgone pieno d’aglio era dotato di Wi-Fi e portava la scritta “Get Garlic. Go Wireless”. Gli utenti partecipavano a una sorta di baratto iscrivendosi a un sito Internet su cui potevano depositare prodotti digitali da scambiare con aglio biologico coltivato da una non profit newyorchese, il cui valore veniva deciso dalla community. L’opera, che metteva in atto uno scambio dal virtuale al fisico, offriva spunti per una micro-economia basata su possibili strategie di adattamento delle comunità al cambiamento climatico e alla precarietà economica. Nella versione riproposta al New Museum, il lavoro di Cheang si è arricchito di un nuovo software, Garlic Trust, progettato da Melanie Hoff e ispirato al trust game creato dagli economisti per misurare il ruolo della fiducia nelle relazioni economiche.

Bogosi Sekhukhuni, Consciousness Engine 2. Absentfatherbot, 2014. Two channel video installation. Courtesy the artist
Bogosi Sekhukhuni, Consciousness Engine 2. Absentfatherbot, 2014. Two channel video installation. Courtesy the artist

NUOVE POSSIBILITÀ

Superato l’atrio del museo, si entra nello spazio espositivo, delimitato da una vetrata su cui campeggia l’opera che dà il titolo alla mostra: Simple Net Art Diagram (SNAD) (1997 ca.), del duo MTAA (Michael Sarff e Tim Whidden), uno schema illustrato di due computer collegati da una linea con al centro l’icona di un fulmine, accompagnata dalla scritta “The art happens here”, dove il “qui” può essere interpretato come infrastruttura fisica della rete, come contesto digitale indispensabile alla fruizione dell’opera e/o come lo spazio tra un utente e l’altro, in cui cade la distinzione tra autore e fruitore.
Entrando nella sala, il visitatore si trova subito catapultato agli albori delle tecnologie digitali e web. Siamo negli Anni Ottanta e il brasiliano Eduardo Kac esplora le nuove possibilità della parola scritta nel contesto digitale, con la sua opera Reabracadabra (1985) che presenta un piccolo schermo (Videotexto, la versione brasiliana del francese Minitel, un sistema pre-Internet per la trasmissione di messaggi di video-testo) su cui campeggia la lettera A, circondata dalle consonanti della parola “abracadabra”. Il dinamismo e la mutabilità del contesto digitale influiscono sulla percezione della parola scritta e ne espandono il potenziale, rendendo le parole multidimensionali e l’arte immateriale, in grado di esistere in molti luoghi e per molte persone, senza un originale.
Con 386 DX (1998 ca.), Alexei Shulgin, uno dei fondatori del pionieristico movimento net.art, nato nel 1996, esplora in maniera giocosa questioni di copyright e riproducibilità. Siamo di fronte alla prima band cyberpunk al mondo, un computer equipaggiato di sistema operativo Windows 3.1 e una scheda audio contenente file in formato MIDI con suoni di batterie, chitarre e sintetizzatori. La “band” suona solo cover di brani notissimi come Light My Fire dei Doors, Imagine dei Beatles, Smells Like Teen Spirit dei Nirvana. Le canzoni sono copiate dal web ma, riprodotte da un sistema lento e fortemente passibile di errori, si trasformano in una versione unica, distorta e straniante del famoso pezzo originale. L’artista è un mero operatore di macchina e il computer è il frontman della band. Nell’installazione del New Museum, il computer, sul cui schermo passano grafiche che ricordano i primi screensaver, è appoggiato su un pallet, coperto da un ombrello e ha di fronte un bicchiere per raccogliere le donazioni. Shulgin portò in giro la sua band per quindici anni, facendola esibire in club di Parigi, Mosca, Tokyo, oltre che al confine tra USA e Messico. L’aspetto punk, quasi squatter, dell’opera richiama quel mondo underground che è stato l’incubatrice del movimento hacker e sottolinea ulteriormente il senso di casualità e improvvisazione dell’opera. Se si pensa che poco più di vent’anni dopo 368 DX la tecnologia è arrivata al punto di poter avere una popstar completamente artificiale, la prima cyberpunk band fa sorridere, ma la sensazione è un po’ quella della scoperta di un affresco in una grotta, in grado, con la sua essenziale e primitiva bellezza, di restituire il pensiero e la visione del mondo dell’uomo delle caverne.

Reconstruction of Eduardo Kac, Reabracadabra, 1985. Animated poem for Videotexto. Photo courtesy the artist
Reconstruction of Eduardo Kac, Reabracadabra, 1985. Animated poem for Videotexto. Photo courtesy the artist

OLTRE LE DISTANZE

Gioca invece al confine tra immateriale e materiale, reale e virtuale, esistito e non più esistente l’opera di Morehshin Allahyari The Distributed Monument (2016-in progress). Per il progetto Material Speculation: ISIS l’artista ha stampato in 3D dodici repliche da lui disegnate di monumenti e artefatti delle città di Hatra e Nineveh, distrutte da ISIS nel 2015. Con un normale cavetto USB si possono “prelevare” i materiali prodotti dall’artista e scaricare il file di stampa per realizzare un proprio modello 3D delle opere. Attraverso il lavoro di Allahyari, un patrimonio artistico ormai andato perduto trova nuova forma e nuova vita, una vita diffusa e collettivizzata attraverso la rete e le nuove tecnologie.
Bella e romantica l’opera skinonskinonskin (1999) di Entropy8Zuper!, ovvero la coppia di artisti e hacker Entropy (Auriea Harvey) e Zuper! (MichaEl Samyn) che, dopo essersi incontrati online sul sito hell.com, iniziarono a scambiarsi online lettere d’amore in forma di pagine multimediali e interattive realizzate in flash, per poi decidere di renderle accessibili a un pubblico di abbonati.
Il lavoro comprende un totale di venticinque lettere in cui le creazioni dei due artisti finiscono per fondersi, abbattendo le distanze geografiche, mettendo in discussione l’idea tradizionale di intimità fisica e facendo dell’utente il destinatario finale dell’opera.
Vanno oltre i luoghi fisici e le distanze anche le opere stampabili di Aleksandra Domanović, pdf di diverse migliaia di pagine che possono essere trasmessi ai musei per essere poi stampati e installati in forma di sculture. Se stampati in un certo modo, i fogli, disposti in pile, formano delle immagini, evocando una sorta di rudimentale forma di stampa 3D.
Sulla parete di fondo della prima delle due stanze in cui si sviluppa la mostra, due schermi incorniciati come quadri riproducono ognuno l’immagine di un volto di uomo che emette frasi pronunciate con voce robotica: i due uomini sono l’artista, Bogosi Skhukhuni, e suo padre e la conversazione che stanno avendo riproduce uno scambio in chat avvenuto tra i due quando l’artista aveva diciotto anni. Al di sotto degli schermi, due piante in vaso. L’opera si chiama Consciousness Engine 2: absentblackfatherbot (2015) e mette in scena una sorta di sostituzione tecnologica della relazione dell’artista con un padre assente, all’interno di una più ampia esplorazione della coscienza umana nell’era delle reti: impacciati, statici, irrimediabilmente distanti, estraniati, i due avatar fronteggiano gli stessi ostacoli comunicativi dei propri equivalenti analogici. Le due piante al di sotto degli schermi offrono una sorta di controcanto, una suggestione di vita, in un contesto altrimenti del tutto artificiale e asettico, suggerendo l’idea che i rapporti umani vadano coltivati.
La seconda e ultima sala della mostra ospita, tra gli altri, il lavoro di Olia Lialina, Give Me Time/This Project is No More (2015-in progress) in cui l’artista riprende alcune schermate del sito GeoCities.com, fondato nel ‘94, comprato da Yahoo! nel 1999 e chiuso nel 2009, quasi senza preavviso per gli utenti che videro così andare in fumo le proprie pagine. Il lavoro qui in mostra è un estratto dal progetto One Terabyte of kilobyte Age di Lialina e Dragan Espenschied, con il quale gli artisti mettono in luce il valore di questi siti, risultati di pratiche amatoriali, opponendosi alla distruzione culturale violenta e indiscriminata praticata da Yahoo! al momento della chiusura del sito, quando un gruppo di volontari riuscì a salvare un terabyte di materiale creato dagli utenti sulla piattaforma. Si tratta di un progetto di conservazione di quello che è considerato il folklore digitale, fatto di pratiche amatoriali spesso ignorate, quando non derise, dal mainstream.

Alexei Shulgin, 386 DX, 1998-2013. Street performance, Graz, Austria, 2000
Alexei Shulgin, 386 DX, 1998-2013. Street performance, Graz, Austria, 2000

UNA RIVOLUZIONE EPOCALE

Concludono la mostra un progetto sulle vittime dell’Olocausto e uno che contiene immagini (raccolte involontariamente) dell’attacco alle Torri Gemelle del 2001 (untitled, di Wolfgang Staehle), a dimostrare lo stretto legame tra la rete e un’attualità che oggi può essere carpita con un crescente numero di mezzi, ma anche il legame con una storia che, attraverso queste tecnologie, può essere ulteriormente esplorata e condivisa.
The Art Happens Here è una piccola mostra che non può restituire che una minima parte della complessità di questo mondo, ma che è tuttavia preziosa per iniziare a riconoscere, seppure con quarant’anni di ritardo, come l’avvento di Internet e dell’iperconnettività abbiano cambiato per sempre il nostro modo di guardare al mondo, fruirne e raccontarlo, in una parola, di fare arte.
Dagli Anni Ottanta a oggi le possibilità si sono espanse, ma questa arte conserva un’intrinseca artigianalità densa di creatività. In un momento in cui diventa sempre più evidente lo sforzo da parte di artisti e curatori di confezionare esperienze interattive, coinvolgenti e condivisibili, una mostra come questa, con tutta la giocosità e provocatorietà delle opere esposte, sorprende per il rigore della ricerca, suscitando nel visitatore l’impressione che la Net Art non sia altro che l’arte concettuale dei nostri tempi, di un’era in cui le tecnologie modellano linguaggio e interazioni sociali.

Maurita Cardone

New York // fino al 26 maggio 2019
The Art Happens Here: Net Art’s Archival Poetics
NEW MUSEUM
235 Bowery
www.newmuseum.org

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.

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